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ESTERI 13 Ottobre Ott 2014 1615 13 ottobre 2014

Bolivia, Morales e le ragioni della vittoria

Pil triplicato. Capitalismo misto. Nazionalizzazioni. L'ex cocalero stravince. Perché il suo sistema funziona.

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La vittoria annunciata di Evo Morales in Bolivia va a Fidel Castro e all'amico scomparso Hugo Chavez. Soprattutto in un momento in cui la sinistra sudamericana sta vivendo una crisi di identità e di forza.
SOCIALISMO IN DIFFICOLTÀ. Dal Brasile all'Argentina fino al Venezuela e alla stessa casa madre di Cuba, i governi latino-americani dell'orbita socialista sono in declino, minacciati dalle proteste di piazza guidate dai giovani leader del centrodestra che propongono riforme liberiste. Persino a L'Avana, per sopravvivere, la famiglia Castro ha aperto alla proprietà privata, mitigando le politiche comuniste in cambio di aperture sull'embargo dagli Stati Uniti e dell'Unione europea (Ue).
LA CRISI AGGREDISCE GLI EMERGENTI. A Buenos Aires e Brasilia, le presidenti Cristina Kirchner e Dilma Rousseff sono accusate di sperperi e corruzione. Cittadini ed elettori sono arrabbiati perché le promesse di benessere per tutti non sono state mantenute, anche a causa della crisi che ha gradualmente investito le economie emergenti e incrinato la volata del decollo brasiliano e la ripresa argentina dalla bancarotta.
L'ALTERNATIVA BOLIVIANA. Eppure in Bolivia un modello di economia alternativa ha prodotto e continua incredibilmente a produrre benessere e posti di lavoro.
Dopo 10 anni di governo, al voto per il suo terzo mandato Evo Morales ha trionfato con il 61% delle preferenze, relegando, secondo gli exit poll, lo sfidante Samuel Doria Medina al 24%.
Dalla terrazza del Palazzo Quemado, di fronte a migliaia di boliviani in festa nel centro di La Paz, il presidente ex cocalero ha dedicato la vittoria al «popolo boliviano e a tutti i popoli del mondo in lotta contro l'imperialismo». «Continuerò a promuovere l’integrazione tra tutti i latinoamericani», ha promesso il primo capo di Stato indigeno della Bolivia.

Opposizione divisa e senza leader: rivince «l'Evo nazionale»

Le proteste con decine di morti in Venezuela contro Nicolas Maduro, erede di Chavez, non incrinano la visione dei campesinos boliviani di un'America Latina diversa dalle economie capitalistiche occidentali e della stessa Alleanza del Paci­fico (Mes­sico, Colom­bia, Perù e Cile) a immagine e somiglianza degli Usa.
Tra i circa 6 milioni di elettori al voto il 12 ottobre, non hanno fatto breccia neanche le cronache della vittoria azzoppata, in Brasile, della presidente uscente Rousseff (42%). L'erede di Lula e del castrismo soft del Partito dei lavoratori, tra due settimane rischia di uscire sconfitta al ballottaggio dall'alleanza tra i due sfidanti: il candidato di centrodestra Aecio Neves e l'ambientalista Marina Silva, che messi insieme fanno il 54% dei voti.
OPPOSIZIONE DEBOLE. Invece, da quando è in carica nel suo feudo boliviano, Morales non ha mai visto sorgere intorno a sé il malcontento popolare, né un'opposizione davvero pericolosa. Nonostante la congiuntura internazionale, il Paese marcia spedito a un tasso di crescita stimato tra il 5 e il 6%, coniugando lo sviluppo economico all'allargamento del welfare e dell'istruzione.
Tra i suoi quattro rivali alle urne - oltre al patron del cemento Doria Medina, l’ex capo di Stato Jorge “Tuto” Quiroga, l’ex sindaco di La Paz ed ex alleato Juan del Granado e il leader indigeno Fernando Vargas - nessuno è emerso come un capo politico in grado di contrastarlo e le divisioni tra loro hanno fatto sì che Morales e il suo Movimento al socialismo restassero il monolite nel quale si rispecchia il Paese.
UN LEADER PIÙ PURO. Ideologicamente, le scelte del governo chavista di La Paz non sono diverse dalla politica venezuelana di nazionalizzazioni o anche della “presidenta” argentina Kirchner. Appena insediato, nel 2005, Morales ha riportato sotto il controllo statale le risorse energetiche del Paese, rinegoziando i contratti per l'estrazione petrolifera con colossi stranieri come la spagnola Repsol.
Ma il presidente cresciuto nella miseria, senza vestiti né elettricità e i fratelli piccoli morti nell'indigenza, ha dimostrato più senso della misura e rigore delle due colleghe Kirchner e Rousseff nel gestire, sia il grande potere politico conquistato, sia i miliardi di dollari sottratti alle multinazionali estere.

