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ANALISI 17 Settembre Set 2014 1128 17 settembre 2014

Medio Oriente, il fronte anti-Is scricchiola già

L'Iran e l'Arabia saudita prendono tempo. La Turchia è ambigua. E gli Usa tremano.

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Combattenti dell'Isis.

Per molto tempo ha regnato il silenzio e la sottovalutazione del nascente Stato islamico dell’Iraq e del Levante, oggi Stato islamico; quindi un brusco soprassalto imposto da intollerabili violenze, emergenze umanitarie e interessi nazionali e geopolitici messi a rischio. Infine il rigetto universale del barbaro sgozzamento di diversi innocenti, fra i quali un primo e poi un secondo giornalista americano, e poi un cooperante britannico con la lugubre prospettiva di non meno temibili azioni di morte condotte anche in Occidente e nell’intera regione.
Prospettiva alimentata dalle informazioni diffuse sul gran numero di combattenti stranieri, diverse migliaia si sottolineava, accorsi dai quattro angoli della Terra, anche dall’Italia, per integrare le truppe di Abu Bakr al Baghdadi, il capo dell’Is. E si ragionava sul rischio di questi combattenti al loro ritorno in patria e su quello più incombente dei loro amici-sodali rimasti a casa, in attesa.
IL FASCINO PERICOLOSO DEL RINASCIMENTO ISLAMICO. Si ragionava sulle ricadute “promozionali” derivanti dagli impressionanti successi che le milizie dell’Is stavano conseguendo sul terreno e dalla proclamazione del Califfato. Le stringhe comunicative dei social network consentivano di comprendere la loro grande e seducente forza evocativa di un possibile rinascimento del periodo aureo dell'Islam e di un riscatto dal tallone dell'Occidente e dal veleno di usurpatori ed eretici. A cominciare dalla lotta ai regimi di marca sciita siriano e iracheno sulla quale ha ottenuto tanto consenso o almeno non belligeranza sul suo terreno di conquista.
Si lamentava il fatto di aver lasciato per troppo tempo fermentare il suo vitale brodo di cultura, cioè l’attuale crisi siriana che trova radici anche nella strage dei sunniti di Ḥāfiẓ al Asad e la disastrosa gestione settaria dell'Iraq post Saddam Hussein. Malgrado la narrazione di sé che l’Is diffondeva a piene mani. Ed è incredibile che ancora oggi si valuti la consistenza dell’Is tra un minimo di 10 mila e un massimo di 50 mila unità.
L'IS NON È UN SEMPLICE GRUPPO TERRORISTA. Cresceva la consapevolezza che l’Is fosse e sia qualche cosa di più e di diverso rispetto a un gruppo terrorista. Che usi lo strumento del terrorismo e dello stragismo, certo, ma punti anche a porsi come organizzazione in grado di gestire un territorio già oggi vastissimo, tra Siria e Iraq; di finanziarsi riccamente col petrolio e altri proventi, non solo di matrice estorsiva; di stabilire alleanze con tribù sunnite locali solo in odio al potere di Baghdad e di Damasco. Di inserirsi decisamente nell'aggrovigliata faglia sciita-sunnita della regione con un’agenda protagonistica che potrebbe serbare sorprese nel superamento dell’attuale equilibrio geopolitico regionale.
E questo è riuscito a fare sull’altare dell’Islam, sebbene con modalità abbiette. Islam distorto e strumentalizzato politicamente, certo, ma vessillo totalizzante proprio in quanto religioso.
Di ciò occorre essere consapevoli per cogliere il nodo che ne lega il futuro all’esito del processo di governance che si riuscirà a far maturare sia in Siria che in Iraq e che ha nella faglia settaria sciita-sunnita e intra-sunnita la sua chiave, nel bene e nel male. Col corredo del puzzle curdo.

Iran e Arabia non sono disposti a favorire una vera mediazione

Barack Obama, presidente degli Stati Uniti.

In Iraq la ricetta è teoricamente semplice, e dovrebbe consistere nella formazione di un governo di unità nazionale tale da garantire alle componenti sunnite un’effettiva compartecipazione al governo del Paese e dunque le premesse per tagliare l’erba sotto i piedi all’Is che sulle rivendicazioni sunnite ha basato buona parte del suo consenso locale. In realtà il nodo è più stretto. Lo sta constatando lo stesso al Abadi col suo governo pletorico e lacunoso e a rischio di fare la fine del vaso di coccio tra i vasi di ferro di Teheran e Riad che non sembrano ancora disposti a favorire una mediazione degna di questo nome; neppure sull’altare della dichiarata convergenza sulla lotta all’Is.
Probabilmente perché essa non è così trasparente e perché non può prescindere dalla crisi siriana, per dare la svolta alla quale Iran e Arabia saudita dispongono ancora, ma non per molto, di leve sufficientemente forti.
WASHINGTON TORNA PROTAGONISTA. La lotta all’Is in Siria potrebbe costituire il ponte su cui far transitare una convergenza di interessi per quel negoziato ginevrino mai ripreso ma meritevole di riconsiderazione. Altrimenti la dinamica siriana si aggroviglierà ulteriormente.
Su questo sfondo va dato atto a Barack Obama di aver lanciato da Washington la strategia globale che dovrebbe portare all’indebolimento e quindi all’annientamento dell’Is. Non perché un simile obiettivo sia a portata di mano ma perché è riuscito a riporsi al centro di un’imponente azione multilaterale avviata col vertice della Nato e culminata con la Conferenza di Parigi, ad affermarvi un proprio ruolo di leadership, abbandonando almeno in linea di principio l’opzione del leading from behind e riposizionando il Medio Oriente sulla linea d’orizzonte della politica estera americana. Ad affermare l’esigenza di una strategia di interventi che sulla carta sembrerebbe non lasciare scampo al Califfato. Ma non è detto che sarà così.
LA POSIZIONE AMBIGUA DELLA TURCHIA. Innanzi tutto perché tra il dire «Siamo pronti a tutto!» e il fare c’è' di mezzo il classico mare, in primis quello delle agende vere dei singoli «volonterosi». Che restano opache o in fieri un po’ su tutti i versanti della strategia annunciata, da quello militare, delegato in larga misura agli attacchi aerei americani, alla cooperazione dei servizi di intelligence a quello del controllo dei flussi finanziari e umani.
Con la Turchia che, per esempio, vuoi per proteggere i suoi 49 ostaggi, vuoi per timore del processo rivendicativo curdo, ha assunto una posizione ambiguamente attendista. Mentre la Russia invoca la legittimazione delle Nazioni Unite per far capire a Washington che la partita in atto la vede ancora attore ineludibile.
Resta il dubbio che questa coalizione non faccia la fine ingloriosa degli Amici della Siria. Washington ne sembra timorosa e cerca di serrare i ranghi dei volonterosi mentre dal Pentagono si riconosce che l’Is non sembra particolarmente fiaccata dagli attacchi aerei, giunti alle porte di Baghdad.

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