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PRESIDENZIALI 5 Ottobre Ott 2014 0700 05 ottobre 2014

Brasile, tra Rousseff e Silva sfida alle elezioni

Nonostante crisi e scandali, la pupilla di Lula resta favorita. Marina arranca.

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Dilma Rousseff e Marina Silva, le due candidate favorite nella corsa alle presidenziali.

Servirebbe la penna di Jorge Amado per raccontare la campagna elettorale delle presidenziali brasiliane.
La capo di Stato uscente Dilma Rousseff, origini da privilegiata nel Brasile della povertà e solidi studi in economia messi al servizio della guerriglia marxista e del partito dei lavoratori, contro la sfidante Marina Silva, mulatta nata nel cuore dell'Amazzonia, rimasta analfabeta fino a 16 anni e diventata, dopo aver accarezzato l'idea di farsi suora, missionaria dell'ambientalismo globale.
BALLOTTAGGIO PROBABILE. I sondaggi danno la Rousseff, rappresentante del partito da 12 anni al potere, in netto vantaggio, ma incapace di superare la soglia del 50% che chiuderebbe la partita al primo turno fissato per il 5 ottobre. La Silva, ex ministro dell'Ambiente dimissionaria in polemica con le politiche dell'esecutivo, viaggia invece poco sopra il 20% dei consensi, in una situazione di 'pareggio tecnico' con Aecio Neves, il candidato del Partito socialdemocratico brasiliano (Psdb, conservatore).
Con tutta probabilità le due candidate, la prima presidente donna contro l'aspirante prima presidente nera, se la vedranno faccia a faccia nel ballottaggio del 26 ottobre.
Donna Brasilia e le sue due mogli, insomma, divise tra il sostegno degli operai e delle chiese evangeliche e minacciate dalle eterne ombre della corruzione e dell'ingerenza americana. Alle prese con un Paese in crisi che deve decidere del suo futuro.

Le debolezze di Dilma: crescita al rallentatore e corruzione di partito

Dilma Rousseff, presidente del Brasile.

Il Brasile del 2014 non è più un posto da romanzo. Nei nove anni di presidenza di Ignacio Lula da Silva, il sindacalista che ha cambiato la faccia del Paese, il Prodotto interno lordo correva a una media del 7%. Quando Rousseff ha preso il testimone alla guida di Brasilia, la crescita ha iniziato a rallentare fino a una media del 2%. E nel 2014 non andrà oltre lo 0,5%, mentre l'inflazione galoppa al 6,3%, ben al di sopra delle previsioni del governo.
I PROLETARI STANNO CON LEI. Se non altro, Dilma ha il sostegno delle popolose regioni del Nord e del Nord Est affollate di proletari veri che si sostengono con i sussidi del piano Borsa famiglia.
Dal 2003 al 2014, gli anni in cui il partito dei lavoratori è stato al potere, il Pil procapite è aumentato tre volte e il salario minimo è cresciuto addirittura dell'83%, mentre il tasso di povertà è calato addirittura del 65%.
Il 40% della popolazione con un reddito sotto la media ha raddoppiato i suoi guadagni.
L'ECONOMIA SI È INGOLFATA. Ora però la crisi finanziaria ha ingolfato un'economia fondata principalmente sull'export di derrate alimentari e materie prime e petrolio. La presidentessa si è presa in carico sulle spalle la potenza sudamericana, negli anni in cui la parabola era già discendente: ha continuato a puntare sui colossi di Stato, inagurato grandi opere, mantenuto i massicci programmi di investimento sociale avviati da Lula.
MONDIALE, CHE BOOMERANG. Ma arrivata al traguardo del Mondiale 2014 che doveva suggellarne i successi e essere il trampolino per la rielezione, si è ritrovata cantieri in ritardo, un Paese senza progresso né ordine, e migliaia di persone in piazza contro l'aumento dei prezzi dei trasporti da Rio de Janeiro a San Salvador de Bahia.
L'INCHIESTA PETROBAS, CHE GRANA. Come se non bastasse, sul fronte giudiziario proprio a ridosso delle elezioni sembra essere scoppiato uno scandalo tra le mani di Dilma. La magistratura indaga su un giro di tangenti passate attraverso la società Petrobas, colosso petrolifero di Stato da 2,5 milioni di barili di petrolio al giorno e 85 mila dipendenti.
Negli ultimi quattro anni, la società controllata al 50% dal governo ha imboccato una serie di investimenti sbagliati e ha perso due terzi di valore sul mercato.
Oggi i magistrati sospettano che i profitti della compagnia siano stati in parte usati per pagare mazzette ai dirigenti del Partito dei lavoratori incaricati di andare a caccia di voti. Oro nero per fondi neri: una cresta del 3% ogni contratto.
L'indagine potrebbe trasformarsi nel più grande scandalo di corruzione della storia del Brasile. E offre un'arma in più all'ambientalista Silva.

