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RIFORME 9 Ottobre Ott 2014 1757 09 ottobre 2014

Jobs Act, Cgil e minoranza Pd all'attacco di Renzi

Dissidenti e sindacato pronti scendere in piazza. Ipotesi fiducia alla Camera.

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Susanna Camusso.

La fiducia sul Jobs act non può certo far dormire sonni tranquilli a Matteo Renzi, stretto tra i mal di pancia della minoranza Pd e le sempre più rumorose proteste della Cgil, particolarmente battagliera all'indomani del via libera del Senato al maxiemendamento.
Una polemica che è destinata a restare accesa anche alla luce delle dichiarazioni del premier, che a Virus, su RaiDue, ha respinto seccamente le accuse di eccesso di delega e definito probabile il ricorso alla fiducia anche alla Camera.
«Il governo ha compiuto una palese forzatura che ha compresso il dibattito parlamentare», ha sbottato il sindacato, «ha posto le basi per un'ulteriore precarizzazione dei giovani, ha tolto diritti invece di estenderli, ha aperto spazi all'arbitrio e al sopruso».
«NEGATO IL CONFRONTO». Il sindacato, che si è detto pronto a una «lunga campagna per affermare le ragioni del lavoro» ha sottolineato anche che il governo ha «negato il confronto con la rappresentanza del lavoro». Per quanto riguarda la fiducia e l'ok al Senato, «con una maggioranza assai risicata (solo cinque voti in più del necessario) è stato ieri approvato un disegno di legge delega lacunoso, ambiguo, indefinito e, in molte parti, sfuggente nei criteri».
«PIANO STRAORDINARIO DI OCCUPAZIONE». Guardando all'esame che parte ora alla Camera e alla manifestazione organizzata per il 25 ottobre a Roma e insistendo sulla necessità di modificare la delega, la Cgil ha ribadito che «l'obiettivo è estendere i diritti ed eliminare la precarietà nel mondo del lavoro. Chiediamo un piano straordinario di occupazione a partire dai giovani perché la vera emergenza del Paese è l'occupazione e la risposta non può essere la diminuzione dei diritti e la precarizzazione, ma la creazione di lavoro».

Bersani: «Tempo e spazio per le modifiche»

Pier Luigi Bersani.

Animi decisamente poco sereni anche sul fronte interno per il premier, considerato che i 'ribelli' Pd sembrano pronti a dar battaglia alla Camera per chiedere una serie di modifiche al maxiemendamento. «Voglio credere che ci siano sia lo spazio sia il tempo per le modifiche», ha dichiarato Pier Luigi Bersani, che più tardi, però, ha escluso di far parte di una fronda anti-Renzi: «È inutile che si aspetti da me una coltellata. Preferisco prenderla», ha detto l'ex segretario a Servizio pubblico, escludendo scissioni nel Pd: «Il Pd ha sette anni di vita, e lo davano per morto ogni giorno, invece ha superato il periodo berlusconiano e ora c'è un partito riformista al governo del Paese. Matteo sputa sul 25% preso alle elezioni ma è con quello che governa il Paese. Finchè c'è un ideale di uguaglianza, quell'ideale io lo metto nel Pd. Si sta lì, si lavora lì e non si accetta che il partito sia snaturato».
FASSINA: «VADO IN PIAZZA». Più duro Stefano Fassina, che ha colto l'occasione per offrire il proprio sostegno alla manifestazione di piazza indetta dalla sigla sindacale di Susanna Camusso. «In assenza di modifiche significative» sul Jobs act, ha detto, «io ritengo che la manifestazione della Cgil del 25 ottobre sia utile e quindi andrò in piazza». E ancora: «Non sono disposto a votare la delega sul lavoro come uscita dal Senato». Fassina ha poi criticato duramente l'eventualità di un 'processo' ai tre disobbedienti al Senato: «Non siamo in un soviet».
TOCCI CONFERMA LE DIMISSIONI. E mentre Walter Tocci ha confermato le sue dimissioni da senatore annunciate dopo il voto sulla fiducia, l'adesione allo sciopero della Cgil potrebbe estendersi ad altri pezzi della minoranza Pd.
A nutrire qualche dubbbio sulla buona riuscita della manifestazione è stato Pippo Civati: «Io ci vado, ma forse ci vorrà la scorta».

Il 20 ottobre discussione in Direzione

Da qui alla manifestazione, tuttavia, il mosaico del dissenso potrebbe ulteriormente cambiare. Una data chiave è quella del 20 ottobre, quando la Direzione ha in programma la discussione, su input dello stesso Renzi, della forma partito, affrontando sia il tema degli iscritti (il vicesegretario Lorenzo Guerini ha affermato con fiducia che i tesserati al 30 settembre erano 239.322) sia quello dei tre senatori che non hanno votato la fiducia.
RENZI DURO COI DISSIDENTI. Nella segreteria del 9 ottobre Renzi ha affrontato l'argomento, mostrandosi particolarmente duro mentre Guerini avvertiva che potrebbero esserci conseguenze. Una loro espulsione - dal gruppo al Senato o dal Pd - sembra da escludere, ma un richiamo o una sospensione non sembrano per nulla improbabili. La 'sanzione' potrebbe essere comminata nel giro di una settimana, all'assemblea dei senatori o dalla Commissione di Garanzia del Pd.
POSSIBILE 'PROCESSO'. Per ora, un 'processo' alla disobbedienza resta nell'aria mentre sono confermatissime le dimissioni di Tocci. Renzi non lo ha sentito ma non lesina «stima» al senatore e assicura che «farà di tutto» perché rientrino. Parole che Tocci ha apprezzato rimandando ogni decisione all'Aula, per regolamento chiamata a decidere, con voto segreto. Il rischio è che, a quel punto, le divergenze tra la sinistra Pd e il segretario possano diventare un baratro.

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