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ANALISI 24 Settembre Set 2014 1500 24 settembre 2014

Siria: la coalizione anti-Isis indebolita dalle faide arabe

Doha contro Riad. Ankara con la Fratellanza. Il risiko arabo danneggia Obama.

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La campagna americana lanciata in Siria ha come perno il contributo degli «alleati arabi». «Bombardano con noi, questa guerra non riguarda solo gli Stati Uniti», ha annunciato il presidente Barack Obama.
Ma, al di là dei proclami, i numeri non sono quelli della Prima e della Seconda guerra del Golfo e neanche i nomi tornano.
Citando fonti dell'Amministrazione Usa, a caldo i media americani hanno scritto di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Giordania, Bahrein e Qatar.
Poi dalla Casa Bianca è arrivato il distinguo. I «partner» che partecipano «in pieno» sono Arabia Saudita, Emirati Arabi, Giordania e Bahrein.
QATAR E TURCHIA SI DEFILANO. Il Qatar, dunque, non ha alzato i caccia, al contrario degli altri quattro alleati, che hanno confermato esplicitamente di aver partecipato ai raid. Anche i rappresentanti di Doha figurano però tra gli invitati al vertice Usa tra la prima e la seconda notte di missione: Obama li ha ringraziati al pari degli altri per un contributo, tuttavia, solo indiretto.
Come la Turchia, il Qatar ha scelto la strada soft dell'assistenza logistica, per quanto il suo impegno sia maggiore di quello di Ankara. Le piste Usa nell'emirato restano il trampolino di lancio per le missioni da combattimento nella regione, mentre la Turchia, per la guerra in Siria, ha negato agli americani anche l'impiego delle sue basi aeree della Nato.
UN PECCATO ORIGINALE COMUNE. Grande assente arabo è poi l'Egitto dei generali. Per non parlare dell'alleato di ferro americano del Kuwait, fuori dalla conta.
Tutte queste sfumature nascono da un peccato originale del fronte anti-jihadisti: il vulnus dei finanziamenti stranieri all'opposizione del regime siriano di Bashar al Assad che include al Qaeda, lo Stato islamico (Isis) e anche altre sigle di estremisti ascrivibili come terroristiche. Tutti gli Stati del Golfo hanno contribuito al disastro dell'Isis e grosse responsabilità le hanno anche gli occidentali.

1. Qatar: le collusioni con i qaedisti di al Nusra

Una base jihadista bombardata dai caccia degli Usa in Siria, prima e dopo (Us Defense)

In Siria, per esempio, Obama si è infine deciso di bombardare non solo le postazioni dei jihadisti dell'Isis nell'Est, ma anche i covi di al Qaeda: tant'è che Assad gli ha dato mano libera («sosteniamo ogni sforzo internazionale contro il terrorismo», ha detto).
È noto che l'Isis sia stato espulso da al Qaeda per «l'eccessiva violenza».
DIVERGENZE SUGLI OBIETTIVI. Tra gli affiliati alla Rete che fu di Osama bin Laden, spiccano invece i rivali del Fronte di al Nusra, che nelle ultime settimane hanno fatto di tutto per costruirsi un patentino di affidabilità internazionale: incluso rilasciare, con la mediazione del Qatar, un ostaggio americano senza il pagamento di alcun riscatto.
La Cnn ha dato la notizia del leader di al Nusra, Abu Yousef Al Turki, ucciso nei raid compiuti dagli Usa con gli alleati arabi: divergenze tra Doha e Washington potrebbero essere nate anche in merito a quali estremisti islamici colpire, in Siria.

2. Turchia: il sostegno mai rinnegato alla Fratellanza

Recep Tayyip Erdogan e Barack Obama. (Getty)

Qatar e Turchia erano - insieme a Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna - tra i primi supporter, anche in armi e soldi, dei sunniti vicini alla Fratellanza musulmana che lottavano per la Primavera araba.
Con la radicalizzazione dell'Islam sunnita, i finanziamenti hanno finito per riversarsi anche sui gruppi più estremisti come al Nusra e i salafiti Ahrar al Sham. Esploso il bubbone dell'Isis, gli occidentali si sono poi sfilati dal risiko, lasciando il cerino in mano a Qatar e Turchia.
ANKARA LASCIA PASSARE I JIHADISTI. Per figurare tra gli «alleati arabi» degli Usa, Doha si è dovuta impegnare a disfarsi degli esuli egiziani della Fratellanza musulmana, ai quali Ankara tuttavia ha teso la mano.
La Turchia è accusata anche di appoggiare il Califatto a scopi espansionistici, per non aver mai fermato il flusso di jihadisti alla frontiera siriana e per aver ottenuto dall'Isis il generoso rilascio di 49 ostaggi.

