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ANALISI 17 Settembre Set 2014 0602 17 settembre 2014

Isis, l'ambiguità della Turchia

Ankara è l'anello debole della Nato.

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L'alleato chiave della Nato in Medio Oriente è anche il più inaffidabile nella lotta ai jihadisti dell'Is (Stato islamico).
La Turchia, nonostante gli sforzi del segretario di Stato John Kerry, ha negato l'utilizzo delle sue basi per i raid. E non ha firmato la dichiarazione di Jedda, con cui Stati Uniti, i Paesi del Golfo Persico, l'Egitto, l'Iraq, la Giordania e il Libano si impegnano a combattere il Califfato.
Intanto nelle mani dei tagliagola ci sono 46 diplomatici turchi sequestrati al consolato di Mosul, l'unico rimasto aperto durante la presa della città poi diventata quartier generale dell'Is.
BERLINO SI DEFILA. I turchi non sono, però, gli unici a lanciare il sasso e ritirare la mano. Tra i 10 Stati dell'alleanza Nato anti-Is anche la Germania si è defilata. Sulle prime si era detta disposta a offrire «assistenza militare a Baghdad», poi la cancelliera Angela Merkel ha specificato che non parteciperà a raid né darà «contributi militari». Berlino ha armato inoltre i peshmerga curdi-iracheni, ma non i comunisti curdi del Pkk.
LE OMBRE DI ANKARA. La posizione di Ankara tuttavia è assai più ambigua di quella tedesca.
Di mezzo ci sono i reiterati sospetti di finanziamenti a gruppi jihadisti (incluso l'Is), il flusso continuo di terroristi dalla Turchia e i molti interessi politi ed economici turchi nella regione. Primi fra tutti, la questione curda e il sogno di un sultanato turco del Terzo millennio.
IL SOGNO OTTOMANO. Pur di ricostruire il vecchio impero ottomano, Ankara ha mostrato spregiudicatezza, ribaltando alleanze e chiudendo gli occhi sui terroristi.
O il pasticcio è talmente sfuggito di mano da far esitare il governo turco ad agire sui confini porosi per i timori di un'aggressione imminente. Oppure, temono gli Usa, i turchi fanno il doppio gioco, cavalcando il sogno di un nuovo, grande Califfato islamico a sud-est dell'Europa.

Prima il soft power, poi le armi per la Primavera araba

Autobus pronti a partire tra Siria e Iraq.

Le mosse di Ankara sono contraddittorie, ma sempre coerenti con le sue mire espansioniste.
Prima della Primavera araba, il tre volte premier Recep Tayyip Erdogan seguiva la politica di soft power dello stratega Ahmet Davutoğlu, eminenza grigia promosso poi a premier.
Per esportare il modello di islamismo conservatore dell'Akp (Partito di Giustizia e Sviluppo), la Turchia dialogava con la Siria, con l'Iran, persino con i curdi iracheni, dai quali importava petrolio.
DAL PACIFISMO ALLA GUERRA. Ma esplose le rivolte, Erdogan ha di colpo troncato con il pacifismo, foraggiando senza sottilizzare i ribelli di Siria, Egitto e Libia. L'immagine di Davutoğlu, colto professore e ministro degli Esteri, musulmano moderato e collaborativo, ne è uscita irrimediabilmente compromessa.
Con la minaccia jihadista, Erdogan è corso infine a dialogare con l'Iran del presidente Hassan Rohani, quasi tornando sui suoi passi. Perché, allora, al contrario degli arcinemici degli Usa che arginano i flussi dall'Iraq e dall'Afghanistan, i turchi non sono stati capaci di bloccare i jihadisti ai confini?

Il flusso di jihadisti al confine e i soldi ai qaedisti

Un fotogramma del video dell'Isis sull'esecuzione di David Haines.

