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ANALISI 27 Settembre Set 2014 0915 27 settembre 2014

Usa, Barack Obama: il mito tramonta

Guerra in Iraq. E ministri in fuga. Il presidente stretto tra conservatori e lobby.

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Eric Holder, ministro della giustizia degli Stati Uniti dal 2009 al 2014.

Strenuo oppositore di un nuovo Vietnam, difensore di gay e lesbiche, paladino degli afroamericani e di tutte le minoranze.
All'epoca del suo ingresso alla Casa Bianca, nel gennaio 2009, Barack Obama, primo presidente nero degli Stati Uniti, era considerato un simbolo, ancor prima che l'uomo più potente del mondo.
IL SOGNO AFROAMERICANO. Chi lo aveva votato si era riconosciuto nello slogan del Yes, we can, sognando scenari celestiali: il Martin Luther King asceso al potere, la rinascita dell'Africa di Nelson Mandela, un'America finalmente più giusta, dove gli emarginati non pagano con la morte.
Il Nobel per la Pace, conseguito otto mesi più tardi, aveva suggellato la politica americana del disimpegno all'estero, propugnata sin dal no alla guerra in Iraq del 2003.
CAMBIO DI ROTTA IN ESTATE. Passo dopo passo, il team presidenziale disegnava una riforma sanitaria che avrebbe promosso l'eguaglianza, stimolava l'industria interna per creare lavoro negli States anziché mandare contractor e soldati all'estero, estendeva gli assegni sociali e offriva il proprio endorsement ai matrimoni gay.
L'America cambiava pelle. Dal 2013, col secondo mandato, Obama si sarebbe potuto svincolare anche dagli ultimi tabù. E invece no. Questa estate, con una brusca giravolta, gli Usa sono tornati a fare gli sceriffi del mondo e, anche in patria, l'era del cambiamento pare essere giunta al tramonto.
L'ADDIO DI HOLDER. La Casa Bianca ha aumentato i fondi per la barriera anti-migranti dal Messico e, con la macchia delle rivolte razziali di Ferguson e il rilancio della «lunga campagna militare in Medio Oriente», i liberal iniziano a scaricare il presidente attorniato dai falchi.
In carica dal 2009, il procuratore Eric Holder, primo segretario alla Giustizia di colore, consigliere e amico personale di Obama, se n'è andato dopo un lungo commiato nella Stanza ovale, di fronte a un inquilino della Casa Bianca smagrito e invecchiato.
Alla cerimonia pubblica di congedo, il presidente americano non è riuscito a celare il suo rammarico per delle dimissioni annunciate e nell'aria da anni, ma rimandate fino all'ultima resa.

Guerre e riforme a metà, il mito si sgretola

Il presidente americano Barack Obama.

Fisicamente e psicologicamente, negli ultimi tempi Obama appare provato, quasi a decidere le sorti del Paese non sia neanche più lui: chi tiene allora il polso della politica, estera e interna degli Usa?
Il caso Holder è emblematico del mal di pancia dilagante tra i progressisti americani, non necessariamente radicali e neanche la maggioranza del partito (interventista come i repubblicani), ma comunque una minoranza consistente della politica. Persino Kerry Kennedy, nipote di Jfk e figlia di Bob, attivista dei diritti umani, ha ammonito il presidente americano non cedere alle lobby, perennemente in agguato, del «complesso militare e industriale».
Tra i pacifisti e l'ala liberal la delusione verso Obama era forte ancor prima della Terza guerra del Golfo, alla quale il presidente ha sempre detto no fino alla brusca retromarcia.
UN NOBEL DIMEZZATO. D'altro canto, l'uomo del yes, we can non è mai stato coerente fino in fondo. Ha promesso la regolarizzazione di 11 milioni di clandestini, ma anche rafforzato i controlli alle frontiere, aumentando i respingimenti dal Texas. Ha ritirato migliaia di marine dall'Afghanistan e dall'Iraq, mandando, però, i droni a seminare migliaia di morti in Medio Oriente. Ha riformato il welfare per garantire cure e sussidi ai più deboli, ma anche mantenuto in piedi il sistema privato delle assicurazioni.
Ha chiesto uno Stato per i palestinesi e condannato le occupazioni israeliane, eppure difeso Tel Aviv nelle guerre di Gaza e votato no, all'Onu, per un seggio permanente ai palestinesi. Ha chiamato il mondo alla lotta ai cambiamenti climatici, ma anche sdoganato, negli States, la fratturazione iraulica (fracking) del suolo, con conseguenze deleterie per l'ambiente.
SCHIACCIATO DAI FALCHI. Certo, la strada di Obama è stata lastricata di spine. «I falchi sono sempre in giro», ha ricordato Kennedy junior. Ma il presidente che ride giocando a golf, mentre i suoi caccia sganciano bombe in Iraq, si è dimostrato più attento ai sondaggi che agli ideali, prova ne è la triste uscita di scena di Holder. O forse, più semplicemente, si è arreso a chi comanda.
Il guerriero riluttante avrebbe potuto rifiutare le dimissioni del procuratore che voleva chiudere Guantanamo e condannare i pesci grossi speculatori di Wall Street. Invece, come a tutto il resto, ha detto ni per anni, salvo poi capitolare.

La parabola di Holder, ministro più radicale di Barack

Tra i pochi del Gabinetto ad andare a cena dalla famiglia Obama, a 63 anni Holder ha gettato la spugna dopo un quinquennio di attacchi violenti contro le sue prese di posizioni, a detta degli intimi del presidente, «più incisive di quanto la Casa Bianca non vorrebbe».
Holder, già vice procuratore generale con Bill Clinton, guardava lontano, oltre le resistenze dei mastini e forse anche oltre quelle di Obama. Ma il presidente, che pure lo ha difeso anche contro il fallito impeachment parlamentare della destra, non ha avuto la forza di trasformare le sue battaglie del in vittorie.
CONTRO LE TORTURE DI BUSH. Il superprocuratore, per dire, aveva dichiarato tortura il waterboarding dell'amministrazione Bush per far parlare i sospetti terroristi. Contrario alla pena di morte, Holder voleva chiudere il campo di Guantanamo e trasferire i processi dai tribunali militari alle corti di Manhattan. Ma non se n'è fatto di nulla e neppure gli squali della finanza delle maxi inchieste internazionali di New York sono mai finiti dietro le sbarre.
Congresso e lobby militari-economiche hanno ostacolato in ogni modo l'azione di un magistrato duro con il crimine internazionale (è stato favorevole ai droni e alla Guerra al terrore) quanto tenace, sin dagli anni di militanza giovanile con Martin Luther King, nella difesa dei diritti civili delle minoranze americane.
IN PRIMA LINEA PER I DIRITTI DEGLI ULTIMI. Holder si era speso con Obama per legalizzare gli irregolari negli States e a Ferguson, dopo l’omicidio di un giovane nero per mano di un poliziotto, aveva avuto parole calorose per gli afroamericani. Il sì ai matrimoni gay, poi, era un altro suo grande cavallo di battaglia.
Per la poltrona vacante alla Giustizia, sarebbe in dirittura d'arrivo l'afroamericano soft Deval Patrick, primo governatore nero del Massachusetts: nulla di eccezionale, visto che durante l'amministrazione Clinton, i ministri di colore erano nove e ora resterebbero sei, due in più dell'era Bush junior.
Chissà che, con l'addio di Holder, non sfumi anche l'unico passo storico di Obama: il pressing del governo centrale per legalizzare le unioni omosex in tutti gli Stati americani.

Twitter @BarbaraCiolli

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