Maria Elena Boschi 141008234557
RIFORME 8 Ottobre Ott 2014 2340 08 ottobre 2014

Jobs Act, fiducia al Senato dopo la bagarre

Urla e risse in Aula. M5s e Lega furiose. Renzi: «Sceneggiate». Il sì a notte fonda.

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Maria Elena Boschi e Giuliano Poletti

La fiducia è arrivata a notte fonda. Con 165, 111 no e due astenuti, il Jobs Act ha ottenuto il via libera del Senato (rileggi il liveblogging). Ma l'opposizione è riuscita a rovinare i piani di Matteo Renzi, che sperava di potersi fregiare dell'ok al maxiemendamento già al vertice Ue di Milano, proprio davanti ad Angela Merkel. E invece, a Palazzo Madama è andata in scena un'ordinaria giornata di caos e risse, fisiche e verbali, segnata, tra le altre cose, pure dalle dimissioni del senatore Pd Walter Tocci. Dimissioni consegnate malgrado la scelta della minoranza democratica di votare a favore della fiducia, pur avendo presentato un documento firmato da 26 senatori e nove deputati teso a rimarcare le divergenze con le linee guida dell'esecutivo.
OPPOSIZIONE GUASTAFESTE PER RENZI. Tra urla, risse, senatori in piedi sui banchi e lancio di libri contro la presidenza, l'opposizione ha provato per tutta la giornata a trasformare il Senato in un campo di battaglia, scatenando l'ira di Matteo Renzi, perentorio nella sua linea al vertice milanese: «Non molliamo di un centimetro», le sue parole, «porteremo a casa il risultato».
NESSUN CENNO ALL'ARTICOLO 18. In Aula il caos ha avuto inizio quando intorno all'ora di pranzo il ministro Giuliano Poletti ha preso la parola per illustrare il maxiemendamento del governo che modifica e sostituisce il testo della delega sul lavoro. L'emendamento rinvia ai decreti delegati l'intervento più delicato, quello sui licenziamenti. Ma l'articolo 18 è parte integrante della riforma, hanno sottolineato in mattinata da Palazzo Chigi. In Aula Poletti avrebbe dovuto illustrare, tra gli altri, proprio quel punto: come il governo si impegna a modificare l'articolo 18 nei decreti delegati. Ma non è riuscito a farlo. «Andate a casa», hanno preso a urlare i senatori 5 stelle, coprendo con le urla le parole del ministro. E il capogruppo grillino Vito Petrocelli ha lasciato 50 centesimi sui banchi del governo: «Un'elemosina», ha spiegato.
GRASSO ESPELLE IL GRILLINO PETROCELLI. Il gesto ha mandato su tutte le furie il presidente Pietro Grasso, che ha espulso Petrocelli e sospeso la seduta. Il caos non si è arrestato, i grillini hanno fatto resistenza per poi chetarsi, impedendo comunque a Poletti di terminare a voce il suo intervento, messo agli atti in una copia scritta.

Sgravi e nuovi ammortizzatori nel maxiemendamento

Il libro scagliato contro il presidente del Senato Pietro Grasso.

Il maxiemendamento giunto a Palazzo Madama riforma il mercato del lavoro con interventi come gli sgravi sulle nuove assunzioni, la riduzione delle forme contrattuali, i nuovi ammortizzatori sociali (leggi le misure principali). È il «passo importante» per il quale anche Angela Merkel si è congratulata con Renzi.
RINVIO ALLA CAMERA. «Sono stati fatti passi avanti ma non basta», ha proclamato una ricompattata minoranza Pd. Ma poiché la critica è sulla riforma del lavoro e non si vuol correre il rischio di far cadere il governo, i 'ribelli' hanno poi annunciato il sì alla fiducia, pur intenzionati a proseguire la battaglia per le modifiche alla delega alla Camera. Uno strappo troppo grave per il civatiano Walter Tocci, che si è presentato al capogruppo Luigi Zanda per annunciare: «Voto sì, ma poi mi dimetto da senatore».
OSTRUZIONE SUL CALENDARIO DEI LAVORI. In Aula i partiti di opposizione, dal Movimento 5 stelle, alla Lega, passando per Sinistra, ecologia e libertà e una battagliera Forza Italia, hanno fatto ostruzionismo sul calendario dei lavori per provare a impedire che la fiducia venisse votata in giornata.
UN LIBRO SCAGLIATO CONTRO GRASSO. E quando Grasso, dopo aver ascoltato decine di interventi, ha imposto una stretta mettendo ai voti l'ordine dei lavori, il capogruppo della Lega Gianmarco Centinaio gli ha scagliato contro un librone contenente il regolamento del Senato, proprio mentre i grillini salivano in piedi sui banchi del governo, urlando «Non si può» (video). Le proteste «sono sceneggiate, non politica. È mancanza di rispetto, si consenta di votare», ha commentato da Milano un irritato Renzi. Che ha poi ammonito: «Abbiamo aspettato 40 anni per le riforme, i nostri senatori potranno aspettare ancora qualche ora, ma porteremo a casa il risultato». E così alla fine è stato, anche se decisamente in ritardo rispetto alle ambizioni del premier.

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