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STRATEGIE 20 Settembre Set 2014 0800 20 settembre 2014

Is, Israele si muove dietro le quinte

Tel Aviv non si espone. Per proteggere gli alleati. Ma li rifornisce di informazioni.

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Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu. © Getty

L'Is? «Poche migliaia di terroristi sui pick-up, armati solo di kalashnikov».
Il giudizio dell'ex capo dei servizi segreti israeliani Amos Yadlin, top advisor per la sicurezza nazionale, stride con la campagna occidentale di grande allarme sui jihadisti dello Stato islamico in Siria e Iraq.
L'Europa e gli Usa, a migliaia di chilometri di distanza, temono il dilagare dei kamikaze di ritorno e sono pronti a tutto (armi ai ribelli, raid, truppe) per fermare la minaccia. Ma Israele, un lembo mediorientale tra le alture del Golan siriano e il Sinai egiziano infestati di jihadisti, ostenta tranquillità preferendo rivolgere l'attenzione ai razzi da Gaza e alla bomba atomica iraniana.
YADLIN MINIMIZZA. A distrarre l'opinione pubblica israeliana dai miliziani che terrorizzano il Nord della Siria e dell'Iraq sono generali di prim'ordine come Yadlin, che sul Jerusalem Post, per esempio, assicura di «non avere alcun timore dell'Is».
«Uccidono i loro prigionieri in modo choccante, attirando l'attenzione dei media. Ma occupano terre che nessuno vuole, come le aree sunnite neglette del Nord Est della Siria e le regioni deprivate dell'Iraq».
INFORMAZIONI AGLI ALLEATI. La versione ufficiale del Mossad è che è «più problematico eliminare gli operativi di Hamas negli ospedali di Gaza che i terroristi dell'Is». Se Israele volesse, li eliminerebbe in un batter di ciglio, molto più velocemente delle milizie sciite di Hezbollah: solo che non gli interessa e si tiene a distanza dalla faccenda.
In realtà, off the record, l'intelligence israeliana è da mesi la principale centrale di smistamento delle informazioni riservate raccolte sullo Stato islamico. Non solo, si presuppone, per gli Usa e gli 007 occidentali, primi alleati di Israele. Ma, dichiaratamente, per gli Stati arabi, schierati con il presidente americano Barack Obama.

Gli archivi dell'intelligence israeliana a disposizione della coalizione anti-Is

Sauditi, egiziani, emiri del Golfo, libanesi e giordani confinanti, che pure vedono spuntare qua e là bandiere dell'Is nella loro piazze, pescano tutti da lì.
Non ne ha fatto mistero neanche il premier israeliano Benjamin “Bibi” Netanyahu, che, dopo aver accostato le esecuzioni pubbliche di Hamas ai video dello Stato islamico, archiviata la guerra di Gaza ha confermato le indiscrezioni dei media, sui molti servizi d'intelligence forniti da Israele alla coalizione internazionale anti-Is: «Una parte del nostro sforzo è nota, un'altra meno».
Notizie strictly confidential, non reperibili altrove, verrebbero trasmesse dagli archivi più aggiornati e accurati del mondo, in particolar modo, sulla Siria: un'area tradizionalmente filo-iraniana dove, da decenni, l'esercito di 007 israeliani (il Mossad è uno dei vari rami) è impegnato nel reperire informazioni, per i governi filo-americani, privilegiate e di alta qualità.
«IS, DISEGNO ISRAELIANO». Non a caso, quando esplosero le rivolte siriane, gli allineati dell'asse antagonista (Russia, Iran ma anche i palestinesi di Gaza e della West Bank) puntarono subito il dito contro le spie israeliane, considerate gli architetti occulti della destabilizzazione del regime di Bashar al Assad.
«I terroristi venuti da fuori» citati da Damasco sarebbero insomma una creatura del Mossad nata per spaccare l'Islam tra sciiti e sunniti, mantenendo in piedi Israele. Tra le rivelazioni attribuite alla talpa del Datagate Edward Snowden (rifugiato in Russia), è spuntato anche un presunto training dell'autoproclamato califfo dell'Is, Abu Bakr Al Baghdadi, nei servizi di sicurezza israeliani del Mossad. E ironicamente, Isis (sigla transitoria dello Stato islamico) è stato ribattezzato dai dietrologi «Israeli secret intelligence service».
ACCUSE INCROCIATE. Anche in un regime d'intelligence compatto qual era, prima della guerra civile, la Siria protetta da Mosca e da Teheran, tuttavia l'opera di controllo e depistaggio delle notizie e degli stessi gruppi armati è una pratica che, tuttora, rende estremamente complicato capire chi piloti davvero le sigle estremistiche proliferate in un Paese ormai raso al suolo.
Le accuse di complotti sionisti e anti-sionisti sono reciproche. Per il fronte sunnita (in conflitto con Assad e protetto dalla coalizione anti-Is), infatti, in Siria la nascita dello Stato islamico ha rafforzato Damasco e ridotto all'impotenza, nella polarizzazione, l'opposizione moderata. L'aviazione siriana avrebbe bombardato gli insorti, cannibalizzati dall'Is, ma non le postazioni del Califfato, lasciandolo espandere, finché il pericolo non è stato abbastanza grande da costringere gli Usa a intervenire.

