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DIRITTI 30 Settembre Set 2014 0600 30 settembre 2014

Serbia, a Belgrado un Gay pride per entrare nell'Ue

Corteo Lgbt dopo 4 anni. Ma è una mossa di Vučić per conquistare Bruxelles.

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Quattro anni dopo l'ultima volta, gay, lesbiche bisessuali e transgender sono tornati a sfilare per le strade di Belgrado. La Serbia di Aleksandar Vučić, divenuto premier il 27 aprile 2014, si è riaperta ai diritti Lgbt.
Circa un migliaio di persone in corteo, ciascuna di loro protetta da sette agenti (in totale sono stati 7 mila gli addetti alla sicurezza mobilitati per evitare scontri con gli estremisti di destra).
UN PRIDE VOLUTO DALL'UE. La manifestazione organizzata dal collettivo Dveri era da tempo richiesta a gran voce dai rappresentanti dell'Unione europea: la difesa delle minoranze e il loro diritto a sfilare pacificamente è una condizione essenziale imposta da Bruxelles a Belgrado nell'ambito delle trattative per l'ingresso del Paese nella comunità economica.
Contrariamente al recente passato, non ci sono state violenze, tranne qualche sporadica tensione ai margini del corteo, ma i campanili delle chiese ortodosse della città hanno suonato le campane durante lo svolgimento della manifestazione in segno di protesta.

SVOLTA ALLA POLITICA SERBA. Da quando è arrivato al potere sotituendo il socialista Ivica Dačić, Aleksandar Vučić ha dato una svolta alla politica serba.
Leader del Partito del progresso serbo, quello della Grande Serbia celeste, quello della Serbia tradizionalista e legata al Kosovo, lo stesso del presidente Tomislav Nikolić, Vučić ha vinto la campagna elettorale con un forte propaganda contro la corruzione dei partiti democratico e socialista, parlando dell'ingresso nell'Euro come migliore scelta per l'economia serba.
A differenza dei suoi predecessori Vučić è stato il primo premier ad appoggiare apertamente la sfilata del Gay pride tra le strade di Belgrado.

Quindici anni di violenze contro i gay

La travagliata storia dei diritti per la comunità Lgbt in Serbia è cominciata nel lontano 2001, con una prima manifestazione che si svolse a Belgrado e in cui il corteo riuscì a sfilare a costo di numerosi incidenti e violenze.
Passarono nove anni prima che una seconda manifestazione avesse luogo. Nel 2010, a fine giornata, si contarono 144 feriti negli scontri tra hoolingas e forze dell'ordine, 127 dei quali poliziotti.
ANNULLATO NEGLI ULTIMI TRE ANNI. Nel 2011 e 2012 il Pride venne organizzato e annullato a meno di 24 ore dal suo svolgimento per l'impossibilità da parte del governo e della polizia di mantenere l'ordine. Stesso scenario nel 2013, un anno che per gli ambasciatori europei doveva rappresentare l'ultima occasione per la Serbia di dimostrare le sue intenzioni al riguardo.
Per la società serba il dilemma è forte, scegliere tra comunità europea e il Kosovo. La Serbia è ormai circondata da economie legate all'euro: la Croazia è ufficialmente entrata a nella comunità il primo luglio 2013, Romania e Bulgaria ne fanno parte da anni, Kosovo, Macedonia e Montenegro non hanno mai nascosto la loro volontà di aggiungersi in futuro.
IMPOSSIBILE GUARDARE ANCORA ALLA RUSSIA. La Serbia, fino a oggi, ha guardato alla Russia: per il comune passato socialista, per la religione ortodossa, per il cirillico e la lingua, per i colossi economici russi, come Gazprom, che risiedono sul territorio serbo. La grande Madre Russia però è lontana e dà pochi aiuti alla piccola Repubblica di Serbia, considerata territorialmente troppo vicina all'Europa occidentale per non subirne le influenze.
Dall'altra parte l'Europa ha imposto come condizione essenziale per l'inizio delle trattative d'ingresso nella comunità economica il riconoscimento del Kosovo indipendente e il rispetto delle minoranze presenti sul territorio, compresa quindi la comunità Lgbt. Un doppio orrore di cui nessun serbo vuole sentir parlare.

I pope e una Chiesa più forte della politica

Ultra nazionalisti serbi schierati contro il Gay pride 2014.

La Chiesa ortodossa serba, spesso più influente dalla stessa politica, e con lei l'estrema destra, non hanno mai visto di buon occhio la manifestazione. I pope sono spesso presenti accanto agli hooligans, alzando crocefissi e brandendo ritratti del sacro cuore di Gesù.
PAESE TRADIZIONALISTA. Usciti dal frastuono di Belgrado, nelle città periferiche e in campagna la Serbia rimane ancora oggi un Paese fortemente tradizionalista e legato alle sue ancestrali origini. La famiglia tradizionale è vista come la base di una società sana, l'omossessualità è percepita come una malattia e spesso gay e lesbiche preferiscono nascondere nell'ombra la propria sessualità per paura delle violenze.
IL PREMIER SPINGE VERSO BRUXELLES. Una società arcaica e tradizionalista, che considera il Kosovo come una parte essenziale e indivisibile del territorio serbo. La domanda è se Aleksandar Vučić possa riuscire ad avere abbastanza influenza per continuare a convincere il suo elettorato conservatore che l'ingresso in Europa è la sola strada per un futuro roseo del Paese. Nel frattempo che la politica gioca le sue carte nessuno si preoccupa dei veri diritti della comunità Lgbt in Serbia.

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