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LAVORO 6 Ottobre Ott 2014 2000 06 ottobre 2014

Jobs Act, il governo chiede la fiducia

Attesa sul maxi-emendamento. Tensione nel Pd. Via al vertice Renzi-sindacati.

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Maria Elena Boschi e Matteo Renzi.

Il governo ha deciso di porre la questione di fiducia sul Jobs Act, nonostante il rischio di una spaccatura profonda nel Partito democratico.
Il Consiglio dei ministri ha infatti autorizzato il ministro Maria Elena Boschi a chiedere la fiducia su un maxi-emendamento al ddl lavoro al Senato.
INCONTRO COI SINDACATI. La scelta è destinata a pesare sul confronto tra il premier Matteo Renzi e i sindacati previsto per il 7 ottobre alle 8 a Palazzo Chigi. «Il sindacato è sempre pronto al confronto», ha detto la leader della Cgil Susanna Camusso, «ed è altrettanto pronto al conflitto per contrastare politiche non condivise». Inoltre la manifestazione di protesta indetta per il 25 ottobre è «confermata e rafforzata» indipendentemente dal voto in Aula.
L'obiettivo di Renzi è ottenere il via libera entro l'8 ottobre, quando a Milano è previsto il vertice europeo sul lavoro.
LA MINORANZA PD PROMETTE BATTAGLIA. Per la minoranza Pd la decisione di porre la fiducia sul Jobs Act avrà «conseguenze politiche», come ha detto Stefano Fassina. «Il governo costringe il parlamento a dargli una delega in bianco, è un problema istituzionale molto grave che merita l'attenzione del presidente della Repubblica».
Anche Pippo Civati ha espresso perplessità a riguardo, mentre Gianni Cuperlo ha chiesto al governo di migliorare il testo ascoltando la minoranza dem invece di porre la fiducia. Appelli caduti nel vuoto, e ora la tensione nel Pd è alle stelle.

D'Attorre: «Scelta sbagliata, ma non faremo cadere il governo»

La fiducia sul Jobs act è «una scelta sbagliata, un segnale di insicurezza del governo» secondo il deputato della minoranza Pd Alfredo D'Attorre. «Sarebbe giusto consentire un confronto di merito al Senato, ma è chiaro che prevarrà la responsabilità di non far cadere il governo», ha aggiunto il bersaniano, che in direzione ha votato no. La priorità, dunque, resta la tenuta dell'esecutivo.
FIDUCIA SUL FILO DEI NUMERI. La maggioranza assoluta del Senato è di 161 voti, e in precedenti voti di fiducia il governo ne ha ottenuti fino a 167; ma prima dell'estate sono stati sufficienti numeri più bassi, tra i 155 e i 162, per i decreti del governo. Oltre che alle fibrillazioni della maggioranza, molto dipenderà dalla capacità e dalla voglia delle opposizioni di mobilitare tutti i propri senatori, che in tutto raggiungono quota 147: infatti Fi ha 59 senatori, M5s 40, Lega 15, Gal 12, il gruppo Misto che raccoglie Sel ed ex M5s ne ha 21 (escludendo Carlo Azeglio Ciampi e Renzo Piano). Invece la maggioranza, facendo il pieno, mette assieme teoricamente 167 senatori: i 108 del Pd (il presidente Pietro Grasso non vota), i 32 di Ncd, 7 di Sc, 10 di Per l'Italia e 10 delle Autonomie. In ogni caso l'obiettivo di Renzi è una fiducia ampia che ottenga la maggioranza assoluta almeno tra i senatori eletti.
ART.18, DICHIARAZIONE DI POLETTI IN AULA. L'ipotesi più forte sul tavolo è quella di presentare un maxiemendamento alla delega sul Lavoro che recepisca alcune delle modifiche contenute nel documento approvato dalla direzione Pd. Il testo non dovrebbe contenere però una indicazione dettagliata sull'articolo 18 e la questione del reintegro per i licenziamenti discriminatori e disciplinari. Su questo punto specifico è previsto che si pronunci il ministro Giuliano Poletti con una dichiarazione in Aula, rinviando poi ai decreti delegati per una disciplina puntuale.

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