Low profile per guidare i sauditi senza comprometterli: «L'Is è lontana»

Se, per i sunniti della Fratellanza musulmana, l'Is è un disegno del regime siriano e della longa manus iraniana, per gli sciiti lo è delle potenze sunnite interessate all'egemonia (Turchia, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati) e, dietro a loro, di Israele.
L'Italia, come altri governi gregari della Nato, si è ritrovata trascinata dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna in una guerra contro i jihadisti dello Stato islamico, che nessuno dice di non sapere più da chi siano manovrati e finanziati. Ormai, le massimo 32 mila (per la Cia) unità dell'Is sarebbero talmente sveglie e bene organizzate da fare e disfare tutto da sole.
Netanyahu ha bandito lo Stato islamico e ogni affiliazione, convocando anche una riunione d'emergenza del Gabinetto di sicurezza.
RIAD HA UN PROBLEMA DI REPUTAZIONE. Ma è massimo interesse di Israele mantenere un profilo più basso possibile: uscire allo scoperto come membro della coalizione anti-Is metterebbe innanzitutto difficoltà i sauditi, alleati di punta degli Usa, con la loro opinione pubblica interna musulmana e, più in generale, con i milioni di credenti che, ogni anno, vanno in pellegrinaggio alla Mecca.
Per i reali di Riad è essenziale mantenere una posizione anti-israeliana, collante dell'Islam, di facciata. Da parte loro, anche gli Stati Uniti frenano Netanyahu nel cavalcare populisticamente la nuova guerra al terrore, per poter intessere, sotterraneamente, collaborazioni anti-Is con l'Iran. L'intelligence israeliana, infine, getta acqua sul fuoco, perché pilotare le operazioni da dietro è più sicuro e dà molto più margine d'influenza e d'azione.
I vertici dell'Israeli defence force (Idf) minimizzano, ripetendo che è molto più difficile liberarsi dei «terroristi di Gaza e di Hezbollah», braccio dell'Iran in Libano, che non dell'Is: «Non sono vicini al confine israeliano ma lontano, nel Nord-Est della Siria. E tra i palestinesi e gli arabi israeliani hanno un seguito piuttosto basso».
I PREZIOSI DATABASE DI TEL AVIV. Minacce più immediate arriverebbero dai gruppi jihadisti rivali, come i qaedisti del Fronte di al Nusra in Siria, che controllano il Golan. O dagli estremisti islamici basati nel Sinai, al confine tra Israele ed Egitto: una minaccia comunque «vecchia» e svincolata dall'Is.
Poco importa se i rami di al Qaeda in Maghreb e Yemen chiamano i loro mujaheddin a schierarsi contro la coalizione anti-Is (dunque con l'Is?): gli israeliani avranno le loro informazioni.
La stampa ha scritto che, grazie ai satelliti spia israeliani, il Pentagono ha colpito più facilmente le basi dello Stato islamico in Iraq.
Ma anche prima di agosto, i database israeliani sugli occidentali e sugli arabi andati combattere come mujaheddin in Siria e in Iraq, sono stati per tutti materiale molto prezioso.

Twitter @BarbaraCiolli

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