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ANALISI 1 Ottobre Ott 2014 1143 01 ottobre 2014

Onu, Obama l'incerto volta pagina

Il presidente americano s'è preso la scena alla 69esima Assemblea.

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Barack Obama.

La 69esima edizione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha chiuso i battenti lasciandosi dietro l’ormai tradizionale passerella di grandi e piccoli capi di Stato e/o di governo, impegnati in una sorta di moderno torneo in cui ci si misura con l’arma della dialettica e dell’oratoria e ci si posiziona sullo scenario internazionale. Con un occhio sempre puntato in casa propria, naturalmente. Qualche grande ha disertato, come il cinese Xi Jinping e il russo Vladimir Putin, in ben altre faccende affaccendati.
Anche quest’anno vi è stato un esordiente di alto rango come il premier indiano Narendra Modi che ha dato ottimo saggio del suo carisma personale, sostanziato dalla forza del suo appello a una genuina partnership internazionale e dalla sua visione asiatico-centrica che soprattutto il Vecchio continente tende a sottovalutare. È stato apprezzato, ma non ha suscitato quel fremito di aspettativa che aveva accompagnato, l’anno scorso, l’entrata in scena del premier iraniano Hassan Rohani.
BRICS E MINT? ANCORA ACERBI. Anche quest’anno l'urgenza della riforma del Consiglio di sicurezza, indispensabile per porre l’Organizzazione delle Nazioni Unite in grado di assolvere quel ruolo di facilitatore e tutore della pace per la quale è stata istituita, è stata richiamata in tutti o quasi gli interventi; ma nulla sembra muoversi realmente in quella direzione.
Anche quest’anno i Paesi emergenti, tra i quali spiccano i cosiddetti Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) e Mint (Messico, Indonesia, Nigeria, Turchia) non sono parsi ancora in grado di farsi massa critica nella dinamica geopolitica del pianeta e rispetto ai principali dossier della globalità: dal cambio climatico alla riforma del sistema finanziario internazionale; dagli obiettivi del millennio all’epidemia di ebola, e via dicendo.
TIENE BANCO LA SICUREZZA. Quest’anno più che in precedenza ha tenuto banco il tema della sicurezza, messa in discussione non solo dal preoccupante estendersi delle aree del mondo che soffrono di focolai di conflitto e di instabilità, ma anche dal non meno inquietante proliferare della minaccia dell’estremismo e del terrorismo nelle più variegate forme e connotazioni. Con lo Stato islamico (Isis) in prima fila e in temibile concorrenza con al Qaeda. E a quel banco si sono presentati tutti i protagonisti delle più acute crisi del momento, a cominciare da quelle che lacerano il Medio Oriente, in un confronto a distanza che merita di essere raccontato anche se in estrema sintesi.
OBAMA ABBANDONA L'INCERTEZZA. Barack Obama vi ha brillato con una magistrale rotondità retorica messa al servizio di una ritrovata assertività da potenza garante e arbitro planetario; quasi liberato dai nodi della sua usuale incertezza e voglioso di oscurare i fattori di sottovalutazione del fenomeno Isis e di sopravvalutazione della forza militare irachena, addebitate poi ai servizi segreti. Ha rilanciato con vigore i punti cardine della strategia della coalizione arabo-occidentale messa in piedi in settembre ponendo più adeguata enfasi sul duplice punto del ruolo decisivo dei partner regionali non solo in chiave militare ma anche su quello del rigetto popolare e dunque ideologico dell’Isis.

Rohani guarda con sospetto al presidente statunitense

New York: Hassan Rohani all'Onu (26 settembre 2014).

A ben vedere si è mosso in una direzione simile a quella invocata da Rohani, ma con un approccio ritenuto eccessivamente protagonistico e dunque sospetto agli occhi del leader sciita che ha rivendicato l’esigenza di una genuina quanto indefinita partnership regionale per riuscire a sradicare la malapianta dell’Isis. E tanto più sospetto per l’alleanza militare siglata con i suoi principali contendenti del Golfo, Arabia saudita in testa, in funzione anti-Isis ma proiettata anche al rovesciamento di Bashar al Assad. Laddove dunque l'equazione «il nemico del mio nemico è mio amico» non è applicabile.
Ma tra le righe del suo e del discorso di Obama si può cogliere la disponibilità a ricercare le fila di una possibile convergenza. Lo conferma la dinamica degli attacchi aerei e lo suggerisce la raffinata dialettica attraverso la quale Rohani ha lasciato intravvedere la possibilità di porre sul tavolo negoziale del nucleare anche la partita del dossier iracheno e siriano. In un do ut des potenzialmente vantaggioso per Rohani dato il pericolo che l’Isis rappresenta per Damasco e Baghdad, perni fondamentali delle sue ambizioni di supremazia negoziale. Ma anche per Obama e la sua pax mediorientale.
BARACK OFFRE UNA VIA D'USCITA A MOSCA. Obama ha offerto una via d’uscita anche a Mosca in relazione alla crisi ucraina ma sulla scorta di una sua lettura dei fatti pregressi un po’ forzata e comunque tale da indurre Sergej Lavrov, il ministro degli Esteri russo, a una dura reprimenda sulla quale ha calato l’accusa di violare platealmente gli stessi valori di cui Washington si fa portatrice attaccando in terra siriana senza l’avallo delle Nazioni Unite e la previa concertazione con Damasco. Affermando in tal modo anche il suo ruolo di indispensabile interlocutore nella dinamica di quel Paese.
L’obiettivo del rovesciamento di Assad è stato ruvidamente ribadito dal ministro degli Esteri saudita, forte oggi della svolta americana, abbinato all’accusa a Teheran di avvalersi di Hezbollah e delle guardie rivoluzionarie per conseguire il suo obiettivo egemonico. Enfatica la sottolineatura delle ragioni religiose, politiche e morali che vedono il Regno impegnato a combattere l’Isis e ogni forma di terrorismo, quanto morbido l’approccio al negoziato nucleare iraniano posto nel contesto della (da sempre) invocata de-nuclearizzazione della regione.
L'INTERVENTO APPASSIONATO DI ABBAS. In tono minore il presidente di Ankara Recep Tayyip Erdogan che ha cercato di proteggere l’opacità della posizione tenuta rispetto all’Isis fino all’ottenimento della liberazione degli ostaggi turchi con la valorizzazione della meritoria accoglienza di circa 1,5 milioni di rifugiati siriani.
Al presidente dell'Olp Mahmoud Abbas, appena reduce da un rinnovato accordo con Hamas, va riconosciuto l’intervento più appassionato e struggente in difesa della causa palestinese sul cui altare ha di fatto deciso di voler fare ricorso agli strumenti offertigli dalle Nazioni Unite, distanziandosi così decisamente dalla strategia americana risultata, di fatto, includente. Un messaggio di condanna radicale di Israele ma anche fortemente critico nei riguardi di Obama. Calato il sipario su New York si torna al teatro della crisi. Dove l’Isis, pur colpita, avanza e raccoglie adepti.

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