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L'ANALISI 11 Settembre Set 2014 0700 11 settembre 2014

Ucraina, Nato e Ue lavorino per la tregua

L'Europa ha scelto di mostrare i muscoli contro Putin. E l'Alleanza atlantica è apparsa belligerante. Ma la priorità è rendere il protocollo di Minsk irreversibile.

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La stretta di mano fra Putin e Poroshenko.

La consistenza politica del Protocollo di Minsk del 5 settembre, patrocinato da Putin e Poroshenko, è ancora fragile, ma il cessate il fuoco regge. «Globalmente», come fanno sapere i due protagonisti che sembrano decisi ad andare avanti e impedire che le violazioni, che pure ci sono state e ci saranno, facciano ri-precipitare il Paese nella spirale insanguinata della guerra civile.
E più regge più sembrano avvicinarsi le precondizioni per una soluzione politica degna di questo nome, anche se è corsa contro il tempo per riuscire a marginalizzare gli ultra-nazionalisti da un lato e gli ultra-indipendentisti dall’altro.
ULTRA-NAZIONALISTI CRITICI SU POROSHENKO. Dai primi Proshenko ha da temere l’accusa di cedimento a un Putin deciso ad appropriarsi di un pezzo di Ucraina. Accusa che sta minacciosamente fermentando malgrado il suo linguaggio belligerante, che peraltro mal si concilia con la sua storia imprenditoriale (è tra i più ricchi del Paese), politica (è stato ministro degli Esteri e del Commercio e sviluppo tra il 2009 2 il 2012) e con l’evidente consapevolezza del disastro sociale ed economico in cui il conflitto con Mosca sta portando l'Ucraina.
Non penso si illuda che il supporto dell'Unione europea, degli Usa e del Fmi possa risparmiarglielo. E neppure che l'attenuarsi della destabilizzazione del Paese avvenga senza un negoziato che salvaguardi due aspetti vitali per Mosca: l'assetto federale e l'esclusione della Nato dai confini ucraini.
GLI ULTRA-INDIPENDENTISTI, INCOGNITA PER PUTIN. Dagli ultra-indipendentisti si deve guardare invece Putin perché si stanno palesando meno controllabili di quanto pensasse.
Ma c’era da aspettarsi che dopo tanta sollecitazione a farsi padroni del proprio riscatto identitario e di appartenenza di popolo - per di più sostenuta a tutto campo, anche in termini militari - non fosse scontata l’adesione a un disegno politico meno dirompente.
Pare che Putin non punti all’annessione delle province russofone dell’area sud-orientale del Paese. Almeno finché risulterà percorribile la strada di un’Ucraina non antagonista in termini politico-istituzionali e ancor meno in termini di alleanza militare con la Nato. Ne sono credibili indicatori la coerenza e la chiarezza con cui Mosca si è sempre espressa al riguardo. In particolare dallo scoppio della crisi che ha travolto Yanukovic e la realistica congruità delle ragioni geo-politiche che affondano le loro radici nel post-crollo dell'Unione sovietica. Che si saldano con quelle di natura geo-economica che vanno ben al di là della pur strategica apertura a Est, soprattutto verso la Cina (valga la recente firma di contratto per la fornitura di 38 miliardi di metri cubi di gas annui per 30 anni), di cui l’Europa, soprattutto, dovrebbe tener conto.
GLI ERRORI DELL'EUROPA. Si tratta delle ragioni che corrispettivamente, sia detto tra parentesi, avrebbero potuto indurre l’Unione europea a modulare diversamente il varo del nuovo e pesante pacchetto di sanzioni sulla scia del vertice della Nato per dare più credibilità e forza alla dichiarata volontà di puntare a una soluzione politica della crisi e all’assunzione di un fermo impegno a favore dell’implementazione della tregua. Si poteva essere più aperti all’intesa Poroshenko-Putin continuando a non lasciare dubbi sulla determinazione a rincarare durezza e ampiezza delle sanzioni in caso di palese responsabilità di Mosca nella violazione del cessate il fuoco.
Invece si è preferito il più pericoloso gioco della rincorsa delle minacce reciproche, sempre più contundenti.
E non convince del tutto il sostenere che Putin non sarebbe arrivato a questo passo negoziale senza la pressione delle sanzioni già messe in opera - e a quelle al momento congelate - e senza la mobilitazione della Nato.
AUMENTA IL CONSENSO PER LO ZAR. E questo perché una tale correlazione ha il valore di un'opinione non suffragata dai fatti. E poi perché la condotta di Mosca non si è mai discostata dalla sua rotta iniziale che, anzi, ha dato a Putin maggior consenso popolare. Soprattutto in ragione dell’attivismo della Nato, ispirato più alla belligeranza che a una convincente affermazione della sua dottrina e soprattutto volto a rialimentare la prospettiva di una futura ammissione dell’Ucraina tra i suoi membri. Ciò ha portato Putin a una dura e minacciosa reazione, del resto ampiamente prevedibile conoscendo le forza provocatoria di una tale prospettiva per Mosca.
LE SANZIONI DIVIDONO L'UE. Quanto alle sanzioni, penso che un qualche effetto lo abbiano prodotto. Ma hanno anche palesato una significativa divisione (leggasi debolezza) all’interno dell’Unione.
Dopo l'onerosa esperienza imposta dalla ritorsione russa sulle importazioni ortofrutticole europee, e nel nuovo contesto negoziale apertosi, è lecito chiedersi se non si sia superato il punto di equilibrio tra l'apprezzabile volontà di difendere la causa di Kiev - peraltro inquinata, nei suoi valori fondanti, dal processo politico che l’ha prodotta - e la disponibilità della società europea, e italiana, a sostenere i contraccolpi di un ulteriore appesantimento delle sanzioni da parte di Bruxelles.
Mosca ne ha anticipati alcuni, a partire dal blocco dello spazio aereo. Gli altri, il gas in primis, possiamo immaginarli, con l'alea di un Putin proteso a sfruttare i contrasti interni all'Europa.
BRUXELLES LAVORI PER LA TREGUA. Ora è prioritario attenderci da Bruxelles, oltre al congelamento temporaneo del pacchetto sanzionatorio, una ritrovata disponibilità da offrire alle parti in causa per propiziare la traduzione in atti concreti degli impegni assunti con la firma del protocollo di Minsk. Con una presidenza di turno italiana impegnata in un’ottica costruttiva assieme alla Cancelliera Merkel, la grande tessitrice di mediazioni tra Kiev e Mosca.
Quest’operazione è importante perché il momento è decisivo e nulla può essere dato per scontato, neppure che prevalga il buon senso.
Le parti in conflitto hanno fatto qualche passo in avanti, ma si è ancora ben lontani dal traguardo della irreversibilità. Anzi, le maggiori difficoltà sono ancora tutte davanti, in primis il superamento della sfiducia reciproca, per usare un eufemismo, e quindi la questione dirimente dell’assetto politico-istituzionale delle province russofone.

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