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INTERVISTA 12 Settembre Set 2014 0600 12 settembre 2014

Commissione Ue, Telò: «Juncker centralizza l'esecutivo»

Lo studioso dà fiducia al lussemburghese.

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da Bruxelles

La squadra presentata da Jean-Claude Juncker il 10 settembre ha già i suoi detrattori. Ma c'è chi davanti al timore generale di una Commissione ancora più burocratizzata e a rischio impasse, azzarda un commento positivo.
«JUNCKER CERCA DI RECUPERARE FIDUCIA». «Quello di Juncker rappresenta il tentativo di recuperare una fiducia che negli ultimi cinque anni la più importante istituzione dell'Unione europea ha perso», dice a Lettera43.it Mario Telò, docente all’Université libre de Bruxelles e membro dell’Institut d’Etudes européennes (Iee), tra i più antichi centri di ricerca sulle questioni europee.
Una sconfitta, quella della Commissione, causata dalla «personalità nebbiosa del suo predecessore Josè Manuel Barroso», continua Telò, «e dal Trattato di Lisbona, che ha avuto due vincitori: il presidente del Consiglio Van Rompuy, che nella governance economica ha scavalcato Barroso, e il parlamento».
«DOPO BARROSO, OSSA ROTTE». Insomma dopo 10 anni di guida portoghese l'esecutivo europeo esce con le ossa rotte. Facile quindi pensare che quello di Juncker possa essere migliore. Non certo per il numero di donne presenti - che restano nove - ma per «le potenziali sinergie che si possono creare».

Mario Telò, docente all’Université libre de Bruxelles.

