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CONFINE BOLLENTE 13 Settembre Set 2014 2105 13 settembre 2014

Turchia e Isis: i rapporti tra lo Stato islamico e Ankara

Tre mila cittadini si sono uniti alla jhad.

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Miliziani dell'Isis.

Escono jihadisti ed entra il petrolio dal confine tra Turchia e Siria. Le autostrade della jihad portano all'Isis, attraverso il territorio turco, aspiranti miliziani da tutto il mondo e nella direzione contraria arriva un fiume di petrolio prodotto nelle terre conquistate dal 'califfato' e venduto in Turchia.
Nulla è semplice nel labirinto di interessi e relazioni che da due anni si è costruito fra i miliziani jihadisti sunniti e la Turchia del presidente islamico Recep Tayyip Erdogan, ora riluttante a partecipare alla coalizione anti-Isis varata da Barak Obama.
NIENTE GUERRA ALL'ISIS. «Ankara non dichiararerà la guerra all'Isis», ha chiarito su Hurriyet l'analista Serkan Demirtas. Ufficialmente Ankara ha spiegato, di fronte alle pressioni degli Usa, di avere le mani legate a causa dei 46 turchi del consolato generale di Mosul, fra cui lo stesso console generale, ostaggio da giugno dell'Isis.
Il governo turco ha promesso più controlli per fermare i jihadisti stranieri, aiuti umanitari e logistici alla coalizione. Ma niente sul piano militare, anche se il 13 settembre il portavoce del Pentagono ha parlato di «contributi agli sforzi militari». La stampa internazionale intanto punta il dito sul flusso di petrolio che dalle regioni occupate dall'Isis in Siria e Iraq arriva in Turchia.
2 MILIONI DI DOLLARI AL GIORNO. Secondo le stime del Brookings Doha Center il gruppo armato ricava dal petrolio circa 2 milioni di dollari al giorno. In Turchia la benzina della jihad arriva di contrabbando a prezzi di svendita attraverso i porosi 910 chilometri di frontiera con la Siria e i 380 con l'Iraq.
Le autorità affermano di avere rafforzato i controlli e triplicato i sequestri negli ultimi mesi. Ma il flusso non si è fermato. Per la rivista Foreign Policy oggi l'Isis è il gruppo terrorista più ricco del mondo. Il capo dell'opposizione turca Kemal Kilicdaroglu da tempo ha accusato Erdogan di avere aiutato i miliziani jihadisti sunniti in Siria, in nome dell'assioma «tutto pur di fare cadere Assad», e di avere trascinato l'Occidente in una disastrosa campagna di appoggio a una opposizione armata che «moderata» non è mai stata.
EFFETTO BOOMERANG. Ora parla di un micidiale effetto boomerang per la Turchia che trova il governo con le mani legate. L'Isis è diventata una minaccia diretta lungo le frontiere sud della Turchia. Ma Erdogan - al di là della spina degli ostaggi - frena perché teme che la guerra all' Isis rafforzi Assad, i ribelli curdi del Pkk e il governo a guida sciita di Baghdad: insomma tutti i 'nemici' che ha combattuto negli ultimi anni. E il suo partito islamico Akp è ideologicamente sensibile all'integrismo sunnita di gruppi come Hamas o i Fratelli Musulmani. Ma il pericolo, rilevano diversi analisti non governativi, ora è anche interno.
PARTITI 3MILA TURCHI. Secondo Milliyet, 3 mila turchi hanno raggiunto lo 'Stato Islamico'. L'Isis recluta nelle grandi città turche, da Istanbul partono pulmini di candidati jihadisti, ha scritto Newsweek. Nessuno si nasconde. Bandiere dell'Isis si vedono su macchine e finestre. «Sono sempre di più a partire e la polizia non fa nulla», ha accuato Kenan Beyaztas, fratello di un ragazzo reclutato attraverso una delle tante societaà religiose nate sotto Erdogan. «Eppure se quattro curdi si riuniscono per strada, lo stato li distrugge. Ovviamente», ha aggiunto, «potrebbero fermarli, se volessero». Stretto fra le ambiguità del passato e il ricatto degli ostaggi Ankara sembra in un vicolo cieco. Eppure «nessun altro paese Nato è esposto quanto la Turchia», ha rilevato l'analista Sinan Ulgen, «alla minaccia dell'integralismo dell'Isis».

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