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L'ANALISI 24 Settembre Set 2014 1136 24 settembre 2014

Guerra all'Isis, la partita delle monarchie del Golfo

La coalizione guidata dagli Usa è ancora debole. Ma sauditi & Co hanno l'occasione di giocare la loro partita contro Damasco. E ridisegnare gli equilibri dell'area.

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Un caccia pronto al decollo.

La buona notizia è che la grande coalizione anti-Isis, fortemente voluta da Barack Obama e messa in piedi attraverso il Vertice Nato di Newport, la ministeriale della Lega araba, la riunione di Gedda (Arabia Saudita) e la Conferenza di Parigi, ha dato un suo primo, emblematico segnale di vitalità con l’attacco aereo il 23 settembre.
UN'ALLEANZA INEDITA. Lo ha dato sotto le bandiere di un’alleanza Usa-monarchie del Medio Oriente (Giordania, Emirati, Qatar, Bahrein) resa inedita e di grande pregnanza politica e politico-religiosa per l’intero mondo islamico dalla partecipazione del regno saudita, custode dei luoghi santi di Mecca e Medina.
Un’alleanza nel segno della negazione di qualsivoglia legittimità islamica all’Isis (per il mondo islamico) ma anche della liberazione dal sospetto, ancora diffuso in Occidente, di una colpevole eredità di sostegno dell’Isis stesso.
LA TRIANGOLAZIONE USA-IRAN-SIRIA. E lo ha dato, altro inedito, colpendo in terra siriana, dopo comprensibili tentennamenti probabilmente superati attraverso un qualche via-libera di fatto maturato in una triangolazione Washington-Teheran-Damasco, che ha consentito al regime di Assad di avere una preventiva informazione dell’attacco e agli Usa di negare qualsivoglia intesa con quel «reo di crimini di guerra» come lo ha definito John Kerry.
Forse anche Mosca, l’altro grande sponsor del regime di Assad, è stata della partita anche se assieme a Teheran ha condannato formalmente l’attacco perché privo della legittimazione dell'Onu.
L'ISIS NON ARRETRA. La cattiva notizia è che malgrado la nutrita sequenza di attacchi aerei condotti dall’aviazione americana dai primi di agosto a oggi, l’intervento francese nei pressi di Baghdad del 18 settembre e adesso l’intervento in Siria, l’Isis non solo non sembra arretrare, ma risulterebbe guadagnare posizioni, sia in Iraq che in Siria.
Lo hanno indicato quasi plasticamente la prossimità a Baghdad dei raid francesi e le terribili immagini della pressione sulla frontiera turca delle decine di migliaia di curdi siriani in fuga.
Anche quelle della liberazione dei 46 ostaggi turchi ne sono state un indicatore, misurato dal prezzo pagato da Ankara in termini di ambiguità nei riguardi dei suoi alleati.
L'ISLAM SI MOBILITA. Solleva, però, veder lievitare manifestazioni anti-Isis da parte di importanti segmenti del popolo musulmano in Occidente - potenziale antidoto, si spera, al virus estremista che ha già indotto migliaia di occidentali ad arruolarsi sotto le bandiere del Califfo - e dall’ormai lunga sequela di condanne senza attenuanti di questo «mostro affamato di potere» da parte delle più eminenti figure religiose dell’Islam sunnita. Scontato quello sciita.
C'è da augurarsi che questi due processi trovino una linea di incontro/sintesi su cui costruire una strategia cultural-ideologico-religiosa capace di prosciugare progressivamente il brodo di cultura con cui l’Isis come gli altri movimenti jihadisti si alimentano.
LE RESISTENZE SUNNITE. Ma la strada è tutta in salita perché lo scontro settario si è a tal punto incancrenito nel tempo, sia in Siria sia in Iraq, da indurre settori importanti della popolazione sunnita dei due Paesi a considerare l’Isis una forza in grado di liberarli dal tallone sciita. Con tutta la sua vincente brutalità paragonabile del resto a quella delle milizie sciite.
Lo è perché anche nel Golfo è diffuso il convincimento che l’Isis possa rivelarsi uno strumento utile per contrastare l’Iran e le sue ambizioni regionali che, oltre a Damasco e Baghdad, si stanno manifestando proprio adesso nel confronto in atto in Yemen. E che vi sarebbe poi tutto il tempo per regolare i conti con i jihadisti all’insegna di quella governance politico-religiosa che gli al Saud sono riusciti a imporre a casa loro.
LA STRATEGIA SAUDITA. Di contro e ammaestrata dalla storia anche recente (gli attentati del 2003) Riad sta contrastando questo convincimento. Lo considera pericoloso e da mesi sta mettendo a punto un ventaglio di azioni di contrasto e repressione di tutto ciò che possa avere sentore di Isis. Vuole dimostrare che non ha bisogno di questo mostro per trovare uno sbocco al confronto egemonico in atto con Teheran con cui pure proseguono i contatti anche a livello di ministri degli Esteri al margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Intanto, però, l’Isis fa proseliti, anche nella galassia di al Qaeda oltre che nell’estremismo sunnita internazionale. Si pensi all'Aqim e all’Aqap, nuclei dell’al Qaeda del Maghreb islamico e della Penisola arabica che hanno sollecitato i jihadisti di Siria e Iraq a unirsi con l’Isis contro il comune nemico americano e la sua «alleanza satanica».
O al gruppo jihadista algerino Jund al-Khilafa che minaccia l’uccisione del francese Gourdel. E arrivano segnali di solidarietà all’Isis dall’Africa al Sud Est asiatico. Fosco scenario aperto a una competizione terroristica tra al Qaeda e il Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi.
LE DEBOLEZZE DELLA COALIZIONE. La coalizione internazionale anti-Isis invece non fa proseliti. E la sua coesione sembra già sbiadire: per la timidezza sul versante umanitario, per l’eterogeneità e opacità dei criteri di controllo dei flussi umani e finanziari; per la generale indisponibilità a mettere soldati sul terreno pur nella dichiarata consapevolezza che solo dal terreno possa venire la sconfitta dei terroristi.
Mentre da Baghdad non giungono ancora segnali confortanti, né politicamente nè militarmente, e i curdi coltivano con ammirevole impegno quello che ritengono debba essere il loro territorio. Che l’Isis sta mettendo in discussione.
LA SCOMMESSA DEL GOLFO. Il panorama complessivo non è dunque molto confortante. Resta tuttavia il fatto che con l’attacco congiunto del 23 settembre si è aperta una partita nuova nella quale le monarchie mediorientali con in testa l’Arabia Saudita hanno calato la prima, pesante carta di sfida sui futuri equilibri dell’area. Ben sapendo di esporsi come bersaglio, da un lato, e di coadiuvare, dall’altro, Teheran contro l’Isis, la più immediata e temibile minaccia alle sue ambizioni regionali.
Riuscendo a riattualizzare la loro strategia per abbattere Assad e a rinsaldare l’alleanza con Obama, che ringrazia dal palco delle Nazioni Unite, con un occhio puntato anche al cruciale negoziato sul nucleare con l’Iran.

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