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MAMBO 23 Settembre Set 2014 1130 23 settembre 2014

Pd, la guerra con Renzi è un suicidio

La battaglia per l'art. 18 è miope. E controproducente. In caso di scissione Bersani finirà come Diliberto. E la sinistra perderà un'occasione importante.

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Matteo Renzi, presidente del Consiglio italiano.

Il Pd sembra vicino alla scissione. Lo dicono i toni usati nel contrasto sull'articolo 18. E lo dice soprattutto la sensazione che si va diffondendo nelle fila della cosiddetta «vecchia guardia» che Renzi sia il «nemico».
LO SCHIAFFO ALLE CARIATIDI. Renzi, dal canto suo, vuole mettersi sul petto la medaglia del leader di sinistra che ha completato l'opera dell'89, togliendo agli sconfitti anche l'onore delle armi e consegnandoli alla memoria di vecchie e inutili, talvolta dannose, cariatidi.
Messe così le cose non si capisce perché il Pd possa e debba restare unito. Può mantenere la sua integrità formale perché gli eventuali scissionisti sanno che fuori non ci sono folle esultanti ma gli ex combattenti di Vendola e i reduci di tanti altri disastri. Possono decidere di restare perché per molti di loro è fondamentale trovare una via per rimanere nella prossima legislatura in parlamento. Possono non muoversi perché fra di loro ci sono tanti che hanno già scelto Renzi dopo averlo combattuto, come Matteo Orfini.
IL DESTINO DELLE SINISTRE. In fondo le sinistre sono tutte rimaste, tranne Oskar Lafontaine, nei partiti di sinistra europei che hanno svoltato verso la liberal-democrazia.
E poi non c'è battaglia più impopolare in Italia che la difesa del sindacato, tema che fino a Trentin accendeva gli animi, mentre con i suoi successori si è spento anche per le tante inutili prove muscolari a cui sono stati chiamate senza costrutto milioni di persone.
Questa nuova guerra civile a sinistra si annuncia così come la più velenosa, la più inutile e anche quella priva di sbocchi. Pensate alla drammatica grandezza dello scontro sulla scala mobile con Craxi e Berlinguer, Carniti contro i comunisti e Lama che voleva mediare ma il suo partito glielo impedì.
NAZARENO DI GUERRA. Oggi siamo agli stracci con Luca Lotti che invita la sinistra a stare zitta e la sinistra che accusa il premier nonché segretario di partito di essere un virgulto della destra e pensa che sia normale insultarlo così.
La scissione nel Pd non produrrebbe nessun terremoto elettorale. Ridurrebbe D'Alema e Bersani ai livelli di Ferrero e Diliberto, ma soprattutto toglierebbe al Pd qull'aura di partito pigliatutto che è il segreto per conservare il 41% ottenuto alle Europee.
A Renzi farebbe gioco tenere tutti dentro. Che se ne fa di un partito che dovrà inventarsi un'altra sinistra interna, con meno storia e meno personalità?
GLI ERRORI DELLA DITTA. La sinistra andandosene farebbe due errori: il primo è dar prova di non saper essere minoranza, il secondo di non avere la cultura per impostare una battaglia riformista sul lavoro.
L'atteggiamento sull'articolo 18 è primitivo, privo di una lettura vera della crisi italiana, incapace di vedere la natura del nemico che è il capitale finanziario volubile e non l'imprenditore che produce beni reali o persino immateriali e ha bisogno fisico di avere lavoratori.
CAMUSSO E BERSANI RIMASTI ALL'800. L'idea dell'impresa che hanno Camusso e Bersani è da libro ottocentesco. Non vedono che i lavoratori perdono il posto non perché gli imprenditori li cacciano ma perché le imprese chiudono. Ma di quali diritti parlano?
Del resto se avesse capito queste cose - a suo tempo le disse persino quel D'Alema che oggi si scandalizza per Renzi - la vecchia sinistra non sarebbe arrivata con le pezze là dove non si può dire per decenza che sono. Se è così cari amici di sinistra andate dove vi porta il cuore, ma andateci da soli. Molti resteranno con Renzi. Tanti, come chi scrive, rinunceranno a partecipare a questa nuova guerra civile a sinistra perché, tutto sommato, gli scappa da ridere.

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