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MAMBO 16 Settembre Set 2014 1305 16 settembre 2014

Nomine Csm: perché i giapponesi di Pd e Pdl vogliono la guerra

Nomine Csm: Violante e Bruno sono scomodi perché vogliono il dialogo.

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La sede del Consiglio superiore della magistratura francese, in boulevard Haussmann a Parigi.

L'unica ragione politica che può spiegare l'ostracismo di un certo numero di parlamentari verso Luciano Violante e Donato Bruno appartiene più alla storia politico-parlamentare di questi anni che all'ostilità personale verso i candidati.
Finora il parlamento ha eletto, per esempio fra i "laici" del Csm, personaggi molto caratterizzati politicamente. Nessuno si è ribellato perché qualcuno di loro - penso a Casellati e a Leone - è stato pasdaran di Berlusconi.
Quindi il motivo dell'ostracismo verso Violante e Bruno non rientra nei giochi contro la vecchia politica.
DUE CANDIDATI CON POCHE COSE IN COMUNE. D'altra parte la cosiddetta nuova politica si è bulimicamente presa talmente tutto da far immaginare un tardivo rifiuto nel fagocitare posti residui ancorché di alto valore istituzionale.
Violante e Bruno sono personalità diverse con un solo tratto comune. Il primo, dopo un lungo e prezioso curriculum in magistratura, è stato autorevolissimo parlamentare e presidente della Camera rispettato. Vicino a D'Alema, si è tenuto sempre un passetto indietro rispetto ai giochi di corrente, è stato il primo a cogliere il senso del tempo con grande anticipo rinunciando alla candidatura in parlamento motu proprio. Donato Bruno, anziano avvocato romano di origine pugliese, negli anni ruggenti del berlusconismo straripante ha diretto la Prima commissione della Camera, quella detta degli Affari costituzionali, senza prepotenze e con uno spirito di apertura che contraddiceva il clima dei tempi.
Non li unisce quindi né la carriera, l'uno magistrato l'altro avvocato, né la politica, l'uno figlio autentico della sinistra, l'altro berlusconiano di ascendenze democristiane, né comuni frequentazioni, a parte il fatto di essere pugliesi entrambi.
ENTRAMBI UNITI DALLA CULTURA DEL DIALOGO. Ciò che li unisce è di essere stati e di essere tuttora portabandiera del dialogo fra avversari, cioè il fatto che non si siano mai arresi alla logica dello scontro.
C'è nei gruppi parlamentati di Pd e di Forza Italia, invece, un numeroso drappello - così chiamato perché solitamente è guidato da ufficiali di rango inferiore - che non accetta che le parti che si sono tanto odiate collaborino e, addirittura, secondo una vulgata continuino a dialogare nel presupposto maligno che lo abbiano sempre fatto.
I franchi tiratori del Pd hanno quindi una identità certa. Se i plenipotenziari di Renzi vogliono dissuaderli vadano dai prodiani, dai bersaniani accaniti, dagli irriducibili di tutte le battaglie perse.
I forzisti facciano l'elenco di quelli che sono convinti che senza l'appoggio al premier la stella di Forza Italia risplenderebbe, probabilmente per una notte sola.
Cercateli questi giapponesi clandestini, e spiegate loro che quella guerra è finita, anzi, che sono finite tutte le loro guerre, pur essendone cominciate altre che la loro capacità di comprensione non intende.

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