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SPIN DOCTOR 17 Settembre Set 2014 1208 17 settembre 2014

Quante opere incompiute, serve più dialogo col territorio

NoTav, NoTap, NoNavi: se dilagano è colpa di aziende e istituzioni. Che non dialogano.

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Un manifestante No Tav.

Si avvia forse una nuova stagione di infrastrutture e già si animano comitati e proteste.
Basterà il nuovo Sblocca Italia a riavviare la costruzione di infrastrutture indispensabili a riportare l’Italia al passo con l’efficienza richiesta a un Paese moderno? Tutti sperano di sì. Tuttavia qualcosa non torna.
336 OPERE BLOCCATE O OGGETTO DI PROTESTE. Se l’opera è bloccata da anni spesso dipende dai finanziamenti che vanno e vengono, ma il più delle volte è perché aziende e istituzioni non sono riuscite a far capire alla popolazione del luogo il valore dell’intervento. Anzi, quasi sempre non si tenta nemmeno di spiegarlo, salvo poi accusare, per ogni ritardo, la sindrome Nimby.
Certo non c’è da scherzare se si contano ancora ben 336 opere bloccate o oggetto di contestazione (fonte: NimbyForum) e se il numero non diminuisce. Anzi, dai NoTav siamo ai NoTap, e poi i NoNavi a Venezia, NoCoke a Brindisi, NoIlva a Taranto, NoTrivelle in Sicilia, No..No..No per rigassificatori, strade, termovalorizzatori.
UN PRIMO PASSO AVANTI: IL DÉBAT PUBLIC. Ci si attendeva nel testo annunciato dal Consiglio dei ministri una norma di cui si parla da tempo e che introdurrebbe anche in Italia il modello del débat public francese sul quale si è poggiata, ieri e oggi, la costruzione di centrali nucleari, depositi e altre infrastrutture non certamente facili da far digerire. Il concetto è semplice. Tutti hanno diritto di avere informazioni chiare ed esaustive, tutti hanno diritto di chiedere e offrire soluzioni migliorative del progetto. Il dibattito è pubblico, aperto e moderato. Deve durare un periodo di tempo ben definito, ma alla fine si decide: l’opera si fa, si fa modificandola o non si fa. Sarebbe bene dunque riprendere studi e testi già pronti nei vari ministeri e varare questa piccola riforma che di per sé sarebbe già un segnale positivo, anzi di più, un fatto concreto.
L'INCOMPETENZA DI CHI PROPONE I PROGETTI. Trasparenza e coerenza. Basta? Certamente no. A sostenere le proteste ci sono di sicuro interessi economici e politici, ma spesso c’è anche molta superficialità, se non incompetenza nei proponenti dei progetti. Vediamo cosa andrebbe e cosa non andrebbe fatto:

1. Prima di immaginare un’opera infrastrutturale è bene fare delle analisi socio-economiche sul territorio per capire quali sono le priorità della comunità, le sue paure e le speranze. Senza sottovalutare o dimenticare le analisi storiche e culturali. È noto il caso del rigassificatore californiano che si voleva costruire in quello che per le comunità autoctone era la porta del paradiso. Ovviamente è stato spostato.

2. Aprire con il territorio un confronto sul progetto, prima che sia definito nei dettagli operativi. Questo consente di concedere qualche modifica utile a un migliore inserimento dell’opera sul tessuto territoriale.

3. Avviare una comunicazione trasparente e chiara, differenziata però per i diversi pubblici. Non possiamo parlare ai bambini delle scuole come ai professori universitari, ai pensionati come agli immigrati. A ognuno il suo messaggio e la sua comunicazione dedicata.

4. Non ci devono essere pause nella comunicazione. Dall’avvio del progetto alla realizzazione dell’opera deve essere una unica sinfonia, con strumenti diversi ma senza silenzi.

5. Usare i social network per aprire e mantenere il dialogo con la comunità, per monitorare le proteste e raccogliere i suggerimenti. Ma non solo. Sul territorio hanno ancora la prevalenza i media tradizionali: stampa, radio, tivù,

6. E va evitato l’effetto Davide contro Golia. Anzi più sapremo agire con metodi grassroots (cioè guidati dalla politica della comunità) più saremo vincenti.

* Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma
Twitter @gcomin

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