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ESTERI 4 Ottobre Ott 2014 0747 04 ottobre 2014

La Polonia dopo Tusk: il futuro è un'incognita

Il premier lascia. Tocca a Kopacz. Che in un anno, e tre elezioni, si gioca tutto.

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Donald Tusk, ex premier polacco.

L'uscita dalla scena politica polacca di Donald Tusk, dal prossimo primo dicembre presidente del Consiglio europeo, ha rappresentato per la Polonia una vera e propria cesura. Per oltre un decennio, la sua figura è stata il punto di riferimento attorno al quale è ruotata la vita politica del Paese: prima come artefice della riorganizzazione di un centrodestra moderato attorno al nuovo raggruppamento Piattaforma civica, poi come oppositore del duopolio populista dei gemelli Kaczynski, infine come capo dell'esecutivo dal 2007. È stato l'unico premier polacco a conquistarsi una riconferma, nel 2011.
CRESCITA POLITICA ED ECONOMICA. Partito, parlamento e governo. Tappe di una carriera politica fulminante, durante la quale la Polonia ha conosciuto una crescita di peso specifico in Europa: politico, con l'assunzione di ruoli chiave in seno alle istituzioni comunitarie; geografico, con l'affermazione di un terzo polo a Est accanto a Berlino e Parigi; economico, con una crescita senza pause, neppure durante le fasi più acute della crisi globale (dal 2008 al 2013 la crescita cumulativa del Pil polacco ha superato il 20%, miglior risultato in Europa).
Negli ultimi tempi il governo appariva logorato dal lungo potere, appannato nel suo sforzo riformista e appesantito dal clientelismo, tanto che la promozione europea per il suo leader potrebbe essere arrivata al momento giusto, evitando così un disonorevole declino personale. È tuttavia innegabile che la stagione politica di Tusk resterà legata al secondo miracolo economico polacco, nel quale il benessere si è diffuso in maniera stabile nel Paese, pur tra le annose differenze regionali fra Est e Ovest, creando una classe media solida e moderna, ancorata a valori e principi europei.
IL DOPO-TUSK SI CHIAMA KOPACZ. Il suo trasferimento a Bruxelles, conseguenza quasi predestinata della sua esperienza politica, lascia nel Paese e nel suo partito un vuoto che apre spazi a più di qualche inquietudine, giacché la stabilità politica - cui si devono anche le ottime performance economiche - non è un dato costante della storia polacca, né recente, né passata.
In tale vuoto lo stesso Tusk ha voluto lanciare la donna a lui politicamente più vicina: Ewa Kopacz, classe 1956, già ministro della Sanità e dal 2011 presidente del Sejm, la camera bassa del parlamento, ruolo che curiosamente si accinge ora a occupare l'ex ministro degli Esteri Radoslav Sikorski, uno che pareva destinato a un grande futuro e che ora deve invece ridimensionare le ambizioni, probabilmente in seguito allo scandalo delle intercettazioni che lo ha visto protagonista di giudizi trancianti verso l'alleato di ferro statunitense.

Amministrative, presidenziali e politiche: Ewa alla prova del fuoco

Ewa Kopacz ha preso il posto di Donald Tusk il 22 settembre 2014.

I prossimi 12 mesi saranno un banco di prova decisivo per Kopacz. Dovrà dimostrare, al suo partito e al Paese, di essere in grado di tenere insieme le correnti interne e le aspettative esterne. Diplomazia e pugno forte, autorevolezza e intraprendenza. Caratteristiche finora non rintracciabili nella carriera politica di Kopacz. Ma l'anno chiave della sua vita sarà contrassegnato da tre prove elettorali che ne misureranno la tempra: amministrative a novembre 2014, presidenziali nella primavera del prossimo anno e infine le politiche nell'autunno 2015. Tre prove del fuoco che chiariranno, ai polacchi e agli europei, se la Polonia si sia ormai lasciata alle spalle gli anni turbolenti della transizione politica e possa quindi puntare a consolidare il suo ruolo di Paese forte all'interno dell'Ue, o se dovrà confrontarsi con un nuovo rimescolamento delle carte, con il rischio di mettere in gioco anche i traguardi raggiunti sul piano economico e della modernizzazione.
I GIOVANI FANNO LE VALIGIE. In verità l'economia sembra fornire segnali confortanti. Secondo le stime della Banca mondiale, la crescita dovrebbe rimanere stabile anche nei prossimi anni, nonostante i timori per la guerra delle sanzioni con Mosca e per il rallentamento tedesco. La disoccupazione è in discesa, le aziende innovative di alta tecnologia promettono di dare respiro lungo allo sviluppo, mentre resta insopportabilmente alto il numero di giovani che fa le valige, nonostante il lavoro in patria non manchi (tanto che a occupare posti vuoti arrivano i giovani dal Sud Europa): nel 2013 l'ufficio di statistica di Varsavia ha conteggiato 2,2 milioni di polacchi fuori dal Paese (Gran Bretagna, Germania e Irlanda le mete preferite), una cifra che potrebbe raggiungere i 2,7 milioni conteggiando coloro che non si sono iscritti nei registri ufficiali. Motivo: i salari ancora troppo bassi rispetto a quelli occidentali. Si continua ad andar via e, soprattutto, non si torna.
LA SINISTRA STA A GUARDARE. Sul piano politico, invece, il momento è delicato. Piattaforma civica (Po), il movimento del premier che governa assieme al partito rurale centrista Psl, ha recuperato negli ultimi mesi della campagna elettorale europea l'ampio distacco nei confronti del principale partito di opposizione, Diritto e giustizia (Pis) di Jaroslaw Kaczynski, grazie soprattutto al ricompattamento di un elettorato spaventato dalla crisi ucraina. Ma nessuno è in grado di valutare se tale recupero reggerà le prove dei prossimi mesi. I due partiti della destra si giocheranno la vittoria anche nelle prossime tre elezioni, ma le incognite sono troppe per avanzare un pronostico. C'è da valutare l'impatto dell'uscita di Tusk, così come il riflesso del prestigio che la sua nomina europea potrebbe riversare su Kopacz, la tenuta dei due maggiori partiti scossi da spinte centrifughe, la loro capacità di stringere coalizioni. Sarà difficile che uno dei due ottenga maggioranze schiaccianti e quindi sarà inevitabile imbarcare forze minori in coalizioni tripartitiche, aumentando il rischio di instabilità. Una cosa sembra certa: la nuova Polonia uscirà ancora dal derby a destra fra i moderati di Po e i populisti di Pis. La sinistra è destinata a proseguire il suo ruolo di spettatrice.

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