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INTERVISTA 23 Settembre Set 2014 0929 23 settembre 2014

Ivetic: «L'Ucraina? La nuova Bosnia»

Una federazione. Per Ivetic sarà questo il modello di convivenza tra Ue e Mosca.

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Niente più missili né tank. Le forze governative ucraine hanno iniziato il ritiro delle armi pesanti, inclusa l'artiglieria, dalla zona occupata dai separatisti dell'Ucraina sud orientale. L'accordo firmato a Minsk il 19 settembre da Russia, Ue e Ocse sembra reggere. E la crisi va normalizzandosi. Ma per quanto?
I ribelli filorussi hanno già annunciato di non voler partecipare alle elezioni fissate per il 26 ottobre. Mentre i pacifisti marciano a Mosca. L'aria dunque resta tesa.
«UNA NUOVA BOSNIA DIVISA». «Si andrà avanti così tra negoziati, tregue e ripresa delle tensioni: ci vorrà del tempo», ha spiegato a Lettera43.it Egidio Ivetic, professore di Storia dell'Europa orientale all'Università di Padova. «Alla fine si potrebbe creare una situazione federale simile a quella dell'attuale Bosnia, divisa in regioni culturalmente diverse e in differenti sfere di influenza», ha puntualizzato.
Del resto «l'Ucraina ha in questo momento lo stesso ruolo che hanno avuto i Balcani a inizio 900».

Egidio Ivetic, docente di Storia dell'Europa moderna e storia dell'Europa orientale all'Università di Padova.  


DOMANDA. Cioè terreno di scontro tra due «imperi», quello russo e quello europeo?
RISPOSTA. Da una parte c'è una logica territoriale, da Grande Russia, dall'altra c'è un mercato, uno spazio politico nato attorno a una moneta, l'euro. Dalla fine della Seconda Guerra mondiale o, meglio dal 1948, da quando le potenze europee hanno sposato la Guerra fredda entrando nella Nato, l'Europa ha smesso di avere una visione territoriale strategica, ha difficoltà a definirsi.
D. La Russia al contrario propone un'identità forte. I ribelli chiamano il Sud Est dell'Ucraina Nuova Russia.
R. Del resto è sempre stato così: prima con Pietro il Grande, poi con Stalin, ora con Putin. È sempre la Russia a definire il limite occidentale dell'impero. E in questo momento Mosca si sta riposizionando nel mondo.
D. Quindi le mosse di Putin erano prevedibili?
R. L'Ucraina è una zona di frattura, su cui si scaricano interessi e conflitti di stampo imperiale. Il Paese ha fatto parte del Gran Ducato di Lituania, popolato di cosacchi e di tatari, miscuglio di popoli e identità europee, poi è diventato parte della nuova Russia zarista. Poi, di nuovo, è stato riconquistato da Stalin. E ancora oggi, da Ovest a Est ci vivono cattolici, unionisti, ortodossi: è sempre stata una terra di frontiera. Diciamo che se uno guarda al lungo periodo, la verità è che la Russia fa quello che ha sempre fatto.
D. Cancella in un solo colpo gli anni 90?
R. La differenza è che negli Anni 90, dal punto di vista economico, l'Ucraina economicamente andava molto meglio della Polonia. Poi la seconda è entrata nell'Unione europea e sta avanzando a ritmi di sviluppo sostenuti.
D. Quindi il mercato dovrebbe vincere sull'impero. Eppure non sembra sia così...
D.
La mancanza di una dimensione europea tangibile, vivibile, la mancanza di definizione ha delle conseguenze: si scarica sui confini e sulle periferie.
D. Si riferisce ai movimenti secessionisti come quello catalano o quello scozzese?
R. Si tratta sempre di un problema di orizzonte. La Scozia aveva da una parte il modello inglese, che è diverso da quello dell'Unione europea, ed è un modello imperiale anche se in crisi, dall'altra aveva la possibilità di abbracciare il modello scandinavo: un territorio più piccolo e grandi ricchezze in idrocarburi. Ma i problemi maggiori li hanno le grandi nazioni europee.
D. Perché?
R. Diceva Labriola nel 1901, che l'Italia è troppo piccola al confronto della sua grande storia, ma è anche troppo grande per essere una Svizzera. Le grandi nazioni europee non hanno le dimensioni per far funzionare un modello scandinavo, ma non hanno nemmeno una visione politica in grado di sopravvivere al di fuori dell'Unione europea.
D. Insomma, dobbiamo imparare a sopravvivere in un mondo nuovo.
R. Sì, però al momento l'Ue non riesce a definirsi, a partire dai suoi confini. Le frontiere europee sono tre. La prima va dalla Svezia alla Spagna, è l'affaccio sull'Atlantico.
D. E le altre due?
R. Il secondo confine, quello dell'Europa orientale, è stato storicamente ridefinito dalla Russia. Mentre il terzo è il Mediterraneo, da sempre al centro di tensioni e interessi, ma oggi nemmeno riconosciuto come frontiera.
D. Insomma, l'Europa ha bisogno di elaborare una visione strategica complessiva?
R. Dobbiamo sopravvivere a un mondo nuovo in cui le logiche nazionali non esistono più: siamo di fronte a una nuova spartizione delle sfere di interesse tra civiltà.
D. Putin sta stringendo nuovi accordi di cooperazione con la Cina...
R. Verso l'Asia, Mosca ha sempre alternato periodi di disinteresse a periodi di riposizionamento strategico. Ora sta ridefinendo i suoi interessi sul Pacifico. Ma per esempio nei Balcani i Paesi arabi si fanno avanti attraverso un intelligente soft power. Ha aperto persino al Jazeera Balkans, mentre la Turchia ci prova con l'hard power delle fregate militari.
D. L'Ucraina è solo uno dei fronti aperti. Ma sicuramente il più pericoloso.
R. E invece non dovrebbe esserlo, perché Putin almeno esprime una politica e una visione. Una Russia non governata o debole come nel periodo di Eltsin, il peggiore per Mosca, sarebbe un problema persino più grave per l'Europa, basta pensare a quello che sta succedendo in Medio Oriente dove sono saltati tutti gli equilibri.
D. Se l'Europa avesse capacità strategica il problema non si porrebbe?
R. Dico che non si può escludere la Russia dal nostro orizzonte, dobbiamo accettare che stia ridefinendo un confine. In maniera intelligente, bisogna trovare un equilibrio tra le esigenze dell'Europa e quelle della Russia.

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