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POLEMICA 16 Settembre Set 2014 0600 16 settembre 2014

Ue, Viviane Reding: «Quote rosa? Serve fare di più»

Reding: Non è colpa dell'Ue ma degli Stati membri, dobbiamo lottare.

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da Bruxelles

Nell’Unione europea, si sa, la cosa più difficile è capirsi. Con 28 Stati membri tutti diversi per lingua, cultura e tradizioni, mettersi d’accordo non è facile. Quindi quando il neo presidente del governo europeo Jean Claude Juncker ha chiesto a tutti i Paesi Ue il rispetto delle quote rosa, la risposta è stata: «Quote cosa?».
Avere una commissione formata da un uguale numero di donne e di uomini è stata un’impresa impossibile per il lussemburghese, che dopo mesi di trattative era anche arrivato a promettere al Paese che avesse nominato un'esponente del gentil sesso un portafoglio importante. Ma niente, ci sono cose che non si possono cambiare. E la prima di tutte è il potere. Maschile.
Così alla fine, nella squadra dei 28 presentata da Juncker il 10 settembre, solo nove sono donne, neanche una in più rispetto a quelle dell’esecutivo precedente di Josè Manuel Barroso.
Il gender balance, che anche l’europarlamento aveva più volte chiesto al capo dell’esecutivo come conditio sine qua non per ottenere il via libera da Strasburgo, è diventato un apostrofo rosa tra le parole discriminazione e maschilismo.
REDING: «NON MI STANCHERÒ MAI DI LOTTARE». Lo sa bene Viviane Reding, ex commissario alla Giustizia, vicepresidente della commissione Barroso e ora europarlamentare, che da anni lotta per ottenere l’uguaglianza di genere. E che più volte si è sentita attaccata non come politica ma in quanto donna. Così accadde nel 2010 quando in un intervento pubblico in cui spiegava la decisione di avviare una procedura contro la Francia per le presunte violazioni dei Trattati Ue durante le espulsioni di migliaia di rom, si permise di alzare il tono della voce e dire: «Quando è troppo, è troppo».
Una reazione che fu etichettata con una sola parola: «Isterica». Pronta fu la risposta di Reding: «In politica, se un uomo batte il pugno sul tavolo, è virile, se lo fa una donna, è isterica». Ecco perché, dice a Lettera43.it, «non mi stancherò mai di parlare e lottare per l'eguaglianza tra i generi». Un’eguaglianza che proprio l’Ue chiede ai propri Stati membri di rispettare sin dal 1957, quando decise di inserire il tema proprio nel Trattato di Roma.

L'europarlamentare Viviane Reding.

DOMANDA. Perché allora le donne sono ancora così sottorappresentate all’interno delle istituzioni europee?
RISPOSTA
. Nell’europarlamento il problema non è così grave come alla Commissione, il 37% della popolazione europarlamentare è donna. Per l'esecutivo il problema invece è sempre lo stesso, anche Barroso si trovò nella stessa situazione: dovette lottare per avere nove donne su 28 commissari.
D. E a distanza di cinque anni è successa la stessa cosa a Juncker: nessun progresso?
R.
Sì, come europarlamentari siamo davvero delusi, e non nei confronti di Juncker ma degli Stati. Ancora una volta i 28 non hanno presentato abbastanza donne come loro rappresentanti. Eppure queste politiche esistono.
D. Non è un'Unione per donne?
R.
Non è un problema solo dell’Unione europea. In tutta Europa il 60% dei laureati è donna, ma l'82% dei membri dei board aziendali sono maschi, quindi c'è qualcosa di davvero sbagliato. Il problema non è che non abbiamo donne qualificate come si dice spesso, le abbiamo, sono capaci di ricoprire incarichi importanti, ma c'è un blocco nella nostra società che impedisce di confrontarsi con le donne, di sfidarsi ad armi pari.
D. Poi però quando servono si arriva persino a 'barattarle', come ha fatto Juncker che ha dovuto offrire ai Paesi portafogli di peso.
R.
Sì è triste pensara a un baratto del genere, ma era l'unico strumento che Juncker aveva per ottenere più donne, ha dovuto lottare a lungo con tanti Paesi.
D. E lei quanto ha dovuto lottare per arrivare dov'è oggi?
R.
Tanto. Quando una donna raggiunge il livello più alto non c'è più grande differenza tra uomo e donna, anche nell'esercitare il potere. Il problema però è arrivare al top. Purtroppo il soffitto di cristallo esiste ancora.
D. Lei come l’ha infranto?
R.
Con il coraggio. Se c'è una differenza tra uomo e donna è proprio questa. A livello politico ho sempre visto che le donne sono più coraggiose, forse perché devono lottare molto di più per ottenere quello che hanno.
D. A quanto pare però il coraggio non basta...
R.
No, ho incontrato molte donne che fanno un ottimo lavoro, ma non sono messe nella condizione di potere andare oltre. Alla fine penso che per me sia stato più facile proprio per questo, perché il mio partito cercava una donna con esperienza e a quel livello non ce n'erano tante.
D. Quindi quando arrivi al top hai più possibilità di emergere?
R.
Sì, negli Mba (Master of business administration, ndr) per esempio le donne non sono molto numerose, ma sono più brave degli uomini, e alla fine raggiungono le migliori posizioni. Il problema è che sono ancora troppo poche.
D. E a questo ritmo, come dice la European Women's Lobby, ci vorranno 52 anni per avere un vero gender balance.
R. No se ognuno di noi si impegna davvero. Le faccio un esempio: quando ho lanciato l'iniziativa della Commissione Women on boards ho incontrato molti amministratori delegati e presidenti di aziende che mi dicevano che volevano sostenerci e assumere donne, ma non le trovavano. Così alcune management schools hanno creato una rete per riunire tutte le donne che avevano esperienza e curriculum. Il progetto è iniziato prima nelle università inglesi e francesi e ora è diventato un movimento mondiale che conta oltre 800 mila curriculum vitae di donne al top level.
D. Forse allora oltre a studiare bisognerebbe farsi sentire di più?
R.
Abbiamo già iniziato a lottare, il parlamento europeo sta facendo molto per migliorare la situazione, ma le donne devo essere più determinate. Dobbiamo alzarci in piedi, mostrare le nostre capacità.
D. Insomma battere i pugni sul tavolo a costo di essere chiamate isteriche?
R.
Isteriche solo perché lottiamo per ottenere ciò che vogliamo? Non credo. E poi basta farlo con il sorriso.

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