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L'APPELLO 14 Settembre Set 2014 1630 14 settembre 2014

Csm e Consulta, Grasso: «Serve un accordo»

Il presidente del Senato: «Spero si possa trovare il 15 settembre».

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Il presidente del Senato Pietro Grasso.

La magistratura italiana non può più attendere. E nemmeno la politica. «Spero che domani si trovi una soluzione altrimenti il problema diventa ancora più grave», ha detto il presidente del Senato, Pietro Grasso, sull'ennesima chiamata al voto da parte del parlamento, convocato il 15 settembre dopo innumerevoli fumate nere.
NO COMMENT SU CANDIDATI. A margine della presentazione del suo libro Lezioni di mafia a Isola Maggiore di Tuoro sul Trasimeno, Grasso non è entrato nel merito delle candidature «perché non partecipo», ha ribadito, «alle scelte nella votazione». E ha sottolineato che «si è tentato di andare veloci e ad oltranza».
«DEVONO RIPRENDERE I LAVORI». Grasso ha aggiunto: «Continueremo su questa strada perché abbiamo bisogno di riprendere i lavori parlamentari in quanto le due camere non si possono fermare perché non si trovano degli accordi e delle intese. Ci sono impegni urgenti da prendere per il Paese e non si possono rallentare in questo modo i lavori del parlamento».
Una presa di posizione, quella di Grasso, che non è piaciuta al capogruppo alla Camera di Forza Italia, Renato Brunetta: «Al presidente Grasso, con tutto il rispetto che si merita, dico: la Repubblica prospera con libertà parlamentare e senza ultimatum», ha detto l'ex ministro.
MANCA L'INTESA TRA I PARTITI. Ma alla vigilia del voto sui due giudici della Corte Costituzionale e sui cinque componenti del Csm, tutto sembra ancora in alto mare.
Partito democratico e Forza Italia non riescono a trovare un'intesa sulle candidature, né tra di loro, nonostante le «consultazioni» tra i due quartier generali siano continue, né al proprio interno. E su un punto quasi tutti i parlamentari interpellati sono d'accordo: il 15 settembre dal parlamento riunito in seduta comune (è convocato per le 15) potrebbe arrivare l' ennesima fumata nera (la decima).

Servono almeno i 3/5 dei componenti le camere

Luciano Violante, ex presidente della Camera.

Oltre alla difficoltà di riunire almeno 570 parlamentari (il quorum richiesto è 3/5 dei componenti), il puzzle dei veti incrociati è davvero ancora troppo complesso: diversi esponenti di Forza Italia vorrebbero votare per Donato Bruno (avvocato civilista ed ex presidente della commissione Affari costituzionali della Camera considerato da sempre un falco berlusconiano), ma molti vorrebbero farlo solo dopo che la sua candidatura sia stata resa ufficiale dal partito, abbia ricevuto cioè l'imprimatur da Berlusconi.
BRUNO DIVIDE FI. Ma il Cav, come hanno ribadito da giorni i suoi, sarebbe ancora piuttosto irritato per la decisione di una parte di Forza Italia di «sabotare» il candidato ufficiale, Antonio Catricalà, costringendo quest'ultimo alla fine a fare un passo indietro. E dunque non sarebbe proprio propenso, almeno per ora, a legittimare la scelta di un nome che risulterebbe così non individuato da lui, ma «imposto da una minoranza».
E nell'attesa, non pochi azzurri minacciano domani di votare scheda bianca o di non presentarsi alla Camera per evitare di «bruciare» comunque il nome di Bruno.
I DEM SI SPACCANO SU VIOLANTE. Anche per il candidato del Pd, Luciano Violante, il quadro non si annuncia semplice. Sempre in Forza Italia, si dice che o si ha la garanzia di un altro «nome di peso» da «affiancare» a quello di Violante oppure, loro, l'ex presidente della Camera da solo non lo «voteranno mai» anche perché c'è chi è convinto che il già responsabile riforme Dem «stia facendo il moderato solo per riuscire ad entrare alla Corte». Ma poi «uscirebbe fuori la sua vera anima giacobina». E senza un «contraltare adeguato» sarebbero «guai». In più, Violante, nelle ultime votazioni, non avrebbe raccolto il pieno sostegno del suo partito visto che ha ottenuto 468 voti, nonostante abbiano optato per lui anche esponenti di Lega e Ncd.
L'ACCORDO PASSA ANCHE PER IL CSM. I forzisti insistono: «Se prima il Pd non vota per la Casellati (Fi) al Csm, si scordino che noi diremo sì alla Consulta per Violante. Noi il patto all'inizio lo avevamo rispettato eleggendo tre del Pd e loro hanno detto sì solo a uno del centrodestra», cioè Antonio Leone (Ncd). Nel caso in cui lunedì 15 settembre non si dovesse sciogliere il nodo Consulta-Csm, si dice nella maggioranza, la candidatura dell'ex presidente della Camera potrebbe cadere. E tra le alternative circolano nomi come quelli dei costituzionalisti Augusto Barbera o Stefano Ceccanti.
Secondo quanto si apprende, in Fi si sarebbero fatte anche altre ipotesi oltre a quella di Bruno: quella del presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera Francesco Paolo Sisto e dell'ex Guardasigilli Paola Severino. Ma su quest'ultima Forza Italia non sembra voler sentire ragioni.
VETO FI SU SEVERINO. «Se pensano che potremmo mandare alla Corte chi ha fatto la legge che ha messo fuori dal parlamento Berlusconi sono davvero tutti pazzi», ha sintetizzato con forza un senatore azzurro. Al momento, la certezza è una sola: l'elezione dei giudici della Consulta è legata a quella dei cinque laici del Csm. Se non si sblocca la prima, non risolve la seconda, che non è affatto priva di nodi. Il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio (M5s) ha attaccato, ad esempio, la candidatura di Luigi Vitali (Forza Italia), in quanto imputato per falso. «Renzi sta per battere Berlusconi in indecenza», ha affondato Di Maio che ha invitato i parlamentari «onesti» a contarsi per non votarlo. I togati del Csm intanto hanno rassicurato: da noi nessuna interferenza sulla scelta del vicepresidente.

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