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ANALISI 8 Ottobre Ott 2014 1500 08 ottobre 2014

Isis, Kobane e l'impasse di Erdogan

La Turchia sfilaccia il fronte anti-Isis. Nel risiko tra Usa e Siria, i curdi sono soli.

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L'esito della battaglia di Kobane in Siria è uno spartiacque. Con la vittoria o la caduta di Kobane, la guerra si allarga, prende direzioni che spaccano gli alleati della Nato, divide la fragile coalizione degli americani contro lo Stato islamico in Siria e Iraq (Isis).
Comunque vada, la latitanza di Ankara e i bombardamenti a scoppio ritardato degli Usa, nella difesa della città curda vicino alla Turchia, hanno rivelato che sull'intervento militare in Siria esistono cose non dette e problemi irrisolti.
LA GUERRA RIMANDATA. Postponendoli come si è fatto finora, anche litigando sul sostegno ai ribelli e sulle misure contro il regime, il groviglio siriano cresce, creando ulteriori complicazioni.
Affrontarli di petto, d'altra parte, prendendo una posizione netta su Kobane, porterebbe a un punto di rottura, e dunque di svolta. O nei rapporti tra Stati Uniti e Turchia. O nella Guerra fredda tra Stati Uniti e Russia.
CURDI ABBANDONATI. Un giro di boa temuto un po' da tutti, quindi evitato. Si lasciano trascorrere le ore, anche a costo di innescare nuovi conflitti tra etnie e religioni, sacrificando il popolo curdo sull'altare di una guerra più grande da rimandare (guarda la photogallery).
«Se Kobane cade, sarà come la Terza guerra mondiale. Nessuno si interessa di noi. Vogliono solo vederci morire», raccontano ai giornalisti i profughi curdi che hanno superato la frontiera con la Turchia. E ormai hanno perso la speranza.

In Siria la Turchia vuole la testa di Assad

Scontri tra esercito turco e curdi al confine con Kobane. (Getty)  

In Iraq per gli americani è più facile schierarsi con i curdi: dopo Saddam Hussein, non c'è un regime dichiarato da abbattere e tutti sono contro l'Isis.
In Siria, invece, chi, come gli Usa, appoggiava i ribelli ha finito suo malgrado per favorire l'Isis. È andata così e, a questo punto, i turchi hanno deciso di restare a difendere l'opposizione araba al regime di Bashar al Assad, per boicottare i separatisti curdi ed eventualmente conquistare, con le loro truppe di terra, i territori che Damasco da tempo non controlla più.
LA CONDIZIONE DI ERDOGAN. Per agire con i suoi soldati, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha chiesto agli Usa e alla Nato di rovesciare Assad.
Ma il presidente americano Barack Obama non ha nessuna voglia di spianare una no fly zone in Siria come in Libia. E anche Francia e Gran Bretagna si sono unite ai raid in Iraq, ma sulla Siria sono restate caute, per non muovere una guerra frontale alla Russia.

Ankara con l'Islam sunnita per affossare il Pkk

Soldati turchi alla frontiera siriana di Kobane. (Getty)  

Scintilla per una Terza guerra mondiale, la Stalingrado di Kobane è in mezzo a questo risiko.
Non muovendosi, Ankara spera nella capitolazione delle forze di autodifesa curde siriane (Ypg), alle quali hanno iniziato a unirsi sia i peshmerga curdi iracheni sia i curdi turchi del Partito curdo dei lavori (Pkk) di Abdullah Öcalan, bloccati dai soldati turchi alla frontiera.
LO SPETTRO DEL KURDISTAN. Lasciando fare il lavoro sporco ai jihadisti dell'Isis - che la Turchia come altri Paesi pro ribelli ha contribuito a finanziare e far proliferare - Erdogan stronca sul nascere il progetto di uno Stato curdo che, dall'Iraq, si allarghi in Siria, Turchia e anche Iran.
Anche la sua proposta di una zona d'interposizione a scopi umanitari, dove dislocare il milione di profughi siriani in Turchia (in maggioranza arabi musulmani), creerebbe un cuscinetto di protezione arabo tra il Kurdistan siriano e quello turco, alimentando il consenso tra gli islamisti.

Erdogan accende i curdi e divide il fronte anti-Isis

  • Scontri a Istanbul tra curdi e islamisti. (Getty)

Erdogan intanto va nei campi profughi a fare propaganda e dal Qatar ha accolto gli esulti della Fratellanza musulmana scaricata da tutti. Porsi come primo e ormai unico e difensore, senza se e senza ma, delle rivolte sunnite motori della Primavera araba è una scelta ambiziosa della Turchia, ma per molti analisti «azzardata».
FRATTURE NELLA COALIZIONE. Anziché appianarle, così si sollevano le divergenze tra i governi nella coalizione anti-Is: tra Turchia e Stati Uniti, in primo luogo. Ma pure tra gli Usa e monarchie del Golfo come Qatar e Arabia Saudita, finanziatori di movimenti sunniti anche estremisti.
Anche escludendo la mala fede di Erdogan sui curdi, l'impasse di Kobane alimenta inoltre gli scontri, dentro e fuori la Turchia, tra i curdi e i supporter della Fratellanza e di gruppi salafiti. Erdogan fa il sultano all'estero, ma apre un grande fronte curdo interno: solo nella prima notte di guerriglia urbana, in Turchia si sono registrati 18 morti e decine di feriti tra curdi e islamisti.

Con l'intransigenza turca a richio la pax tra Usa e Russia

Profughi curdi di Kobane alla frontiera turca. (Getty)

Assistere all'espansione dell'instabilità anche senza bombardare Assad frustra gli Usa.
Obama vorrebbe che la Turchia partecipasse ai raid, almeno con le sue basi Nato, ma non può pretendere nulla perché l'ambiguità con la quale si è mosso e si muove in Siria non gli dà argomenti per controbattere.
IL GIOCO DELLE ALLEANZE. Pretendendo un intervento contro Assad è come se Erdogan rinfacciasse a Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia di aver cambiato bandiera. D'altra parte, un'invasione turca della Siria (già autorizzata dal parlamento) spaventa gli Usa perché il regime di Damasco e la Russia sarebbero costretti a reagire contro la Nato.
Contro l'Isis, inglesi e americani hanno scelto la linea del laissez faire, laissez passer verso Damasco, governo controllato da Teheran. A una Terza guerra mondiale fomentata dall'intransigenza islamista di Erdogan, si è preferita la tacita accettazione del fronte sciita. Per l'Iran «un intervento a terra della Turchia in Siria complicherebbe di molto la situazione». Kobane è la linea del non ritorno.

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