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RIFORME 3 Ottobre Ott 2014 2215 03 ottobre 2014

Lavoro, Renzi: «Vedo i sindacati martedì 7 ottobre»

Jobs Act, il premier fissa l'incontro con le sigle. Voto in Aula possibile via d'uscita.

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Matteo Renzi.

L'incontro era già stato rilanciato nei giorni scorsi: ora è arrivata anche la conferma, con tanto di data. Martedì 7 ottobre il premier Matteo Renzi e i sindacati tenteranno di dirimere la matassa Jobs Act, alla vigilia del via al voto in Senato del provvedimento, su cui incombe la fiducia. Dopo aver aperto al confronto con le sigle sindacali nel corso della direzione Pd, dal palco di Ferrara, incurante della pesante contestazione ai suoi danni, il capo del governo ha fatto partire l'invito ufficiale alla controparte. Sul tavolo, come da lui stesso specificato, i temi della legge sulla rappresentanza sindacale e dei contratti di secondo livello. Cgil, Cisl e Uil, che già lo scorso 29 settembre avevano apprezzato l'intenzione di Renzi di «riaprire - per usare le sue parole - la Sala verde» del palazzo del governo, hanno fatto però subito notare di non saperne alcunché. Ma presto, hanno assicurato da Palazzo Chigi, all'invito seguirà «la convocazione ufficiale».
IL NODO DELL'ARTICOLO 18. L'incontro, al di là dei temi 'ufficiali', non potrà prescindere dalla riforma del mercato del lavoro e dell'articolo 18, che il premier vuole in porto velocemente. Nel cronoprogramma indicato da Renzi, infatti, il Jobs Act deve avere l'ok dall'Aula del Senato entro la prossima settimana - mercoledì 8 si comincerà a votare, nel giorno del vertice Ue sull'occupazione a Milano, data per la quale Renzi vuole il primo via libera di Palazzo Madama - per essere definitivamente approvato al massimo entro un mese.
TEMPI STRETTI PER IL VIA LIBERA. I tempi e lo spazio per le mediazioni sono stretti: la fiducia appare sempre più come l'unica via d'uscita da un'impasse politica rispetto a nuovo intervento o meno sulla delega (un emendamento o un ordine del giorno, per raccogliere il documento approvato dalla direzione del Pd). «Non è esclusa», ha detto infatti il consigliere economico di Palazzo Chigi, Yoram Gutgeld, alla domanda se il governo sia pronto a mettere la questione di fiducia sul Jobs act.
MINORANZA SCETTICA SULLA FIDUCIA. Ipotesi a cui hanno replicato con un secco 'no' tre dei senatori delle minoranze Pd firmatari degli emendamenti al Jobs act: «Sarebbe la soluzione peggiore sotto ogni punto di vista. Non si recepirebbero i passi in avanti del documento della direzione Pd, seppur parziali e insufficienti, e soprattutto si impedirebbe ai parlamentari di contribuire con gli emendamenti a migliorare la delega», hanno sottolineato Federico Fornaro, Maria Grazia Gatti e Cecilia Guerra.
CONFINDUSTRIA DÀ FIDUCIA AL PREMIER. I centristi della maggioranza, Nuovo centrodestara in testa, non sono disponibili a passi indietro rispetto al testo della delega e al superamento netto dell'articolo 18. «Sono convinto che le istanze provenienti dalle varie componenti della maggioranza siano facilmente conciliabili in sede di decreto delegato», ha affermato il senatore di Scelta civica Pietro Ichino. Se i sindacati continuano a difendere l'articolo 18, Confindustria al contrario ha ribadito che è un «simbolo», un «mantra da modificare», (mantenendo il reintegro solo per i licenziamenti discriminatori): «Il presidente del Consiglio ha molta determinazione in questa direzione. Guardiamo con fiducia al processo in atto», ha detto il presidente degli industriali, Giorgio Squinzi. L'indennizzo fissato per legge «è una rivoluzione copernicana», ha rilanciato Renzi, ribadendo che con il Jobs Act «portiamo le aziende a creare lavoro»: con le regole attuali «la disoccupazione è percentualmente quasi raddoppiata».

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