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EDITORIALE 12 Ottobre Ott 2014 1215 12 ottobre 2014

Il capo della Protezione civile spali e stia zitto

Se il prefetto è stanco di pagare per colpe non sue, metta a disposizione il mandato. Altrimenti ripulisca i vicoli di Genova.

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Genova: il prefetto Franco Gabrielli e il sindaco Marco Doria (11 ottobre 2014).

In un Paese idrogeologicamente dissestato, i capi della Protezione civile non possono che essere dei protagonisti.
Spesso e non sempre nell'accezione migliore, dei personaggi.
Ogni stagione politica ne ha uno.
In quella lunga della Prima repubblica titolare dei disastri era il democristiano Giuseppe Zamberletti che della Protezione civile è ricordato come il padre fondatore.
L'era berlusconiana ha invece avuto in Guido Bertolaso e nei tanto criticati superpoteri che gli furono assegnati, il suo eponimo.
DAL SISDE A L'AQUILA. Passato il Cav, l'avvento delle larghe intese ha poi portato all'attuale responsabile che prima di ricoprire l'incarico è stato direttore del Sisde e dell'Aisi, nonché prefetto per la ricostruzione dell'Aquila, la città dolorosamente simbolo di come le catastrofi naturali si intreccino con la corruzione e il malaffare.
Franco Gabrielli è un toscano schietto che non le manda a dire, ed essendo un po' vanesio è anche un comunicatore molto scaltro, come si vede dal modo benevolo in cui i media che lui blandisce ne accompagnano le mosse.
IL SUCCESSO DELLA CONCORDIA. Addirittura trionfale nell'occasione del recupero della Concordia, operazione di alta ingegneria da lui sapientemente portata a buon fine in mezzo allo scetticismo di molti, per non dire tutti.
Come i suoi predecessori, anche il prefetto Gabrielli non sfugge all'ineludibile destino che lo costringe a entrare in azione quando terremoti, frane o alluvioni hanno già prodotto i loro danni.
In un Paese dove la prevenzione non esiste, o è ridotta al minimo, il suo non può essere che un intervento ex post, per cercare di gestire al meglio l'emergenza.
IL PREFETTO CAPRO ESPIATORIO. A Gabrielli, giustamente, il ruolo va stretto. Non ci sta a essere quello che ci mette la faccia caricandosi di colpe non sue. Ma è inevitabile che nello scaricabarile generale, con i politici che latitano o sanno solo lamentare il mancato allarme, sulla piazza debba fare da capro espiatorio.
Questo è il motivo per cui ogni sua conferenza stampa organizzata sul luogo del delitto (o del relitto) si trasforma in una puntuta autodifesa.
Intervistato da la Repubblica, Gabrielli è sbottato. «La Protezione civile è senza mezzi, è come se mi avessero mandato sul fronte con una scatola di aspirine per una guerra non voluta da me». E ancora: «Ora tutti a piangere ma poi la politica dimentica».
IL PESO DI RAPPRESENTARE LO STATO. Parole sacrosante, recriminazioni giuste per chi poi si trova in prima linea. Ma c'è un però che poi si risolve in una paradossale contraddizione. Il capo della Protezione civile è un dirigente dello Stato e come tale lo rappresenta nella buona come nella cattiva sorte.
Nel primo caso, vedi l'operazione Concordia, lo Stato è virtuoso perché col suo supporto ha garantito la bontà del risultato. Nel secondo, ed è il caso di Genova, è latitante e responsabile nella sua incapacità di prevenzione, e addirittura di spendere soldi già stanziati alla bisogna.
FACCIA IL SUO LAVORO. Viene il sospetto, ma sicuramente non sarà così, che per Gabrielli sia un paravento buono o cattivo dietro cui ripararsi a seconda delle situazioni. Invece, essendo nel pieno delle sue funzioni e dunque rappresentante di quello Stato che attraverso il governo lo ha nominato, il prefetto dovrebbe limitarsi a fare il suo lavoro.
Catapultarsi nel bel mezzo di un catastrofe ambientale per dire che la colpa è dello Stato latitante è come darsi la zappa sui piedi. Se Gabrielli si sente davvero mandato al fronte con l'aspirina in tasca, se si è stancato di pagare per colpe ed errori non suoi, metta a disposizione il mandato.
Altrimenti, per usare l'immagine della meglio gioventù impegnata a ripulire dal fango i vicoli di Genova, spali e stia zitto. Tanto più quando si è ancora in piena emergenza. E sentirsi dire da un rappresentante dello Stato che la colpa di tutto ciò è delle pubbliche istitituzioni non ha nulla di efficace né consolatorio.

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