Alessandro Bergonzoni 141002164158
INTERVISTA 3 Ottobre Ott 2014 0900 03 ottobre 2014

Bergonzoni e il vocabolario di sinistra

Per Bergonzoni la sinistra deve riscoprire la parola. E il web? «Non ci salverà».

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Lo scontro all'interno del Pd sul Jobs Act renziano ha fatto emergere, ancora una volta, le diverse anime della sinistra, quasi inconciliabili. Il «padroni», pronunciato durante la direzione Pd da Massimo D'Alema, cozza con «l'imprenditore» renziano (e non solo).
DAI «COMPAGNI» AGLI «AMICI». Vero è che negli anni il vocabolario si potrebbe dire marxista si è modificato. Ai «compagni» si sono preferiti gli «amici». Mentre gli «oppositori» si sono trasformati in «gufi». Solo la gloriosa festa dell'Unità è tornata a essere tale dopo la parentesi di festa del Pd.
Una rivoluzione cultural-lessicale che ha colpito non solo la sinistra, ma la politica in generale. E che non convince per nulla Alessandro Bergonzoni.
«LA SINISTRA DEVE ASCOLTARE». «La sinistra», dice il comico e attore bolognese a Lettera43.it, «ha perduto ogni capacità di ascoltare l’altro. Non parlo solo di Matteo Renzi e di quelli della sua generazione, ma di tutti coloro che oggi, da politici, dovrebbero chiedere scusa ai cittadini per l’incapacità di esprimere pensieri degni di essere ascoltati».
La critica, però, non si arena nella rassegnazione. «C’è bisogno di una sinistra in Italia, ma non come quella attuale che non si accorge neanche di quanto si sia involuta. E quando se ne accorge, si limita a farne satira inconcludente». E poi un consiglio: «Ciascuno si faccia un po’ artista e politico. E provi a ricostruire con gli altri i ponti giusti per fa rinascere una comunicazione di qualità».

Alessandro Bergonzoni.


