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MAMBO 10 Ottobre Ott 2014 1038 10 ottobre 2014

Renzi e il nuovo concetto di sinistra

Il lavoro che non c'è. Il conservatorismo. Il giustizialismo. L'anti-berlusconismo. I punti fermi abbattuti dal segretario-premier.

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Matteo Renzi.

Il campo della sinistra nell'epoca di Renzi sta conoscendo una grande trasformazione. Non tutto per merito del premier. Tuttavia tutto accade mentre il suo personaggio dilaga.
Il primo cambiamento riguarda proprio il concetto di sinistra. Siamo stati abituati a considerarlo ancorato a quattro punti fermi.
1. LA CENTRALITÀ DEL NON LAVORO. Il primo è il tema del lavoro inteso come difesa del lavoro che c'è e dei suoi diritti. Questa trasformazione è, diciamo così, figlia del boom e del post-boom, quindi antichissima ed è sopravvissuta fino a oggi.
Le tematiche sul potere in fabbrica e anche con le degenerazioni di questo dibattito che hanno animato gli Anni 70 hanno fatto il resto. Renzi pone il tema del lavoro «che non c'è» al primo posto. Forse lo pone male, sicuramente ingiustamente lo contrappone al lavoro che c'è, ma c'è una centralità del non lavoro che prima non c'era. Persino Draghi, nella maliziosa critica a chi fa leggi sul lavoro, pensa a Renzi. Dà rilievo grande al tema del lavoro che obbligatoriamente bisogna creare.
2. IL CONSERVATORISMO DI SINISTRA. In seconda battuta Renzi ha sdoganato definitivamente il tema del conservatorismo di una certa sinistra.
Diciamola tutta: questa idea quando era sostenuta da craxiani e post-craxiani aveva l'aura della polemica strumentale per scardinare un'egemonia che il mondo socialista per propria colpa aveva subito. Oggi Renzi rende evidente che ci sono conservatori di sinistra anche nobili, come il buon Walter Tocci.
Renzi ha messo in soffitta anche l'idea che la sinistra fosse o sia una comunità immodificabile nel suo popolo e nelle sue leadership. Il popolo di sinistra è cambiato anche quando viene da lontano, ormai dice e pensa cose trasversali, non ha un idem sentire, non ha soprattutto leader identitari da seguire. È una sinistra, come è capitato anche ai singoli, a me per esempio, apolide, senza più patrie, che guarda a Renzi anche con sospetto ma non vuole assolutamente tornare al mondo di Bersani (con tutto l'affetto e la stima che l'ex segretario merita).
3. LA FINE DEL GIUSTIZIALISMO. Gli anni di Renzi coincidono anche con la fine dell'equivoco del giustizialismo come forma radicale della sinistra. Marco Travaglio e Sabina Guzzanti con loro difese di Ciancimino jr e del diritto di Riina e Bagarella di assistere alla testimonianza di Napolitano hanno fatto chiarezza. Uno di sinistra con loro non può prendere neppure un caffè.
Il mutamento è profondo perché si accompagna alla fine del fenomeno rivoluzionario delle procure. Le liti di Milano, e poi De Magistris, Ingroia, la procura di Pelermo che processa lo Stato considerando Cosa nostra come la sua Legione hanno rivelato che la sinistra è andata dietro a un vero imbroglio culturale. Non c'è sinistra dietro le procure. Spesso non c'è neppure Giustizia.
4. FINE DEL BERLUSCONISMO. Nel tempo di Renzi è finito il berlusconismo, la destra si ritrova al punto di partenza come prima della sua discesa in campo. Renzi ha un enorme fattore C , forse è uomo troppo disinvolto, ma se mettiamo insieme quel che ci aiuta a buttare nella spazzatura sentiamo che l'avvento di uno così era nell'aria, che la vecchia sinistra se l'è cercato, se l'è meritato, se lo deve subire.
Se sarà stato un bene o un male è presto per dirlo.
Tuttavia con le grida di Camusso, con Landini che vuole occupare le fabbriche (ma che dice?), con Tocci che si dimette dal Senato ma aspetta che l'Aula respinga le sue dimissioni, con la leadership della sinistra-sinistra affidata a leader pieni di galloni ingialliti, non si va da alcuna parte.

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