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NAZARENO 6 Ottobre Ott 2014 1429 06 ottobre 2014

Pd, Richetti scuote Renzi

Fedele al premier. Ora lo critica. E rivendica un ruolo. Chi è il Matteo n. 2.

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Matteo Richetti.

Matteo Richetti non ha mai avuto timori reverenziali nei confronti dei leader. A 29 combatteva «l'apparato» della sinistra emiliano-romagnola come capo della Margherita modenese, difendendo anche le sue origini di sinistra democristiana, tanto da diventare, nel 2010, a 36 anni, il più giovane presidente di un Consiglio regionale. A 37 ha salutato i compagni della rassicurante corrente lettiana per accasarsi nella scomoda tana dei renziani, allora considerati poco più che «giovinastri reietti» dal potere centrale romano, che infatti li snobbava e contrastava. Ma le salite impervie sono sempre state il suo forte, purché alle spalle ci fosse un progetto per cui valesse la pena di sudare.
LA CRITICA A RENZI. Figuriamoci se si faceva il problema di rimproverare a Renzi di «fare metà maratona e quando è in testa trovare scorciatoie», riferendosi alla mancata riforma dell'intero Statuto dei lavoratori, alla decisione di mettere il Tfr in busta paga ai lavoratori, all'eccessivo presenzialismo e allo scarso coinvolgimento di quella parte di popolo e società civile che lo aveva sostenuto nel 2012 e nel 2013.
Il tutto, senza finire nella rete della minoranza dem, alla quale non ha infatti risparmiato bordate (soprattutto nel passaggio sul calo dei tesseramenti e sul flop delle primarie in Emilia-Romagna).

Richetti e la Leopolda 1.0

Nato a Sassuolo, di professione giornalista e comunicatore, Richetti è considerato un vero e proprio «animale politico», il primo della nuova generazione della sinistra italiana a sposare la battaglia di Matteo Renzi, al quale oggi non lesina, come sempre, critiche per spronarlo a tornare quello di prima. O per essere più precisi, quello del 2011, quando dal palco della Leopolda lanciò il Big Bang della politica.
Di quella edizione, che ebbe un successo enorme, Richetti era il cuore pulsante, la mente e in alcuni casi anche il braccio.
UNA PUNTA DI DELUSIONE. Se nell'intervista alla trasmissione tivù In 1/2 ora qualcuno ha colto una vena di delusione personale verso il leader, bè, ci ha preso in pieno. Ma non per motivi di poltrone mancate o non assegnate, questo è fuori dal suo costume.


Il 40enne emiliano, sex symbol per molte donne che seguono la politica, ha il sacro fuoco che gli scorre nelle vene, e alle apparizioni televisive preferisce un caffè, una scrivania (rigorosamente tonda), un iPad e la lista delle idee da sviluppare, approfondire e verificare.
STACANOVISTA DELLA POLITICA. È uno stacanovista della politica, a volte anche perfezionista, ma non ama presentarsi in pubblico a mani vuote: quando parla, che sia una piazza, un circolo o il piccolo schermo, deve presentare un progetto. Sennò declina.
Nello studio di Lucia Annunziata ha detto cose eclatanti, ma solo per chi non lo conosce (alle menti corte ricordiamo la sua astensione in Direzione nazionale al momento dell'entrata del Pd nel Pse). Nulla di quanto affermato domenica 5 ottobre è stato mai nascosto, per esempio, a Matteo Renzi, che conosce le posizioni di Richetti da mesi.
ALLA GUIDA DEI LEOPOLDIANI. Lo stupore, semmai, è stato quello di quei «leopoldiani» delusi (ma non domi), che finalmente hanno trovato un dirigente del partito e uno storico compagno di viaggio pronto a difendere le loro ragioni, come non accadeva da un po' di tempo ormai.
Per il politico Richetti è il modo di rianimare il dibattito, dopo l'autocandidatura e l'autoesclusione dalle primarie in Emilia Romagna per la corsa a governatore.
GLI OBIETTIVI DI MATTEO. In molti lo davano per finito dopo la scelta di lasciare il campo a Stefano Bonaccini e Roberto Balzani, invece il «Matteo numero 2» ha trovato il modo e l'occasione di rientrare in partita. E anche se a prima vista il suo prossimo obiettivo sembrerebbe quello di diventare capogruppo del Pd alla Camera, visto il gancio destro mediatico sferrato a Roberto Speranza («non può astenersi sulla riforma del Lavoro in direzione nazionale»), non bisogna mai dimenticare che le apparenze a volte ingannano.

Gli strali di Letta che lo definì il «primo traditore»

Matteo Richetti e Stefano Bonaccini.

Certo, Renzi di lui si è dimenticato quando ha composto la sua prima segreteria nazionale a gennaio 2014, quando ha composto la squadra di governo e sottogoverno a febbraio 2014 e quando ha rinnovato le cariche interne al Pd il 28 settembre scorso.
Un po' troppo per uno che il proverbiale «mazzo» se lo fa da quattro anni per la causa. In più, beccandosi pure gli strali del suo ex mentore, Enrico Letta, che in privato avrebbe confidato ai suoi di vedere nel Matteo emiliano-romagnolo il «primo traditore». Sebbene, a onor del vero, le strade dei due allievi di Beniamino Andreatta si fossero separate ben prima dello storico avvicendamento a Palazzo Chigi.
IL CONSENSO SUL TERRITORIO. Richetti rivendica posizioni. Ha l'ambizione di vedere premiato il lavoro di tanti anni. Come qualche volta racconta nella pause dei lavori parlamentari, in 20 anni ha creato «una macchina potente, che cammina da sola» sul territorio. Alla quale basta girare la chiave perché funzioni. Cosa che Richetti ha fatto ogni volta Renzi glielo ha chiesto.
Anche in parlamento Richetti ha dato il suo contributo. All'inizio legislatura, per esempio, aiutando la giovane Maria Elena Boschi a imparare a nuotare tra gli squali romani (oggi tutti riconoscono le qualità del ministro per le Riforme nel fronteggiare certe situazioni), o tenendo botta ai rappresentanti della Ditta e ai berlusconiani in una commissione complessa come la Affari costituzionali di Montecitorio.
L'AMBIZIONE DELUSA. Il «Matteo numero 2» sentiva di essere tagliato per fare il presidente di Regione, invece da Roma, come lui stesso ha raccontato, ha avuto forti pressioni perché mollasse la presa. Non da Renzi, questo lo ha chiarito bene, anche se era noto che il segretario preferiva un altro film.
Ora però il segretario-premier deve decidere se dargli spazio o deviare la sua corsa sul famigerato binario morto, di cui si parla tanto al Nazareno. Stavolta sapendo pubblicamente che Richetti non starà più zitto e buono ad aspettare il suo turno.

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