POLITICA 29 Settembre Set 2014 1645 29 settembre 2014

Pd, Renzi in Direzione su lavoro e articolo 18

Jobs Act, ok alla mozione del premier. Minoranza divisa e scissione scongiurata.

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Nessuna scissione, ma una rottura contenuta quella del Partito democratico, chiamato a votare l'ordine del giorno presentato dal premier Matteo Renzi al termine della direzione Pd convocata il 29 settembre al Nazareno.
L'ora della resa dei conti sulla delicata riforma del lavoro sì è conclusa con l'approvazione della relazione del segretario con 130 sì, 20 no e 11 astensioni. Fino all'ultimo la minoranza dem aveva lanciato un appello al leader per trovare un'intesa, ipotizzando la linea dell'astensione. Senza però riuscirci, vista la succesiva rottura. Consumatasi, a sua volta, all'interno della stessa opposizione democratica. Ora la passa passa al parlamento, col plateale invito rivolto da Renzi all'uditorio: «Le discussioni sono belle anche quando non siamo d'accordo. Un partito è un luogo dove si discute, anche se non si arriva a pensare nello stesso modo. Però poi alla fine si vota allo stesso modo in parlamento».
Il punto chiave della relazioneera quello sul superamento dell'attuale articolo 18, che disciplina le misure sul licenziamento.
«VOTAZIONE PER SUPERARE I TABÙ». «Vi propongo di votare con chiarezza un documento che segni il cammino del Pd sui temi del lavoro e ci consenta di superare alcuni tabù che ci hanno caratterizzato in questi anni», aveva esordito il premier, proponendo «profonda riorganizzazione del mercato del lavoro e anche del sistema del welfare».
«DIAMO RISPOSTE AI NUOVI DEBOLI». In apertura dei lavori, Renzi aveva spiegato l'obiettivo: «Serve un Paese che vuole investire e dare risposte ai nuovi deboli che sono tanti e hanno bisogno di risposte diverse da quelle date finora. La rete di protezione si è rotta, non va eliminata ma ricucita, sapendo che c'è uno Stato amico che li aiuta».
«DIVISI DENTRO, MA POI UNITI». Non era mancato poi un appello all'unità: «Non siamo un club di filosofi, ma un partito politico che decide, certo discute e si divide ma all'esterno è tutto insieme. Questa è per me la ditta».

L'intervento del segretario del Pd Matteo Renzi in Direzione. (Ansa)

«COMPROMESSI NON A TUTTI I COSTI». Quindi l'avvertimento: «Le mediazioni vanno bene, il compromesso va bene, ma non si fanno a tutti i costi i compromessi».
«L'ART.18 NON È IN COSTITUZIONE». E poi, nel merito della questione più calda: «Il rispetto del diritto costituzionale non è nell'avere o no l'art.18, ma nell'avere lavoro. Se fosse l'art.18 il riferimento costituzionale allora perché per 44 anni c'è stata differenza tra aziende con 15 dipendenti o di più?».
«VA ELIMINATO SALVO DUE CASI». Come agire, dunque? «L'attuale sistema del reintegro va superato, certo lasciandolo per i licenziamenti discriminatori e disciplinari», è stata la linea espressa da Renzi.
APERTURA AI SINDACATI. I sindacati sono sul piede di guerra, ma il premier si è dimostrato disponibile a un confronto: «Sono pronto a riaprire la sala Vedere dalla prossima settimana a Cgil, Cisl e Uil».
La 'sfida' si gioca su tre punti: «Una legge sulla rappresentazione sindacale; la contrattazione di secondo livello e il salario minimo».

L'ex sindanco di Firenze in un'intervista a la Repubblica aveva promesso: «Io non mollo».
La sinistra però non ci sta e ha insistito nel chiedere un dibattito aperto che rimetta in discussione alcuni dei capitoli chiave del provvedimento.
Soprattutto ha invitato il premier a evitare aut aut. E c'è chi (come Francesco Boccia, Stefano Fassina, Pippo Civati e i cuperliani) è anche pronto a presentare un documento in Direzione con il quale si chiede di allineare la discussione sulla Legge di Stabilità a quella sulla riforma del lavoro.
L'ATTACCO DI BERSANI. Pier Luigi Bersani ha intanto eslcuso un rischio di scissione all'interno del partito: «Renzi stia tranquillo e sereno. Anche se sull'articolo 18 ha detto cose stravaganti».
Contro una cancellazione dell'articolo 18 è sceso in campo anche Massimo D'Alema: l'ex presidente del Consiglio non solo non vede alcuna urgenza su questo fronte, ma sospetta anche che da parte di Matteo Renzi ci sia il tentativo di accreditarsi nei confronti delle forze conservatrici dominanti in Europa.
ALFANO PUNTA AL DECRETO LEGGE. Il ministro dell'Interno, Angelino Alfano la pensa però diversamente: «Renzi sta proponendo delle cose giustissime. Io non voglio giocare al rilancio ma la riforma del lavoro dovremmo farla subito e per decreto».

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