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INTERVISTA 10 Settembre Set 2014 0615 10 settembre 2014

Israele-Gaza, Luisa Morgantini: «La tregua non cambia nulla»

L'attivista: «Nulla è cambiato. Tel Aviv vuole la Cisgiordania».

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Dopo la guerra, Israele vuole buona terra. Il primo atto post tregua è stato l'annuncio del furto di altri 400 ettari di «aree demaniali» per una nuova colonia a Betlemme: cittadina della West Bank (Cisgiordania) che oltre ad aver dato, per i cristiani, i natali a Gesù ha un enorme pregio storico, artistico e, come Gerusalemme Est, si deduce anche economico.
I COLLOQUI DE IL CAIRO. Tra meno di un mese le parti in causa - governo israeliano, al Fatah e gli altri membri dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), Hamas e Jihad islamica - siederanno al Cairo per i colloqui di pace e il leader palestinese Abu Mazen, anche in qualità di osservatore dell'Onu, ha preparato un nuovo piano, promettendo pressioni a Palazzo di Vetro, per la fine, «entro tre anni, dell'occupazione israeliana».
A Gaza, Hamas chiede l'estensione del diritto di pesca nelle sue acque, un nuovo porto e la ricostruzione dell'aeroporto distrutto da Israele, oltre allo sblocco totale dei valichi.
HAMAS RESISTE, ISRAELE CEDE. «Senza l'ok a queste rivendicazioni di fondo nulla cambierà. Nella sostanza, la tregua del 28 agosto non aggiunge nulla e temo che il sì di Israele a trattare sia il solito modo di prendere tempo», dice a Lettera43.it Luisa Morgantini di Assopace, ex vice presidente dell'Europarlamento con delega sulla Palestina, da anni impegnata per la risoluzione non violenta del conflitto, e, tra le altre cose, candidata al Nobel per la Pace.
TEL AVIV PUNTA ALLA CISGIORDANIA. «Israele non arretra. Punta a colonizzare la Cisgiordania, è quella la terra che gli interessa». Hamas ha cantato vittoria e nei sondaggi di fine agosto risulta in netto vantaggio (61%) su al Fatah (32%) di Abu Mazen. Ma dopo 2.200 morti e oltre 11 mila feriti, «non c'è vittoria nella Striscia». «Neanche Israele però può festeggiare», spiega l'attivista politica, «con Margine Protettivo voleva fermare il progetto di unità nazionale dell'Anp, spaccare i palestinesi. Invece il governo Hamas-Fatah è rimasto in piedi, ha retto. Come sempre, i palestinesi hanno resistito».

Luisa Morgantini scherza con il leader dell'Olp, Yasser Arafat, nel 2004.