DOMANDA. Parole come compagni, fabbrica, salario sembrano scomparse dal vocabolario della sinistra italiana. È un bene o un male?
RISPOSTA. Il problema è il tipo di patologia che ha colto chi parla ai e con i cittadini.
D. Cioè?
R. La malattia, più che nella parola in sé, è nel pensiero. Anzi, nella sua totale assenza.
D. Com’è la qualità del linguaggio politico?
R. Privo di poetica. E di autenticità. È chiacchiericcio infarcito di slogan fasulli. Il politico, anche quello di sinistra, si è ridotto a essere una sorta di showman incapace di pronunciare vocaboli significativi come lavoro, malattia, povertà e di ragionare su di essi.
D. C'è un antidoto a questa mancanza?
R. La politica e la sinistra devono sopravvalutare meno se stesse. Imparando un uso più artistico e antropologico della parola.
D. Per esempio, nei talk show televisivi?
R. Il talk show è una vergogna. Pornografia pura. Non mi riferisco a chi in tivù urla e aggredisce gli altri: è più volgare chi, con toni moderati, parla parla ma non vuole dire nulla.
D. Una volta si diceva «fare bla bla».
R. È peggio. Chi fa così si compiace, mostra di non avere un pensiero interiore né coscienza spirituale: dietro le sue parole non traspare conoscenza.
D. Perché parla, allora?
R. Per esaudire l’impellente bisogno che consuma tutti i politici: comunicare invece di formare.
D. Il risultato?
R. Un’assenza totale di profondità. Questi uomini producono pornografia e silenzio perfino quando magari hanno ragione.
D. Che cosa ha perduto di più il linguaggio di sinistra?
R. La capacità di ascoltare l’altro. Spero in una resurrezione, cioè che prima o poi la sinistra torni a farlo. Ma per ora, non ne intravedo traccia.
D. È anche una questione di età o di generazione?
R. Per nulla. È una condizione assolutamente trasversale. È il codice di interpretazione del linguaggio che dovrebbe cambiare. E ciò può farlo solo l’artista.
D. Si spieghi meglio.
R. La sinistra italiana deve essere afferrata, rivoltata e ri-abitata da chi ha la sinistra dentro il proprio Dna. Dalla gente comune intendo, che deve imparare a tradurre quel che ascolta con le proprie orecchie come se dovesse tradurre Italo Calvino in giapponese.
D. Quindi?
R. Bisogna impadronirsi delle parole che si ascoltano, traducendole fino a quando ciascuno diventi autore di quel che si sta dicendo. Dobbiamo aprirci. E diventare, in tal senso, tutti un po’ politici.
D. Internet e la tanto osannata libertà 2.0 possono essere utili?
R. Ma quale libertà? Nella Rete ciascuno di noi è già perso. La Rete non siamo e non saremo mai noi: la Rete è lei e basta.
D. E allora?
R. La vera Rete deve abitare e agire nella testa di ciascuno di noi.
D. Liberarsi dai condizionamenti è difficile però...
R. La gente è condizionata da se stessa. La colpa va addossata a chi non fa nulla per cambiare il proprio vocabolario né va a scuola di mutazione preferendo continuare a subire violenza.
D. Crede ancora in un risveglio linguistico, anche della sinistra, o no?
R. Lo spero. Mi sento stanco, ma più che mai vivo. Per ora, non vedo un nuovo partito della sinistra in Italia.
D. Però?
R. Ciascuno, nell’attesa, dovrebbe costruirsi un governo di sinistra dentro se stesso, nominando ministri gli uomini di sinistra che conserva di più nell’anima. Quello di cui parlo è un cambiamento profondo, che nessun leader da solo potrà mai garantire.
D. Qual è, linguisticamente parlando, il compito dell’artista oggi?
R. Deve saper costruire i ponti.
D. I ponti?
R. La sinistra in Italia ha contribuito a bombardare i ponti della vera comunicazione, come accadde a Sarajevo e come accade durante qualsiasi guerra. Se ogni cittadino si fa un po’ artista e poeta è possibile costruire una rete di ponti che ripristini pian piano una comunicazione vera e di qualità fra tutti.
D Anche in tivù?
R. La tivù è una sostanza stupefacente: chi la usa, ne viene reso dipendente e perde ogni lucidità. Ha fatto caso come si trasforma in peggio chiunque conquisti un filo di potere e di pubblica visibilità?
D. Nessuno ne è immune?
R. Perfino i professori, durante le lezioni all’università, si costruiscono un’atmosfera da compiacimento come se fossero in una loro privata televisione. La chiamo cultura del collutorio.
D. Come salvarsi?
R. Bisognerebbe essere dotati di anticorpi da cavallo.
D. Che cosa si può fare?
R. Andare negli asili, per esempio, a spiegare ai bambini che oltre a tale pessima comunicazione esiste anche la conoscenza che è ben altra roba.
D. Che cosa ci manca di più?
R. Una sorta di esperanto, cioè una nuova lingua in grado di capire e tradurre i codici oggi incompresi dai più.
D. A quale scopo?
R. Vado per le mie ricerche a parlare negli ospedali, nelle scuole, nelle carceri: ma chi parla di carcere è come se parlasse ostrogoto. Perciò c’è bisogno di costruire i ponti.
D. Linguaggi che erano nel Dna della sinistra...
R. La sinistra dovrebbe parlare questi linguaggi per natura, ma è come un pilota che corre a 250 km all’ora, arriva in curva e non si accorge che deve frenare se non vuole andare a sbattere fuori strada.
D. La sinistra è cosciente di questo?
R. Non del tutto. Quando se ne accorge, prova a riderne.
D. Che c’è di male a riderne un po’?
R. Il peggior nemico della sinistra italiana è l’ironia troppo facile. E la satira a buon mercato.
D. Perché?
R. Ammazza ogni lucidità.
D. Non è peggio una sinistra bacchettona, che si prende troppo sul serio e senza capacità di autocritica?
R. C’è una patologia in atto. Uno che si fa di cocaina è convinto di essere lucido. Crede di poter smettere quando vuole. E di non essere un cocainomane.

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