Le regioni siriane vicine alla Turchia sono state le prime a essere occupate dai jihadisti. Chi ci è passato descrive un flusso ininterrotto di estremisti. I circa 910 chilometri sono i meno sicuri dall'esplosione della guerra civile. E i giornali hanno anche riportato di pullman turchi con le bandiere dell'Is carichi di miliziani: oltre 3 mila sarebbero i turchi cittadini dello Stato islamico.
Notizie impossibili da verificare per il caos e la propaganda. A onor del vero è sempre meno chiaro chi, dal 2011, finanzi e abbia finanziato i jihadisti di al Baghdadi, e anche le altre sigle, tra sauditi, Qatar, Kuwait, Turchia. E, agli esordi, anche tra le potenze occidentali.
AL FIANCO DEL QATAR. Ufficialmente la Turchia starebbe con il Qatar dalla parte di al Nusra, che, non a caso ha rilasciato un ostaggio americano, porgendo il ramo d'ulivo agli Usa. E, come rappresaglia, l'Is avrebbe sequestrato decine di turchi a Mosul, console incluso.
Tra le molte indiscrezioni, si è anche scritto di un pasticciaccio della Cia: far allestire in Turchia, ai confini con la Siria, i campi d'addestramento dei ribelli siriani, così da separare il grano dal loglio.
Riluttanti fino all'ultimo nell'armare gli insorti del Consiglio nazionale siriano (Cns) per il timore di infiltrazioni qaediste, con inglesi e francesi gli Usa avrebbero voluto scremare i più pericolosi dalle milizie islamiste, brigate al Nusra inclusa. La «bad company» sarebbe poi migrata da al Baghdadi.

Le mire di Erdogan sul Califfato islamico sunnita

Miliziani dell'Isis.

Come sia andata non si sa, ma quel che è successo è sotto gli occhi di tutti. Incolpare la Turchia di collusioni con l'Is potrebbe essere un modo per lasciare Erdogan con il cerino in mano. Ankara però potrebbe anche bluffare.
Chi sta con l'Is vince e i territori del Califfato sunnita fanno parecchia gola ai turchi. Ancora fino al 1920, la metropoli siriana di Aleppo era il fiore all'occhiello dell'impero ottomano e, fino all'indipendenza del 1946, la Turchia ne ha mantenuto il controllo dello storico porto.
DAI GENERALI AI SULTANI. Con l'Akp al potere, nell'ultimo decennio Ankara si è inoltre sganciata (per quanto possibile) dall'orbita filo-americana, riannodando, in Asia e in Africa, i fili spezzati della dominazione ottomana.
Gli aspiranti sultani hanno via via estromesso i generali atlantisti, tessendo rapporti con il Caucaso e le regioni arabe, musulmane e turcomanne. Eclissato dietro Davutoğlu, ora il presidente Erdogan ha di fronte un'occasione ghiotta.
Tra le voci diffuse, c'è poi anche quella del crescente contrabbando di petrolio dallo Stato islamico verso Ankara oltre che verso la Siria di Assad.

I traffici alla frontiera e le paure sul Kurdistan

Miliziani jihadisti.

Notizie ancora di parte, da prendere con le pinze. Come quelle, trapelate da ambienti curdi, di un lucroso traffico di organi alla frontiera, proliferato grazie alla complicità dei militari turchi.
Attorno al Califfato gira ormai un inarrestabile flusso di soldi: occupati pozzi e raffinerie, l'Is ha subito dimostrato una straordinaria capacità di management delle strutture, imbastendo, in pochi mesi, un business fiorente stimato in circa 2 milioni di dollari al giorno dal Brookings Doha Center.
UNO STATO TRANSNAZIONALE. A frenare Ankara sull'appoggio alla coalizione anti-Isis c'è infine il timore della nascita di uno Stato curdo tra Siria, Iraq e Turchia.
Come la Germania, Erdogan usa da tempo due pesi e due misure: dialoga con il Kurdistan iracheno e con curdi in Turchia (grandi promesse, qualche concessione) ma, nelle zone contese, contrasta i guerriglieri del Pkk e i curdi siriani.
Gli interessi - inclusi quelli turchi - per accaparrarsi le terre del Levante (la Grande Siria dell'era islamica pre-colonialista) sono enormi e la lotta furibonda.


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