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BASSA MAREA 15 Settembre Set 2014 1133 15 settembre 2014

Scozia, i rischi dell'indipendenza

La vittoria dei sì? Un colpo per l'economia britannica. Spinta fuori dall'Europa.

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Il premier britannico, David Cameron.

Giovedì 18 settembre, 4 milioni di elettori scozzesi sono chiamati a votare sì o no a una semplice domanda: «Should Scotland be an independent country? Yes/No».
Da Londra si dice che il mondo osserva con il fiato sospeso e si cerca di fare il possibile e più per mettere l’elettorato di fronte a tutte le conseguenze, gravi anzi gravissime. Tutte le capitali sperano di vedere scongiurato il rischio di un salto nel buio, e di un esempio pericoloso per i propri separatisti interni. I sondaggi vedono un finale testa a testa anche se le previsioni pendono a maggioranza per una vittoria dei no, ma di misura.
L'ALLARME DELLE BANCHE. Deutsche Bank e Crédit Suisse prevedono un’economia scozzese in depressione se vince il sì e crolli simili a quelli registrati nel 2008 quando due grandi banche fallirono, furono salvate dalla Bank of England e dal Tesoro britannico, e il Pil scozzese perse quasi il 7%.
Un sondaggio di Bloomberg conclude che con il sì la sterlina potrebbe perdere fino al 10% sui cambi. Da agosto, scrive il Daily Telegraph vicino ai conservatori e organo ufficioso degli odiati (dagli scozzesi) Tory, è in atto una fuga dalla valuta britannica.
I nazionalisti scozzesi parlano non più di Uk ma di Ruk, Remainder of the Uk (quel che resta dell’Uk) e non più di Great Britain, ma di Little Britain.
MOMENTO DI GRAZIA PER L'UK. Il referendum arriva in un momento in cui la Gran Bretagna sembrava baciata dalla fortuna, rispetto alla lenta crescita americana e soprattutto alla decrescita, o quasi, europea, per non parlare del Giappone. Da mesi l’ultra Tory Spectator e il Telegraph citano studi britannici secondo cui il Regno Unito fra 15 anni sorpasserà la Germania, indebolita dall’euro, fatto possibile ma non semplice perché è un secolo circa che la tecnologia tedesca ha, nel complesso, battuto quella britannica.
Lo psicodramma, che molti sperano di vedere scongiurato grazie a un possibile prevalere dei no, lascerà comunque vada un segno, anche perché la vittoria degli unionisti non sarà schiacciante, si dice.
La Scozia ha già un parlamento locale eletto per la prima volta nel 1999 e la quarta nel 2011 e con poteri assegnatigli dalla Camera dei Comuni su Scuola, Sanità, Agricoltura e Giustizia, in base allo Scotland Act del 1998.
DEVOLUTION SCOZZESE. È una devolution, una delega. In più ovviamente Edimburgo manda a Westminster i suoi deputati, attualmente 59, di cui un solo Tory, il partito conservatore del premier David Cameron. I Tory raccolgono in Scozia il 16% dei voti e sono così il quarto partito. Ma voti dispersi e solo in una circoscrizione sono maggioranza relativa. E attorno a questa quasi nulla presenza di deputati conservatori in Scozia ruota la spiegazione di che cosa ha portato al referendum.
Non sono antiche lotte fra dominati e dominanti, Braveheart non c’entra. E siamo anche lontani dai dissidi fra le due classi dirigenti durati fino a tutto il 1600 e che solo la bancarotta scozzese dopo avventure finanziarie portò a concludere, nel 1707, con l’Atto di Unione.
IL MODELLO SCANDINAVO. La realtà è quella di una Scozia più «a sinistra», diremmo noi, certamente attratta dal modello scandinavo. Una Scozia che da quando la Gran Bretagna ha vissuto la rivoluzione thatcheriana e blairiana si sente sempre più estranea a Londra.
Nel Dopoguerra laburisti e conservatori mandavano a Londra un numero analogo di deputati. Nel 1979 i deputati Tory scozzesi erano 22. Nel 1992, 11; zero nel 97, e uno da allora in ciascuna legislatura. A Westminster la Scozia ha oggi 41 laburisti, 11 liberali e 6 dell’Snp, lo Scottish National Party che è però il gruppo maggioritario nel parlamento locale e controlla con il premier Alex Salmond il governo locale.
È una storia di estraneità crescente più che di forti contrasti con Londra, su una base di cordiale antipatia.
L'ERRORE DI CAMERON. Due anni fa Salmond e Cameron raggiunsero un’intesa sul referendum, e Cameron commise l’errore di non mettere una terza opzione, quella di una devo max, una accentuata devolution, che oggi comunque sembra essere in realtà l’obiettivo di Salmond, se riuscirà a controllare le forze estreme dell’indipendentismo, in caso di vittoria. Di fatto significherebbe restare con Londra per politica estera e Difesa e, in parte, con la moneta. Ma un sì aprirebbe scenari tutti da esplorare.
Se per esempio la Scozia non dovesse più mandare deputati a Westminster, sarebbe difficile per i laburisti tornare al governo a Londra e i Tory avrebbero il potere a lungo assicurato. Va però detto che Cameron dovrebbe assumersi la responsabilità della sconfitta.
RISCHIO INSTABILITÀ. Certamente, e questo ci riguarda, la Gran Bretagna (o la Piccola Bretagna) entrerebbe in una fase di instabilità e incertezza con varie conseguenze, economiche prima di tutto.
Vari commentatori inglesi - tra cui Anatole Kaletsky, nota firma già del Financial Times e oggi di Reuters - si soffermano sulle possibili conseguenze internazionali del voto scozzese.
Un sì metterebbe fuori gioco Cameron, darebbe più spazio all’ala più intransigente degli euroscettici conservatori e renderebbe sicuro un referendum britannico sulla permanenza nella Ue. «Quindi se la Scozia disfa la Gran Bretagna potrebbe partire una catena di eventi che verosimilmente finirebbe con la Gran Bretagna che disfa l’Unione europea».
Può darsi. Ma l’Unione sopravviverebbe all’uscita di Londra. In fondo il progetto europeo è nato e cresciuto fino al 1973, per 20 anni, senza Londra, arrivata dopo aver constatato che i soldi e l’export erano nel continente. Perché la fine dell’Uk sarebbe la fine della Ue? Sembra di tornare a quel titolo degli Anni 30: «Nebbia sulla Manica. Il Continente è isolato».

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