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MAMBO 8 Ottobre Ott 2014 1055 08 ottobre 2014

Stato-mafia, Napolitano e l'abominio del giustizialismo

La richiesta di ammettere i boss di Cosa Nostra all'interrogatorio del presidente svela il vero obiettivo della procura. Provare l'equazione Stato-mafia.

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Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Totò Riina e Leoluca Bagarella potranno assistere alla testimonianza del presidente della Repubblica, entrando così telematicamente al Quirinale dal carcere del 41bis in cui sono detenuti, e potrebbero direttamente o attraverso i loro avvocati contro-interrogare il capo dello Stato.
LA PROCURA DI INGROIA. Questo evento è nei desiderata dei pm di Palermo che il tribunale dovrà decidere se ammettere o meno. La procura di Palermo è sempre quella di Ingroia, il mitico pm, poi fallito politicamente, che giudicò una «icona dell'anti-mafia» quel Ciancimino junior che poi dovette arrestare per il cumulo di bugie dette e di calunnie sparse ai quattro venti. I pm di Palermo sono colleghi di quel De Magistris che fece cadere un governo della Repubblica, tecnicamente un colpo di Stato, per un'inchiesta che altri magistrati hanno considerato infondata. Tanto che De Magistris è stato condannato in primo grado e quindi sospeso, per via della legge Severino, dal suo ruolo. E sono colleghi di quei magistrati di Milano che stanno dando vita a una screditante rissa che svaluta l'intera magistratura.
IL VERO OBIETTIVO DEI PM. Ma i pm di Palermo hanno un obiettivo che è quello di «mascariare» il capo dello Stato, di trascinarlo dentro il processo Stato-mafia a cui per loro stessa ammissione è estraneo.
L'ammissione di Riina e Bagarella completa una rivoluzione culturale della procura di Palermo, e dei movimenti e giornali che la sostengono, che ribalta le tesi di Giovanni Falcone.
COSA NOSTRA NE ESCE «PULITA». La procura di Palermo, incentrando tutta la sua attività sull'idea che il vero colpevole nello strapotere mafioso sia lo Stato i cui uomini hanno colluso e persino direttamente gestito pagine buie, fa venire meno non solo le responsabilità di Cosa Nostra ma ne mette in discussione la fisionomia di organizzazione criminale autonoma.
La mafia, tutta la mafia e tutte le mafie, è composta non solo di truppe ausiliarie e segrete messe in campo dallo Stato per compiere i delitti che uomini dello Stato, prudentemente definiti come appartenenti a corpi deviati, hanno progettato. Non c'è più o non c'è mai la responsabilità di una cosca mafiosa perché sopra di lei c'è sempre un super-poliziotto, un carabiniere, un uomo dei servizi, spesso orientati da ministri della Repubblica, che indicano gli obiettivi, mettono in salvezza i colpevoli, aggiustano i processi.
LA PERICOLOSA EQUAZIONE STATO-MAFIA. Questa tesi del movimento giustizialista e dei suoi giornali si abbevera in testi scritti, e generalmente dati prima ai giornali che ai tribunali, in cui magistrati si ingegnano a costruire accuse contro uomini dello Stato. È per questo che il tema della cosiddetta trattativa, che può esserci stata, che può essere stata un'ineccepibile anche se discutibile scelta investigativa, diventa la prova che la vera mafia è lo Stato, quindi, come insegnano i veri scrittori di mafia, la mafia non esiste.
Forse nei prossimi giorni mettere sullo stesso piano Napolitano e Riina concluderà il cerchio chiudendo così per mano dei pm palermitani alcuni decenni di lotta alla mafia e archiviando Giovanni Falcone. Un vero capolavoro civile. Fossi il presidente mi dimetterei subito per non dare al mondo lo spettacolo di una magistratura che processa lo Stato spalleggiata dai capi di Cosa Nostra.

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