Con le nazionalizzazioni più ricchezza e welfare: il modello bolivariano

Allo Stato sono tornate anche le telecomunicazioni, le grandi strutture e infrastrutture.
LA TASSAZIONE SU GAS E PETROLIO. Con le tasse sugli idrocarburi impennate dal 18% al 50%, Morales ha portato il gettito fiscale da petrolio dai 670 milioni di dollari del 2005 alla cifra record di 5,6 miliardi del 2013. Soldi che sono andati in parte a finanziare l'istruzione e i servizi sociali e pubblici per i cittadini, che hanno visto lievitare il loro salario minimo da 70 a 200 dollari mensili.
PIL TRIPLICATO IN TRE ANNI. Certo, il 20% dei 10 milioni di boliviani resta sotto la soglia di povertà, ma nell'ultimo decennio il Pil nazionale è triplicato passando da 9.500 a 30.381 milioni di dollari, mentre il Pil pro capite è cresciuto da 1.010 a 2.757 dollari. Numeri che confermano come l'andamento economico del Paese resti il migliore dell'America Latina.
Morales, ex sindacalista dei cocaleros, non incarna solo il sogno del riscatto degli ultimi. Grazie a lui si è concretizzata la redistribuzione delle risorse, senza che finora siano emersi scandali di sperperi, abusi di potere o corruzione.
LA TENTAZIONE DEL CAUDILLO. L'opposizione, che ha ventilato brogli elettorali, lo accusa di fare il capopopolo - il caudillo come Chavez - e di voler restare al potere anche dopo il terzo mandato. Stando ai rumors, tra i compagni di partito Morales avrebbe manifestato il desiderio di modificare, come Chavez, la Costituzione a suo uso e consumo. Dal canto suo il presidente 54enne, che continua a vestirsi modestamente e a svegliarsi alle 5 del mattino, ha assicurato che a 60 anni vuole andare in pensione e aprire un ristorante.
Gli osservatori dell'Unione di Stati sudamericani (Unasur) hanno escluso maneggi, decretando regolari tutte le operazioni di voto. Anzi le Presidenziali del 2014 sono state le più democratiche della Bolivia, con oltre 270 mila emigrati che, per la prima volta, hanno potuto votare all'estero.
EGUAGLIANZA SOCIALE. Il 65% dei boliviani, indigeni, sta dalla sua parte. Ma, anche nelle città, i giovani lo hanno votato perché credono nell'eguaglianza sociale: «Prima di Evo, nessuno ci ha dato niente. Lui ha dato ai poveri i guadagni delle risorse energetiche», dicono.
«L'Evo nazionale» non si è montato la testa come madame Kirchner, né ha regalato stadi e aeroporti alle big company straniere, come Rousseff, pure grande e convinta finanziatrice di Cuba. Al contrario di L'Avana, con realismo Morales l'antiamericano ha tuttavia permesso un sistema di capitalismo misto, aperto agli investimenti privati (anche stranieri) rispettosi della sovranità statale, evitando l'embargo.
Certo, per gli Usa Cuba era un simbolo da abbattere. E rispetto al Brasile e all'Argentina, la Bolivia resta il Paese più povero dell'America Latina, un laboratorio per il cambiamento tutto sommato marginale. Ma la rivoluzione bolivariana può egualmente ripartire da La Paz.

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