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ESTERI 10 Settembre Set 2014 1242 10 settembre 2014

Is, gli Stati islamici fanno muro contro i jihadisti

I Paesi arabi isolano il Califfato.

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Che differenza c’è tra Mohamed Morsi, leader della Fratellanza Musulmana e presidente deposto dell’Egitto, e Abu Bakr al Baghadi, califfo dello Stato Islamico (Is) che imperversa tra Siria e Iraq terrorizzando l’Occidente? Il paragone è a dir poco azzardato, sebbene entrambi si siano mossi nel post-primavere arabe e con la fede nel Corano come principale filo conduttore. Tuttavia basta osservare la reazione degli altri giganti del mondo islamico all’ascesa ieri di Morsi e oggi di al Baghdadi per cogliere quanto siano diversi, in ogni aspetto della loro leadership.
Il collegamento tra i due, anzi, si presenta come una cartina di tornasole di quello che è un vero e proprio punto debole dell'Is: il rapporto con l’Islam stesso e con chi, dal Maghreb all’Asia, lo rappresenta.
UNA MINACCIA PER LO STATUS QUO. Al di là di Barack Obama e dell’Occidente intero, intenzionato a creare una coalizione anti-jihadisti con i Paesi del Golfo (decisivo in questo senso il vertice a Gedda dell'11 settembre), il Califfato ha un nemico non meno temibile: gli Stati che lo circondano. Paesi retti ora da governanti alawiti (la Siria di Bashar al Assad), ora wahabiti (il Regno saudita), ora a maggioranza sunnita (l’Egitto) ora sciita (l’Iran), che guardano con orrore all’avanzare di al Baghdadi, temendo quelle infiltrazioni estremiste che, se in Europa costituiscono ancora un eccezione, in quei Paesi rischiano di debilitare lo status quo.
L'IS DIVENTA BERSAGLIO DELL'ISLAM. L’Is si è scoperto così un bersaglio dell’Islam stesso, come e più di al Qaeda ai tempi di Osama Bin Laden. Perché fa più paura, e lo sventolio della sua bandiera nera è considerato, a Riad come al Cairo, una sfida blasfema da debellare. Da qui l’offensiva filosofica, politica e, chissà, anche militare del mondo islamico al Califfato siro-iracheno. Il concetto è stato è stata peraltro riassunto nel messaggio lanciato, a poco più di 24 ore dalla decapitazione di Steven Sotloff, dalla famiglia del reporter americano allo stesso al Baghdadi. «Il mese di ramadan è il mese della pietà. Dov'è la sua? Avete violato l’Islam». Un attacco potente ma non certo isolato.

L'Arabia Saudita guida la rivolta contro il Califfato

Il re saudita Abdullah-bin-Abdulaziz al-Saud.

Basti pensare alle parole che Shawki Ibrahim Abdel-Karim Allam, gran muftì d’Egitto, ha pronunciato l’8 settembre in occasione dell'incontro per la Pace della Comunità di Sant’Egidio, in Belgio, che ha riunito 350 leader religiosi di tutto il mondo. «Sia chiaro, e lo ripeto, che l'Islam è contro l'estremismo e il terrorismo. In maniera assoluta», ha sottolineato, scagliandosi contro «le distorsioni» praticate dall’Is. Poco più di due settimane prima era toccato al Consiglio degli imam siriani lanciare la propria fatwa contro al Baghdadi, seguiti a ruota dalle comunità islamiche dei principali Paesi europei, a cominciare dall’Italia.
LA CONDANNA DI RIAD. Ancor più dirimente, dal punto di vista strategico, è la condanna giunta alla fine di agosto, a cavallo delle decapitazioni di James Foley e dello stesso Sotloff, dal gran muftì dell’Arabia Saudita, Abdulaziz Al ash-Sheikh, che non ha esitato a definire il Califfato «il nemico numero uno dell’Islam, distruttore della civiltà umana».
Un attacco che giunge da quello che è, allo stesso tempo, l'epicentro della fede (sede delle due sacre moschee di La Mecca e Medina) e il più potente Stato della regione. Chi pensa che dietro l’Is ci sia l’Arabia Saudita e il suo petrolio, parrebbe così in errore. Da quando il gruppo jihadista ha istituito e radicalizzato un Califfato autonomo, Riad non solo ne ha preso nettamente le distanze, ma è diventata essa stessa un obiettivo dei miliziani.
I CONTRASTI SALAFITI-KHARIGITI. E, spiegavano l’8 settembre scorso sul New York Times due studiosi e ricercatori arabi, Nowaf Obaid e Saul al Sarhan, anche dal punto di vista religioso il salafismo saudita differisce totalmente dal credo dell’Is. Laddove i salafiti (o wahabiti) di Riad seguono i dettami delle prime tre generazioni dei seguaci di Maometto (la parola salaf significa progenitori) l’Is sembrerebbe far riferimento al kharigismo, ramo dell’Islam emerso all’epoca del quarto califfo, Ali, contro il quale i kharigiti si ribellarono fino a ucciderlo. È in questa branca che, spiegano i due studiosi, hanno messo radici alcune delle pratiche più oltranziste del mondo musulmano, a partire da quella dell’assassinio degli infedeli.
ANCHE IL QATAR PRENDE LE DISTANZE. La condanna saudita rischia di avere anche un effetto economico sull’Is, dal quale ha preso le distanze, tardivamente, uno dei suoi finanziatori principali, il Qatar. Il piccolo emirato, assieme all’Arabia Saudita (smarcatasi tuttavia ben prima), è stato a lungo l’essenziale donatore dei gruppi terroristici che operavano in Siria (così come era accaduto in Libia nel 2011) e che sono poi confluiti in parte nello Stato islamico. Certo, oggi l’Is può vantare, tra saccheggi, contrabbando e imposizione di salate tasse locali, una quasi autosufficienza finanziaria ma quanto ciò durerà è tutto da vedere. Da qui la possibilità che, al di là dei raid Usa e dell'attivismo dell’Iran sciita, al Baghadi trovi proprio in Riad un ostacolo impenetrabile. Con il risultato che, come accadeva qualche anno fa con al Qaeda, l’Arabia Saudita possa tornare a imporsi come pilastro imprescindibile dell’equilibrio della regione.

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