Le energie rinnovabili non bastano, nel Paese del balzo di Lula

Marina Silva, ex ministro dell'ambiente è entrata all'ultimo nella competizione elettorale.

Marina Silva non doveva nemmeno concorrere alle elezioni. A metà agosto ha evitato per un soffio di salire sull'aereo del candidato del Partido socialista brasileiro Eduardo Campos: il volo è precipitato uccidendolo e la outsider si è ritrovata all'improvviso in prima linea con una ricetta di sviluppo agli antipodi di quella di Rousseff.
Per la sfidante della Rete della sostenibilità, il Brasile vive in una bolla del petrolio: dal 2000 al 2013 la quota di prodotto interno lordo legata al gas e al greggio è cresciuta dal 3 al 13%. Intanto la quota di energia rinnovabile usata per il fabbisogno nazionale è calata del 17%.
PIÙ ETANOLO, MENO GREGGIO. Silva conosce bene il dossier: dopo gli anni di lotta contro il disboscamento dell'Amazzonia era stata scelta da Lula come ministro dell'Ambiente. Ma il matrimonio con il leader dei trabadhores è durato poco: nel 2008 Silva ha dato le dimissioni in polemica con le politiche del governo. Nei comizi, in giro per il Brasile, predica più sfruttamento di etanolo e energia idroelettrica a svantaggio del petrolio. E contesta anche la diga di Belo Monte, un bacino artificiale con una capacità di 11.233 megawatt destinato a diventare la terza diga più grande del pianeta, ma anche a sfrattare 20 mila persone e 12 tribù indigene dello Stato del Parà.
In poche settimane Silva ha triplicato il suo bagaglio di voti: il suo radicalismo sul fronte ambientale le ha portato consensi dei manifestanti anti governativi e l'ha però resa indigesta agli imprenditori dell'agroalimentare, un settore in cui si concentrano il 15% dei posti di lavoro di tutta la nazione. E ha fatto digrignare i denti anche a molti esponenti del Psb.
AUTONOMIA PER LA BANCA CENTRALE. Il risultato è un programma composito che promette sostenibilità, assistenza sanitaria e autonomia della banca centrale, un mix di misure di sinistra e di aperture liberali che le hanno attirato la nomea di candidata preferita dai mercati finanziari. E ovviamente degli Stati Uniti d'America. La sua appartenenza alla chiesa evangelica si è tradotta in domande scomode sui diritti civili e i matrimoni omoessessuali, a cui ha dato poche risposte, ma confuse. Gli incontri con i camerieri dai guanti bianchi per convincere le élite intellettuali (e ricche) cittadine non hanno aiutato la sua popolarità. E poco importa se la Rousseff abbia raccolto molto più finanziamenti.
La presidente in carica ha dalla sua la forza dei numeri. E in pochi sembrano voler abbandonare la strada imboccata finora, la sola che ha dato speranza alla maggioranza rumorosa dei 200 milioni di cittadini brasiliani. Marina Silva sarebbe la protagonista perfetta per il romanzo di Amado. Ma non ancora probabilmente per la realtà del Brasile.

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