DOMANDA. Non è chiaro perché questa guerra sia cominciata, come mai sia durata così a lungo e neanche perché sia finita.
RISPOSTA. La morte dei tre ragazzi israeliani è stata un pretesto, come poi si è capito. Hamas ne ha sempre negato la responsabilità. Altrimenti lo avrebbe ammesso.
D. Allora chi cercava lo scontro?
R.
Israele era in un momento di debolezza. Gli screzi con gli americani non si superavano, il governo di Benjamin Netanyahu non poteva più continuare a opporsi alle richieste palestinesi, nei negoziati guidati dagli Usa. Per non passare da cattivo, doveva tornare vittima.
D. Si è scritto che anche Hamas era debole, che cercava la Terza Intifada per riemergere su al Fatah.
R.
Però il governo di unità nazionale ha retto ai 51 giorni di raid su Gaza. Questa è la vittoria che la Palestina può davvero rivendicare. La verità è che, con Margine protettivo, Israele ha attaccato Hamas per affossare l'Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen.
D. Perché Israele voleva eliminare l'erede di Yasser Arafat?
R. È l'avversario più scomodo nei colloqui di pace. Non può, come Hamas, essere accusato di violenze. Suo è il piano di costruzione democratica di uno Stato palestinese, che include Gaza. Si è usata la violenza per stroncare la non violenza.
D. Abu Mazen ha annunciato la tregua in tivù scuro in volto. Poche parole, niente festeggiamenti: l'opposto di Hamas.
R.
È un uomo estremamente serio. Ha mediato per settimane al Cairo, convincendo infine, anche attraverso il canale importante del Qatar, Hamas e Israele alla tregua. È consapevole dell'immane prezzo umano di questa guerra per i palestinesi.
D. L'accordo del Cairo non ha aggiunto nulla alla proposta di cessate il fuoco delle settimane precedenti ed è del tutto simile alla tregua firmata nel 2012. Perché Hamas non l'ha accettato subito?
R.
A costo di fare migliaia di morti tra i civili, Hamas voleva dimostrarsi capace di contrastare Israele. Sul terreno, un piccolo esercito ha dato del filo da torcere a un grande esercito. Soldati israeliani sono caduti sul campo, da Gaza l'esercito si è poi ritirato.
D. Anche mentre, al Cairo, veniva firmata la «tregua permanente», piovevano razzi piovevano sulle colonie in segno di sfida.
R.
Hamas ha festeggiato la resistenza a oltranza. Con ogni mezzo, ha raggiunto l'obiettivo di non far vincere Israele, nonostante il suo furioso accanimento, che per durezza ha superato la campagna militare Piombo Fuso, tra il 2008 e il 2009. Nessuna apologia del sangue fatto scorrere. Israele stavolta dovrà tenere conto di non aver vinto, né diviso il popolo palestinese.
D. Perché non c'è vittoria?
R. Intanto in Cisgiordania, la terra che davvero interessa a Israele, l'esercito arresta, imprigiona, uccide decine di palestinesi che lottano in modo non violento. Accadeva prima della guerra e accade ancora. Questa è vera sconfitta palestinese: che la sua resistenza pacifica sia stroncata.
D. Anche la tregua accettata da Hamas non concede niente ai gazawi. Le sei miglia di pesca, subito revocate da Israele, furono estese anche due anni fa.
R.
Il processo di pace non si sblocca, se non si va al cuore del conflitto. Finché non finisce l'assedio militare della Palestina, i conflitti riesplodono, non c'è tregua che tenga. E per la libera circolazione di uomini e merci da Gaza non basta riaprire, come da accordi, il valico egiziano di Rafah. Serve la totale apertura anche di quello israeliano di Erez.
D. C'è la speranza che i colloqui al Cairo siano meno inconcludenti che in passato?
R.
Ne dubito. Temo che Israele li abbia accettati per posticipare le questioni centrali e continuare a espandersi con le colonie. Valichi, blocco di Gaza, strutture e infrastrutture... Nulla sarà risolto. È sempre la stessa tattica, dagli accordi di Oslo del 1994.
D. Perché i governi israeliani non accettano i confini pattuiti tra i due Stati?
R.
Vogliono allargarsi in Cisgiordania per ragioni storiche. A nord di Gerusalemme c'è, per esempio, la Samaria, strappata alla Giordania con la guerra dei Sei giorni del 1967 e, dopo Oslo, passata sotto la responsabilità dell'Anp. Sono terre bibliche, Israele le vuole.
D. Tra finti negoziati e guerre periodiche, la trincea dura da mezzo secolo.
R.
Da 47 anni il destino dei palestinesi è l'umiliazione costante. A Gerusalemme Est, che per Israele è la capitale eterna, si è tolta la carta d'identità a 17 mila palestinesi, impedendo loro di avere una casa e un lavoro. B'Tselem, un'ong israeliana, parla di deportazione.
D. Dopo l'operazione Margine protettivo, oltre 327 ebrei tra sopravvissuti alla Shoah e loro discendenti ricordano a Israele, in una lettera di condanna, che il «genocidio inizia sempre con il silenzio del mondo».
R.
I palestinesi hanno provato ogni arma pacifica. Neanche morire in massa per resistere rompe l'occupazione. Non mi stanco mai di ripetere che la responsabilità ultima del conflitto non è degli ebrei, da non confondere mai con lo Stato d'Israele, tanto meno dei palestinesi.
D. Come si spezza questa catena?
R.
La responsabilità vera ricade sul placet della comunità internazionale - Stati Uniti, Ue, Onu, Lega Araba - alle politiche israeliane. Le condanne delle colonie non sono abbastanza dure, non si pensa mai a imporre sanzioni. A Gaza nel 2014 è stata fatta tabula rasa. Perché non si chiedono a Israele i rimborsi sulle strutture distrutte, finanziate dall'estero, come il vecchio aeroporto?

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