3. Kuwait: collettore di donatori privati del Golfo alla jihad

Un jet Usa decolla dalla portaerei George Washington. (Us Defense)

Come la Turchia, il Kuwait è tra gli ultimi Paesi a essere finiti sul banco degli accusati come «donatore del Califfato».
Dalle banche del piccolo emirato, che non ha norme antiriciclaggio e permette il trasferimento di denaro da individuo a individuo, da un report del think tank americano Brooking Institute risultano essere transitate maxi donazioni e raccolte di fondi di sceicchi del Golfo pro jihad per centinaia di milioni di dollari.
BAHREIN ED EMIRATI CON GLI USA. Invevitabile, con questo pedigree, che il fortino (in arabo, Kuwait) zeppo di petrolio, strappato nel 1991 da Bush Senior a Saddam Hussein, sia diventato l'emirato più impresentabile per i raid anti-Isis in Siria. Vi partecipano, al contrario, monarchie del Golfo come Arabia Saudita, Emirati Arabi e Bahrein, i cui sceicchi hanno privatamente veicolato le transizioni sporche.

4. Arabia saudita: petrodollari a generali e salafiti

Abdullah, sesto re dell'Arabia saudita. (Getty)

Tra gli emissari di al Qaeda in Siria contro cui puntavano il dito Damasco e gli alleati iraniani, c'era, in primo luogo l'Arabia Saudita, accusata dal proliferare del terrorismo negli Anni '90 di finanziare cellule salafite nel mondo.
Durante la Primavera araba, i custodi della Mecca hanno inviato armi e uomini a reprimere le rivolte nel vicino Bahrein, foraggiando poi la controrivoluzione in Nord Africa.
L'ASSE ANTI-QATAR. Riad ha finanziato il golpe dei generali in Egitto, stringendo un asse anti-Qatar con gli Emirati, a loro volta accusati di fare raid in Libia per mandare al potere i militari.
Una volta messi al bando i Fratelli musulmani tra i gruppi terroristici come al Qaeda e l'Isis, il gioco di prestigio è stato compiuto: gli Stati Uniti hanno abbandonato l'orbita iniziale pro-rivolte, dichiarando la guerra globale al terrore con i (fidati) monarchi ultra-conservatori di Riad.

5. Egitto: al Sisi si chiama fuori per prudenza

Il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi. (Getty)

Meno logica è l'assenza tra i bombardieri dell'Egitto, nemico giurato dell'Isis. Il basso profilo, nonostante gli sponsor sauditi, potrebbe essere dovuto all'ambivalenza del presidente e generale Abdel Fatah al Sisi, che, salito al potere, ha sì preso soldi dagli Usa e dagli Stati del Golfo. Ma anche un po' di armi dalla Russia, che in Siria difende Assad.
L'esercito egiziano, nei ranghi medio-bassi, è inoltre composto da truppe vicine alla Fratellanza musulmana: altro elemento di frizione. In un quadro così fluido e complesso, la coalizione regionale tanto sbandierata da Obama è lungi dall'essere solida ed estesa.
OBAMA PERDE I DUE ESERCITI PIÙ GRANDI. Con lui sono andati solo i gregari di sempre: Arabia Saudita, Giordania e gli emirati minori del Golfo. Il fronte della Primevera araba si è disgregato, con il Qatar, antagonista dei sauditi per l'egemonia mediorientale, che ha tirato i remi in barca con la Turchia. Senza i militari di Ankara e del Cairo (i due eserciti più grandi della regione) la cordata araba di Obama rischia di trasformarsi in una coalizione difensiva di piccolo calibro.

Twitter @BarbaraCiolli

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