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BASSA MAREA 30 Settembre Set 2014 1222 30 settembre 2014

Isis, Obama non ascoltò l'intelligence

Si è ritirato troppo presto dall'Iraq. Non ha dato retta agli allarmi di Cia e Dia. Sbagliando lettura sul Medio Oriente. E la linea del realismo si è dimostrata inefficace.

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Barack Obama durante il suo discorso nella sede dell'Onu a New York.

«Non sono stato bene informato». Per un capo di governo è sempre una dichiarazione pericolosa e rivela debolezza. Primo per non aver saputo scegliere chi doveva informarlo. Secondo per il tentativo implicito di voler scaricare su altri almeno parte delle responsabilità per qualcosa che non ha funzionato.
L'AMMISSIONE DI OBAMA. È quanto ha fatto Barack Obama domenica sera, intervistato dalla trasmissione 60 Minutes da Steve Kroft, ricordando come il generale Jim Clapper, al vertice della comunità di intelligence americana (Director of National Intelligence), abbia ammesso di avere sottovalutato non le capacità, ma la volontà immediata di combattere degli estremisti islamici del cosiddetto Califfato, che tra Iraq e Siria condizionano ormai un territorio esteso quasi quanto la Gran Bretagna, e sopravvalutato la capacità dell’esercito iracheno di contrastarli.
Le smentite non si sono fatte attendere. Ma Obama deve alleggerire una posizione piuttosto difficile, avendo sbagliato parecchio nella lettura della realtà mediorientale.
ERRORI STRATEGICI. La politica di George W. Bush in Medio Oriente fu una reazione, avventata, ai terribili attentati dell’11 Settembre e Obama ha reagito a questa reazione andando in senso contrario, ritirando le truppe troppo presto dall’Iraq, dichiarando «missione compiuta» (21 ottobre 2011) con un occhio più al calendario elettorale di casa che alla realtà a Baghdad e altrove, e rifiutando per mesi di ascoltare messaggi di allarme che la sua intelligence, civile e militare, non gli ha fatto mancare.
GLI AVVERTIMENTI DELL'INTELLIGENCE. Già a gennaio e febbraio i capi dell’Intelligence americana, tra cui lo stesso Clapper, dicevano al Congresso che i fanatici dell’Isis erano pronti. Parlando all’annuale audizione delle Commissioni congiunte di Intelligence di Camera e Senato il generale Michael Flynn, allora capo della Dia, disse che nel 2014 l’Isis avrebbe cercato di prendere il controllo di vasti territori in Iraq e Siria.
James Jeffrey, ex ambasciatore a Baghdad (2010-2012) ha detto che gli uomini sul campo lanciarono l’allarme per tempo e che dopo la caduta di Fallujah il 5 gennaio 2014 non c’erano più dubbi sulla strategia aggressiva e dilagante dell’Isis.
ESERCITO IRACHENO NON PREPARATO. C’è un intero anno di rapporti in cui Cia e Dia, l’intelligence militare, dicono che l’esercito iracheno è impari al compito. Ma la Casa Bianca è stata lenta e indecisa, per varie settimane, pure dopo la caduta di Mosul, a giugno.
La linea, mentre si cercavano di dissipare le nebbie, è stata quella di definire il tutto «imprevedibile». Poi è arrivata, annunciata dal presidente in forma definitiva il 10 settembre con il discorso alla nazione, l’inevitabile scelta: i fanatici capiscono solo la forza e la forza avranno.
LA NUOVA DOTTRINA OBAMA. I video con l’uccisione degli ostaggi americani e occidentali hanno profondamente colpito l’opinione pubblica. E il presidente ha definito una nuova «dottrina Obama», interventista. Chiarendo giustamente che l’America e i suoi alleati non accettano i termini di una guerra di religione, non combattono il mondo islamico e i molti che in quel mondo sono per la tolleranza e la convivenza, ma il fanatismo violento e assassino. Il 17 settembre la Camera ha finanziato l’operazione. Con il 23 settembre sono partite le nuove massicce missioni aeree, estese anche al territorio siriano.
Ma dall’inizio della sua presidenza Obama si muoveva seguendo un’altra dottrina col tempo ben chiarita in interventi e interviste, arrivata a definire fino a ieri la politica estera e che ha due passaggi importanti nel 2009 e nel 2011.
LA LINEA DEL DISCORSO DE IL CAIRO. Nel giugno 2009 il discorso del Cairo con cui invocava «un nuovo inizio» ai rapporti tra Stati Uniti e mondo islamico e tendeva la mano verso il dialogo. Con tutto quanto è seguito, compreso l’abbandono del presidente egiziano Hosni Mubarak, la fine della collaborazione con i militari che avevano scacciato il suo successore vicino agli islamici, per poi riallacciare, dopo Mosul, gli stretti vecchi legami con i generali egiziani. E nell'ottobre 2011, all’inizio cioè della campagna elettorale per il voto del novembre dell’anno successivo, il ritiro definitivo - e prematuro - delle truppe dall’Iraq, dove restava però con 16 mila addetti la, di gran lunga, più nutrita ambasciata americana del mondo.
ADDIO ALLA TERZA VIA. La prima dottrina Obama la si ritrova, per esempio in una inchiesta-intervista uscita a gennaio 2014 sul New Yorker, rivista amica del presidente. Obama diceva di voler riordinare categorie ben definite della politica estera. Rinunciare, come spiegava uno dei più stretti assistenti per la politica estera, Ben Rhodes, a una visione «idealistica» che presupponeva il costante intervento militare e adottare una visione «realistica» diversa però dal realismo di vecchio stampo europeo o Realpolitik, cioè l'equilibrio delle forze, da sempre dettato da Henry Kissinger e da Brent Scowcroft e che implica ugualmente a tratti l’intervento militare.
Il realismo obamiano era basato su un concetto dei limiti della potenza americana, sull’impossibilità di modellare nazioni che devono regolarsi da sole. E su una gerarchia, inevitabilmente precaria per la superpotenza decisa a rimanere tale, che mette al primo posto la politica interna, il nation building at home.
LO SCHIAFFO DEL CALIFFATO. Era una scelta per vari aspetti saggia. Ma solo quando praticabile. Il Califfato dimostra che non sempre può esserlo.
Per l’Europa, che dopo 70 anni dalla fine della Seconda Guerra mondiale non ha ancora una sua politica di difesa se non all’ombra americana della Nato, resta un insegnamento per il futuro: per quanto vitale, per quanto comoda, la protezione americana non può essere considerata come scontata in eterno in aree di crisi assai più vicine ai confini europei che a quelli americani.

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