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SPIN DOCTOR 1 Ottobre Ott 2014 0547 01 ottobre 2014

I think tank americani? Non sono neutrali

I centri sono spesso finanziati dai governi stranieri. E non possono dirsi imparziali.

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Il Congresso Usa a Washington.

Diversi governi di tutto il mondo investono oltre 90 milioni di dollari l’anno per fare pressione sull’amministrazione americana. La Norvegia è il Paese più attivo, ha investito infatti 24 milioni di dollari negli ultimi quattro anni, 5 dei quali solo quest’anno. I Paesi d’Europa, Asia, Medio Oriente spendono milioni di dollari per riuscire a conquistare il consenso di senatori, membri del congresso e commissioni straordinarie, persino dei Dipartimenti di Stato, attraverso un’azione serrata di lobby indiretta, volta a cambiare la direzione della politica estera nordamericana o a facilitare accordi commerciali. Dall’Italia, però, nemmeno un euro.
FIUMI DI SOLDI DAI GOVERNI AI THINK TANK. Qualcuno si starà chiedendo quale sia la notizia. Si tratta semplicemente di governi che cercano di influenzare la più grande potenza democratica del mondo libero. Se non fosse che i destinatari di questo fiume di denaro (e si stima che siano in difetto) non sono le blasonate lobbying firm di K-street, bensì i più influenti centri di ricerca americani. Istituti che godono da sempre di grande rispetto grazie alla loro imparzialità e qualità accademica e che una recente inchiesta del New York Times ha messo seriamente in dubbio. Il quotidiano newyorkese rivela, infatti, in un lungo articolo redatto a tre mani da Eric Lipton, Brooke Williams e Nicholas Confessore, le trame di rapporti tra i governi stranieri e i centri di ricerca americani, ai quali si affidano normalmente giuristi, decisori pubblici e addetti ai lavori nel definire l’agenda politica.
«NEUTRALITÀ COMPROMESSA». Come non sospettare allora di uno studio della Brookings Institution sul Medio Oriente, finanziato da un governo che è parte integrante della ricerca? Joseph Sandler, avvocato e massimo esperto degli statuti sulle attività di lobby dei governi stranieri, dichiara che questi accordi «aprono una nuova finestra sull’influenza a pagamento di Washington D.C. Con gli studi legali o le società di lobby sei cosciente che il loro mestiere sia quello di fare pressione», ma i think tank hanno questa «patina di neutralità e oggettività accademica, che è stata profondamente compromessa».
Gli accordi milionari coinvolgono i centri di pensiero più influenti degli Stati Uniti, come la Brookings Institution, il Center for Strategic and International Studies e l’Atlantic Council, in un Paese che ospita il 30% dei think thank del mondo.

La Brookings Institution e lo zampino del Qatar

Il Brookings Institutions ha, tra i suoi finanziatori principali, Qatar e Norvegia.

Il Qatar nel 2013 ha stretto un accordo da 14,8 milioni di dollari che ha permesso a Brookings di fondare una filiale (guarda caso) a Doha, e portare avanti un progetto sul mondo islamico.
Saleem Ali, già visiting fellow nel centro in questione, ha dichiarato esplicitamente: «Se i membri del Congresso utilizzano i report della Brookings, dovrebbero essere consapevoli che non stanno analizzando tutta la verità. Non si tratta di una storia falsa, ma sicuramente non è tutta la storia». Nonostante i direttori coinvolti difendano strenuamente l’indipendenza delle proprie ricerche, i documenti interni e le clausole contrattuali dei governi sono piuttosto espliciti sulle aspettative che ripongono nei centri da loro finanziati.
UNA LEGGE CI SAREBBE... Il problema è anche e soprattutto di natura legale, perché questi rapporti violano il Foreign Agents Registration Act, la legge federale istituita nel 1938 per combattere la propaganda nazista sul suolo americano, che obbligherebbe i gruppi pagati da Paesi stranieri a registrarsi come «foreign agents» al Dipartimento di Giustizia. All’atto pratico nessuno di questi centri si registra come tale, e l’unica concessione è stata quella di pubblicare parte degli accordi.
La Norvegia è l’esempio par excellence di questo dibattito: membro della Nato, coinvolto in numerose missioni di pace e tra i maggiori produttori di petrolio al mondo, negli ultimi quattro anni ha trasformato questi enti no-profit in un vero e proprio braccio armato al servizio del proprio governo.
GLI INTRECCI CON LA NATO. Come rivela lo stesso ministro degli Affari Esteri norvegese «per un piccolo paese è difficile avere accesso al potere politico americano, finanziare potenti think tank è una possibilità per guadagnarsi quell’accesso, e alcuni di questi convengono apertamente che possono offrire i loro servizi solo a quei governi che provvedono finanziamenti».
Alcuni risultati quali l’allargamento dei permessi di trivellazione, il rafforzamento del ruolo nella Nato o lo spostamento dell’agenda politica americana sul cambiamento climatico hanno giustificato la natura di questo rapporto. Rapporto che è stato definito a un meeting di giugno «mutualmente benefico per muovere importanti questioni globali», incontro che ha visto la Norvegia staccare un ulteriore assegno di 4 milioni di dollari alla Brookings Institution.

A questo link trovate la mappatura completa dei movimenti di denaro tra gli Stati e le società di ricerca americane.

* Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma
Twitter @gcomin

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