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POLITICA 11 Ottobre Ott 2014 2103 11 ottobre 2014

Jobs Act, sulla fiducia Renzi non molla

Appoggiato da Ncd, il premier deve cercare di mediare con la minoranza Pd.

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Il premier Matteo Renzi alla Camera.

Piace all'estero il Jobs Act di Matteo Renzi. Ma in Italia mette alla prova il Partito democratico. Dopo il placet di Fmi, la riforma del lavoro italiana ha incassato anche l'approvazione del presidente della Commissione Europea Josè Manuel Barroso. Chi è sicuro della sua opposizione alla riforma è Beppe Grillo che ha gridato la sua bocciatura al Circo Massimo: «Useremo ogni mezzo contro il Jobs Act, che creerà migliaia di nuovi schiavi. Ma noi non permetteremo mai di portare la gente alla fame».
APPOGGIO DA ALFANO. Ma sul fronte interno il premier Matteo Renzi si appresta a mediare con la minoranza Pd per ottenere sulla fiducia alla Camera.
Tuttavia a dare man forte al primo ministro è Angelino Alfano. «Se sarà necessario la si chiederà e in tutti i casi non fa male perché questo è un provvedimento di forte matrice riformatrice e di grande forza per il futuro di questa nostra esperienza di governo, la marca in modo molto chiaro, lo ha appoggiato il leader del Nuovo centro destra. E il ministro Maurizio Lupi gli ha fatto eco: «Non può permettersi passi indietro. Mentre il capogruppo Ncd in Senato Maurizio Sacconi ha osservato che «se la Camera peggiorasse il testo e se i decreti delegati non fossero coerenti si determinerebbe un colpo di frusta sulla credibilità del Governo. Il Nuovo Centrodestra non potrebbe accettarlo».
DAMIANO: SERVONO CORREZIONI. Il controcanto, paradossalmente, lo ha fatto Cesare Damiano, presidente piddino della commissione Lavoro di Montecitorio che giovedì riprende l'esame del testo: «La fiducia alla Camera è da evitare, anche perché non siamo di fronte a scadenze come il vertice a Milano. È l'ultima cosa a cui pensare adesso». Quindi Renzi «se la poteva risparmiare». Non basta. Per Damiano «Al Senato sono stati compiuti passi avanti, ma i miglioramenti sono insufficienti e sono necessarie correzioni».
Stesso pensiero per il numero uno dei deputati Pd Roberto Speranza: «Evitare il ricorso alla fiducia deve essere il nostro obiettivo. Il Parlamento, in ogni caso, non può essere un passacarte». «Sono un po' schifato», ha proseguito Speranza, «dal comportamento di alcune opposizioni. Risse al Senato, libri che volano... ». E il riferimento è tutto al Movimento cinque stelle. «Ecco, spero invece che sul Jobs act alla Camera si apra un confronto senza pregiudizi».
CASSON, RICCHIUTI, MINEO SU GRATICOLA. Quanto ai tre senatori che non hanno votato la fiducia, Casson, Ricchiuti e Mineo, Speranza ha spiegato: «È un atto molto grave, ma nel mio dizionario del Pd non c'è la parola espulsione».
Contro la fiducia alla Camera si sono schierate anche Forza Italia e Sel. Il Mattinale del partito di Berlusconi ha gridato al commissariamento di Montecitorio: «Se, come tutto lascia credere, Renzi impone il voto di fiducia alla Camera, questo equivale a un assedio del Parlamento, alla pretesa che dichiari la sua morte. Siamo alla rottamazione della democrazia parlamentare». I vendoliani hanno sostenuto che «la fiducia sarebbe l'ennesimo favore ai falchi Ue». Ma il nodo più difficile da sciogliere per Renzi è la 'dissidenza' all'interno del Pd.
IPOTESI SANZIONI PER I DISSIDENTI. Sanzioni politiche sì, epurazioni no: questa la strada che il premier sembrerebbe voler imbroccare, mentre il presidente dei senatori dem, Luigi Zanda, ha avvertito: «Non votare la fiducia al proprio governo è un atto politicamente pesante, ma sentirò l'assemblea. Il tema di fondo è: cos'è un partito politico, cos'è un gruppo parlamentare e cosa significa farne parte».
«Non mi piace il voto di fiducia sulle leggi delega», ha aggiunto Zanda, «ma la fragilità del Parlamento è tale che, negli ultimi trent'anni, i voti di fiducia sulle leggi delega sono stati più di venti».

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