DOMANDA. Con chi?
RISPOSTA.
Inanzittutto con il parlamento. Il primo risultato di questa Commissione è infatti che la coalizione Ppe, S&D e Alde, nata dopo le elezioni di maggio, funziona. Il gruppo di centrodestra ha 13 commissari, i Socialisti e Democratici (S&D) ne hanno sette, e quattro, invece, sono liberali dell’Alde.
D. Ancora una volta sono i popolari ad avere avuto la meglio.
R.
Certo, sul piano politico è una Commissione molto spostata a destra. Ma non tanto perché il Ppe è il partito vincitore delle elezioni, ma per il fatto che i candidati proposti dai 28 Paesi sono più di destra che di sinistra.
D. Per questo Juncker ha voluto sottolineare che i Paesi suggeriscono i commissari, ma non comandano?
R.
Juncker conosce bene la macchina europea e sta cercando di cambiarla. Formare quattro gruppi guidati da altrettanti vicepresidenti con l'obiettivo di concentrare un più intenso lavoro della Commissione su un minor numero di dossier rispecchia proprio l’esigenza di centralizzare l’esecutivo.
D. Rispetto a cosa?
R.
In passato palazzo Berlaymont dava più peso ai Paesi che non all'Unione. Già ai tempi di Romano Prodi, per esempio, la tendenza era quella di difendere uno Stato anche a scapito dell’efficienza comunitaria.
D. Nominando nove tra ex primi ministri ed ex vicepremier diminuirà il potere dei 28?
R. Penso sia molto importante e strategica la scelta di dare potere agli ex primi ministri. Contano molto nei Paesi di appartenenza. Averli in Commissione è un escamotage per dare più legittimità e visibilità all'esecutivo europeo. Da questo momento magari i 28 avranno più timore nel contrastare le decisioni di Bruxelles, visto che a prenderle non sono funzionari qualsiasi.
D. Più che timore avranno difficoltà a capire come contrastarle, vista la complessità della struttura creata da Juncker.
R.
Anche questa scelta è stata machiavellica. I sette vicepresidenti si riuniranno una volta alla settimana con Juncker e rappresentano una specie di super Commissione. Il fatto che i commissari dovranno coordinarsi con i vari vicepresidenti può essere un modo di lavorare più produttivo e più libero rispetto alle pressioni che ogni Stato membro poteva esercitare sul proprio commissario.
D. Lady Ashton infatti è stata più volte accusata di rappresentare più gli Stati membri che la Commissione. Un pericoloso precedente per la nuova Mrs Pesc Federica Mogherini.
R.
Mogherini avrà grandi responsabilità e, se ne sarà capace, potrà fare molto a partire dalla possibilità di coordinare il suo lavoro con le altre commissioni. Per esempio con il Commercio, che si deve occupare del Ttip (Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti). La scelta di trasferire il suo ufficio a palazzo Berlaymont è un cambiamento enorme: l'Alto rappresentante per la politica estera non sarà più su un isolotto esterno alla Commissione in mano ai 28.
D. Quali sono i Paesi che hanno ottenuto di più?
R.
La Germania è stata servita molto bene, ha ottenuto quello che voleva in maniera soft e intelligente.
D. In che senso?
R.
Come fece ai suoi tempi Helmut Kohl, Angela Merkel ha saputo esercitare la sua influenza in maniera molto efficace ma poco visibile.
D. La Commissione per l'Economia digitale, però, non sembra così rilevante...
R.
Può essere importante nel programma di ricerca e innovazione Horizon 2020, ma non è decisiva. Ad assicurare l'egemonia tedesca a Bruxelles non è il commissario Günther Oettinger, ma un giro di amici di Merkel che in Commissione hanno posti di potere e condividono la sua linea rigorista. A partire dal falco finlandese Jyrki Katainen.
D. Che ha già messo in ombra il desiderio di grandeur della Francia.
R.
Sì, il successo della Francia c'è ma è limitato. Pierre Moscovici sarà infatti coordinato dal vicepresidente Katainen. Ma non c'è solo lui: oltre all'amico olandese Frans Timmermans, primo vicepresidente e braccio destro di Juncker, Merkel si è garantita anche la presidenza del Consiglio europeo indicando il polacco Donald Tusk.
D. Insomma a Bruxelles il Ppe trionfa...
R.
Sicuramente il potere del partito conta. Ma Merkel non eserciterà la sua longa manus né attraverso il Ppe né attraverso il suo commissario. La sua sarà una presenza indiretta ma centrale.
D. Da presidente ombra?
R.
Diciamo che le speranze di Juncker per una Commissione capace di portare un vero cambiamento, «costruire un'Europa unita» e «garantire ai cittadini lavoro e crescita», dovranno confrontarsi con le esigenze di continuità volute dalla Cancelliera.
D. Con tutti questi vicepresidenti che devono coordinare e dare l'ok alle iniziative proposte dai commissari non c'è il rischio di una iper-burocratizzazione?
R.
Forse, ma dobbiamo aspettare e vedere. Potrebbe anche succedere che i sette vicepresidenti accelerino i processi. Con la super Commissione, Juncker ha creato intorno a sé un doppio cerchio con l'obiettivo di lavorare più in squadra ed essere più efficiente.
D. Per ora il rischio è di fare solo più confusione...
R.
Certo. Un esempio? La Commissione del mercato interno si sovrappone per alcuni temi a quella della Competitività, quindi la commissaria polacca dovrà coordinarsi bene con quella danese. E il rischio di contrasto c'è.
D. Quali sono gli altri rischi?
R.
Ho molte riserve sulla scelta del commissario rumeno e di quello ungherese, mi sembrano poco qualificati per i ruoli che hanno: Politiche regionali ed Educazione. L'ungherese Tibor Navracsics inoltre fa parte del Fidesz, il partito di centrodestra del primo ministro Victor Orbàn, ed è già stato criticato dall'Ue negli anni passati per le misure liberticide prese dal governo riguardanti la libertà della stampa.
D. Non la preoccupa invece l'industria in mano alla Polonia, che non è proprio uno dei big del manifatturiero?
R.
No, la Polonia sta andando molto bene, la nomina è un incoraggiamento meritato. È uno dei Paesi più dinamici dell'Ue.
D. Anche la nomina di Lord Hill ai servizi finanziari è un incoraggiamento alla Gran Bretagna?
R.
Quella di Hill è una scelta difensiva. Se prima Tony Blair rivendicava posti chiave all’interno dell’Ue, oggi la Gran Bretagna di David Cameron batte in ritirata e l'unica cosa che vuole difendere è la City di Londra, il suo cuore finanziario.
D. Proprio per questo il parlamento europeo ha già lanciato l'allarme.
R.
Non dobbiamo preoccuparci per quello che Hill potrà fare a Bruxelles, ma perché la Gran Bretagna ha smesso di occuparsi di Europa. E questa è una scelta suicida.

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