Massimo Alema 140828170235
MAMBO 30 Settembre Set 2014 0931 30 settembre 2014

Direzione Pd, Renzi smentisca D'Alema

Il premier è forte. E parla a un'Italia che non è più quella del lider Massimo. L'unico rischio è che faccia il Cassano, sprecando il talento.

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Massimo D'Alema.

Ho visto in tivù durante il suo intervento alla direzione del Pd, un D’Alema che non conoscevo.
Non mi riferisco al sarcasmo, ultra-noto, al tono saccente, anche quello conosciuto, all’insofferenza verso il nuovo leader, prevedibile. Mi riferisco a una cosa di sostanza ormai scomparsa che fa parte, o si può dire, faceva parte, delle sue qualità di fondo.
QUELLO CHE D'ALEMA NON CAPISCE. D’Alema non capisce la politica. Non quella in generale, ma quella dei tempi attuali. Riconosce la forza mediatica di Renzi, ma è convinto che sia tutto «chiacchiere e distintivo», un trucco dell’informazione, una deviazione degli esperti della comunicazione, una abilità da saltimbanco.
Accadde la stessa cosa con il fenomeno Berlusconi, anche se in quella circostanza D’Alema assai presto capì che lì c’era un movimento di popolo e c’era soprattutto un movimento di popolo contro quelli come lui.
LA NECESSITÀ STORICA DI RENZI. Di Renzi, D’Alema non capisce, lo dico con linguaggio para-marxista, la necessità storica. Renzi c’è perché c’è stato D’Alema e una gran parte di italiani, soprattutto di sinistra. E a torto o a ragione, generosamente o ingenerosamente, vuole mettere in soffitta quella stagione e quei protagonisti.
Che cosa incarna Renzi che D’Alema non incarnava? Non l’uso abile dei media. Da Claudio Velardi in poi, anche D’Alema è stato abilissimo a studiare le uscite televisive e sulla carta stampata. Nel rapporto con il suo popolo ha goduto, e si è meritato, un consenso di massa.
LA NUOVA ITALIA. Renzi incarna l’Italia che non crede alle liturgie dei partiti, che non crede al sindacato, avendone vista l’azione concreta nei decenni recenti, che non vuole essere più governata dagli stessi, che non pensa che la carriera di Boschi sia stata meno influenzata dai boss di partito di quella di Rosy Bindi. E, che, soprattutto, vive la continua illusione che senza regole o con meno regole l’economia riparte.
Il mondo di D’Alema è il mondo delle regole, quelle giuste e quelle eccessive. È un mondo che voleva guidare il mondo e questo è apparso nei decenni un’aspirazione inaccettabile per molti, tanti, troppi.
IL MITO DEL LIBERATORE. Renzi, non suo malgrado, appare come un liberatore, un uomo che scardina gli equilibri, che canta l’inno giovanilistico (che dio lo perdoni, perché è già successa in Italia una cosa simile), che sembra voler «fare», non si capisce come, ma vuole «fare».
Mentre D’Alema e piu di lui Bersani e Cuperlo ripropongono caminetti, seminari, riunione di partito eccetera eccetera Renzi appare più naturalmente occidentale.
Puoi anche aver bombardato il Kosovo contro i terribili serbi, ma resta in te, se sei stato comunista, l’imprinting di quella parte. Renzi da quella parte non c’è stato mai e non è un caso se lui aderisce in pochi minuti al partito socialista europeo, considerandolo un guscio vuoto da riempire, mentre per tanti, ex Pci o ex Dc, è stata una fatica come se fossimo ancora ai tempi di Kautsky.
VECCHIA GUARDIA ALL'ANGOLO. Accade così che Renzi strattoni D’Alema, gli dica, in pratica, che non conta nulla, sopporti la sua incazzatura, eccessivamente fuori le righe e autolesionista, e si appresti a mettere, lui e i suoi, nella condizione o di uscire dal Pd o di acquattarsi da vecchi brontoloni.
Il guaio di Renzi è che deve vincere e per vincere deve «fare». Se in tanti dicono, anche ingiustamente, che fa poco e che si sentono solo annunci, non può prendersela con il destino o con i gufi. Renzi ha dimostrato di essere il più forte di tutti. Avrebbe vinto anche con un D’Alema coetaneo. È più forte di lui.
Usi bene questa forza e questo talento. Non finisca come Antonio Cassano.

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