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RIFORME 23 Settembre Set 2014 1428 23 settembre 2014

Jobs act, minoranza Pd: sette emendamenti

I dissidenti sono tra i 28 e i 40. E Renzi potrebbe aver bisogno di Fi al Senato.

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Miguel Gotor, senatore Pd.

Sono 700 in tutto gli emendamenti al Jobs act presentati in Senato. Una quarantina quelli presentati dal Pd. Ma a far discutere sono soprattutto sette, quelli presentati dalla minoranza dem.
Si tratta di proposte che hanno raggiunto, a seconda dei casi, dalle 28 alle 38 firme (leggi il documento in pdf). Molte delle quali aggiunte a mano, di corsa, sui fogli stampati che passavano tra i banchi. E che potrebbero creare qualche grattacapo a Matteo Renzi.
SENATO IN BILICO. A Palazzo Madama, infatti, il governo può contare su una dozzina di voti. Se qualche dissidente decidesse di alzare la posta in gioco e votare contro, allora al premier non resterebbe che accettare quel «soccorso azzurro» su cui l'aveva messo in guardia il presidente della commissione Lavoro alla Camera Cesare Damiano. E che, sempre parole del piddino, potrerebbero «conseguenze politiche» pesanti. Uno scenario che Renzi vorrebbe escludere. E che porterebbe, ma il condizionale è d'obbligo, a una scissione all'interno del Nazareno.

Art. 18 per i neoassunti dopo tre anni

Le modifiche vanno dalla precisazione in merito all'articolo 18 al capitolo degli ammortizzatori.
La novità più importante riguarda l'articolo 18, che secondo la proposta di modifica vale pienamente per i neoassunti dopo i primi tre anni di contratto a tutele crescenti. «Non è in discussione l'impianto della delega», ha spiegato la senatrice Cecilia Guerra, tra le prime firmatarie, «gli emendamenti sono contributi costruttivi nel merito per migliorare il provvedimento, non sono ideologici».
GUERRA: «NESSUN AUT-AUT». Guerra non ha chiuso, comunque, a un voto favorevole alla legge delega anche senza che le modifiche presentate vengano ricevute: «Gli aut aut non sono nel nostro spirito». «Non sono una valanga di emendamenti, non vogliamo conflitti né facciamo agguati», ha aggiunto il senatore Federico Fornaro, primo firmatario degli emendamenti. La mattina del 23 settembre i senatori democratici si sono incontrati a Palazzo Madama con il ministro del Lavoro Giuliano Poletti e il responsabile Economia del Pd Filippo Taddei.
Poletti ha ribadito che non è in discussione il reintegro per licenziamenti discriminatori, mentre su tutti gli altri temi, il Pd e il governo «guarderanno tutte le questioni che sono aperte».
SACCONI: «PROPOSTE IRRICEVIBILI». E se per Damiano, «gli emendamenti indicano la strada giusta» e «sono correzioni relative non solo all'art.18 ma anche alle mansioni, ai controlli a distanza e alla cancellazione delle forme più precarie di lavoro», le modifiche proposte hanno già trovato una forte opposizione nel Nuovo centrodestra.
«Gli emendamenti della minoranza Pd sono irricevibili», ha sbottato il senatore Maurizio Sacconi. «Ipotizzano il contratto a tempo indeterminato con un assurdo periodo di prova senza art.18 di tre anni confermando, tra l'altro, che l'art.18 è modificabile ma poco. È una proposta senza senso».
Sacconi ha proseguito: «È una proposta senza senso perché la flessibilità in un triennio è già garantita dalla liberalizzazione dei contratti a termine. Su mansioni e controlli a distanza consentono solo accordi sindacali come già dispone la legge vigente prodotta nel 2011 ma poco attuata per le diffuse resistenze sindacali a rendere flessibili le mansioni e a utilizzare le tecnologie per consentire il telelavoro con i relativi canali di comunicazione».

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