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ALLARME IGNORATO 30 Settembre Set 2014 2214 30 settembre 2014

Isis, gli 007 Usa: avvisammo Obama nel 2013

Per la Casa bianca non era una priorità. La questione fu liquidata dal presidente.

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Il presidente americano Barack Obama.

L'allarme arrivò in tempi non sospetti, ma all'epoca fu ignorato.
La Casa bianca «non dedicò attenzione» ai numerosi rapporti top secret degli 007 americani sull'Isis che già nel 2013 descrivevano un quadro preoccupante.
È questa l'irritata risposta trapelata in forma anonima dagli ambienti dei servizi americani dopo che un Obama con le orecchie da mercante era sembrato scaricare su di loro la responsabilità di aver sottovalutato quanto stava avvenendo in Siria.
«Il capo della nostra comunità di intelligence James Clapper ha ammesso che hanno sottovalutato ciò che stava succedendo», aveva detto il presidente degli Stati Uniti in una intervista sull'avanzata dell'Isis.
«ERANO OCCUPATI CON ALTRO». Però un alto funzionario dell'intelligence ha ribattuto al New York Times: «Alcuni di noi spingevano quei rapporti», ma al numero 1.600 di Pennsylvania Avenue «erano occupati con altre crisi». La questione, per loro, «semplicemente non era una priorità».
In un'intervista al Washington Post, Clapper aveva effettivamente affermato che l'intelligence Usa aveva sottovalutato «la volontà dell'Isis di combattere».
Ma da molti mesi, ha notato lo stesso giornale, i segnali che lo Stato islamico stava guadagnando forza erano già evidenti.
PER OBAMA ERANO «RISERVE». Alti funzionari avevano espresso allarme anche pubblicamente, ma all'inizio del 2014 Obama ancora definiva i jihadisti dello Stato Islamico come «una squadra di riserve».
Il 14 novembre 2013, Brett McGurk, vice segretario di Stato per l'Iraq e l'Iran, aveva affermato in un'audizione al Senato che l'Isis «ha annunciato all'inizio dell'anno una campagna di terrore in Iraq, e da allora abbiamo visto un aumento fino a 40 attentati al mese».
E aveva aggiunto: «Abbiamo di fronte un vero problema. Non c'è dubbio che l'Isis è un gruppo che sta mettendo radici in Siria e in Iraq».
Tre mesi dopo, l'11 febbraio 2014, in un'altra audizione in Congresso il generale Michael Flynn, direttore dell'intelligence della Difesa, affermò che l'Isis «probabilmente tenterà nel 2014 di prendere il controllo di territori in Iraq e in Siria per mostrare la sua forza, come ha mostrato di recente a Ramadi e Falluja», due città irachene in cui le forze Usa hanno combattuto lunghe e particolarmente sanguinose battaglie dopo la cacciata di Saddam Hussein.
A MAGGIO UN'ALTRA ESITAZIONE. In primavera, l'11 maggio, l'allora premier iracheno Nuri al Maliki chiese ufficialmente l'aiuto degli Usa per far fronte all'Isis, ma la Casa bianca ancora esitava, così come il Congresso.
A quel punto, la questione era più politica che militare e di intelligence. L'amministrazione voleva fare pressione su al Maliki affinché desse vita a un governo più inclusivo, dando spazio alla minoranza sunnita.
«Era frustrante, perché vedevamo che c'era bisogno di fare di più e di farlo velocemente, ma la sfida era l'approccio lento del governo iracheno», ha affermato un alto funzionario dell'amministrazione citato in forma anonima dal Nyt.
E IL 10 GIUGNO FU PRESA MOSUL. Il 10 giugno è arrivato il punto di svolta, la presa di Mosul, seconda città dell'Iraq, da parte dell'Isis. Da allora Obama ha iniziato a considerare concretamente un intervento diretto, per evitare che anche Baghdad facesse la stessa fine, e all'inizio di agosto sono iniziati i bombardamenti.
Il 18 settembre, poi, anche il capo della National security agency, ammiraglio Mike Rogers, ha affermato che «con il senno di poi vorrei che fossimo stati, ma parlo solo per me e la Nsa, un po' più forti».

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