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COLLE 13 Ottobre Ott 2014 0610 13 ottobre 2014

Napolitano, quattro ostacoli prima di lasciare

Il processo sulla trattativa. La bega delle riforme. Il nodo Consulta. E l'enigma della successione. Le grane del capo dello Stato.

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Giorgio Napolitano.

Chissà cosa avrà pensato il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ascoltando l’inno che ha accompagnato la festa del Movimento 5 stelle al Circo Massimo di Roma (10-12 ottobre). In particolare quel verso che lo riguarda. «Caro Napolitano te lo dico con il cuore: o vai a testimoniare oppure passi il testimone», canta Fedez, autore del brano.
TANTI I NODI DA SCIOGLIERE. Difficile pensare che anche al Colle non siano risuonati i versi del rapper milanese, che qualcuno ha accusato di vilipendio. In questo momento Napolitano ha però altro a cui pensare. Dal processo sulla trattativa Stato-mafia che lo vedrà protagonista alla fine di ottobre, passando per la mancata elezione dei due membri della Corte costituzionale fino al cammino impervio delle riforme. Pensando al giorno in cui potrà passare la mano.

1. Trattativa: la testimonianza ai pm senza Riina, Bagarella e Mancino

Nicola Mancino e Giorgio Napolitano nel 2008.

Il 28 ottobre, al Quirinale, il presidente della Repubblica dovrà deporre al processo sulla trattativa Stato-mafia. Non è bastata la lettera che il 31 ottobre 2013 il capo dello Stato ha inviato al presidente della Corte d’Assise di Palermo, Alfredo Montalto, in cui ha ribadito di non avere «nulla da riferire» sulla vicenda.
Nel corso dell’udienza il capo dello Stato sarà chiamato a esprimersi sui timori che gli furono espressi da Loris D’Ambrosio, l’ex consigliere giuridico morto il 26 luglio 2012, che in una lettera confessò a Napolitano il proprio disagio per alcuni episodi accaduti fra il 1989 e il 1993. Fatti riconducibili, secondo i pubblici ministeri, proprio alla trattativa.
«NESSUNA VIOLAZIONE DELLE NORME». A rendere ancora più acceso il clima, martedì 7 ottobre era arrivata la notizia che la procura di Palermo aveva espresso parere favorevole alla richiesta di Totò Riina e Leoluca Bagarella (capo di Cosa nostra il primo, uno dei responsabili della strage di Capaci il secondo) di assistere in videoconferenza dal carcere alla deposizione del presidente. Ai due boss si sarebbe aggiunto anche l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, che nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa è indagato per falsa testimonianza.
Giovedì 9 ottobre la Corte d’Assise di Palermo, chiamata a esprimersi sull’ammissibilità o meno dei tre ingombranti teste, ha però rigettato l’istanza presentata dagli avvocati degli imputati. La loro esclusione, ha scritto Montalto, «non appare contrastare con le norme costituzionali ed europee».

2. Fumate nere per la Consulta: amarezza per lo stallo in parlamento

Il palazzo della Corte costituzionale.

A preoccupare il numero uno del Colle c’è poi la mancata elezione dei due giudici costituzionali. Finora in parlamento si sono viste solo 17 fumate nere, colpa dei veti incrociati fra i partiti di maggioranza e opposizione.
Dopo i passi indietro dei candidati di Forza Italia Antonio Catricalà, Donato Bruno e Ignazio Francesco Caramazza anche Luciano Violante (Pd) potrebbe essere costretto a ritirarsi dalla corsa. Il problema è il quorum, fissato a 570 voti, cioè i 2/3 dei membri delle due Camere riuniti in seduta comune. «Numeri altissimi da raggiungere» vista l’attuale situazione, spiegano a Montecitorio.
COLLE «RATTRISTATO E PREOCCUPATO». Per questo, con un nota pubblicata sul sito della presidenza della Repubblica, Napolitano ha espresso tutto il suo disappunto. «Rattrista e preoccupa il constatare che il parlamento si auto-priva così, in misura sostanziale, della facoltà attribuitagli dalla Costituzione di concorrere alla formazione della più alta istituzione di garanzia», ha scritto il capo dello Stato, aggiungendo: «È per me motivo di amara riflessione il fatto che a poco sono valse le mie ripetute, obiettive e disinteressate sollecitazioni perché da nessuna parte si venisse meno a questa prova essenziale di senso delle istituzioni». Per questo, ha assicurato il Colle, gli altri due membri della Corte di nomina presidenziale che stanno per terminare il loro mandato (Giuseppe Tesauro e Sabino Cassese) saranno nominati «con la massima tempestività».

3. Riforme: per il Quirinale quella della giustizia «non è più rinviabile»

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando e Napolitano.

Il 22 aprile 2013, giorno in cui pronunciò il suo secondo discorso d’insediamento alle Camere come capo dello Stato, Napolitano lanciò un duro messaggio: «Negli ultimi anni, a esigenze fondate e domande pressanti di riforma delle istituzioni e di rinnovamento della politica e dei partiti, non si sono date soluzioni soddisfacenti». Perciò «hanno finito per prevalere contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi». La conclusione di quel passaggio fu tranchant: «Se mi troverò di nuovo dinnanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinnanzi al Paese». In una parola: dimissioni.
CSM E ANM CONTRO ANDREA ORLANDO. Approvata, almeno al Senato, la nuova legge elettorale, e con il Jobs Act che ha superato lo scoglio della fiducia a Palazzo Madama, ora l’attenzione si sposta sulla giustizia. Un «nodo essenziale da sciogliere per ridare competitività all’economia», ha spiegato Napolitano, secondo cui la riforma è «urgente» e «non rinviabile».
A impantanare la situazione, stavolta, ci si è messo lo scontro fra il Consiglio superiore della magistratura e Matteo Renzi. Per la sesta commissione del Csm la riforma della giustizia civile presenta profili di incostituzionalità e il tanto discusso taglio delle ferie «non soltanto non pare in alcun modo assicurare una maggiore funzionalità ed efficienza della giustizia» ma «addirittura potrebbe risultare controproducente». Il ministro Orlando ha aperto a modifiche ma, visti anche i mal di pancia dell’Anm, la situazione appare in salita.

4. Successione: in pole position i nomi di Roberta Pinotti e Mario Draghi

Mario Draghi, presidente della Bce.

Una cosa però è certa: Napolitano non arriverà alla scadenza naturale del suo secondo mandato, fissata per il 2020. Già prima della sua riconferma aveva escluso la possibilità di un altro giro di boa. Quanto accaduto dopo è storia nota: prima Franco Marini e poi Romano Prodi sono stati impallinati dai franchi tiratori, con i partiti costretti a chiedere a Napolitano uno sforzo ulteriore in quello che lui ha definito «il punto di arrivo di una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità».
DIMISSIONI SOLO DOPO LE RIFORME. Fissare una data certa per il passaggio del testimone appare oggi molto complicato. Il presidente della Repubblica vorrebbe prima vedere approvati alcuni di quei provvedimenti per cui si batte da anni. Poi rassegnerà le dimissioni.
Al suo posto, in pole position, spiccano i nomi dell’attuale ministro della Difesa, Roberta Pinotti, e del presidente della Bce, Mario Draghi. Quest’ultimo, che di recente ha incontrato sia il premier Matteo Renzi sia lo stesso Napolitano, è alla guida della Banca centrale europea dal primo novembre 2011. La scadenza naturale del suo mandato è prevista per il 2019 anche se il precedente di Wim Duisenberg - il primo presidente della Bce dimessosi a metà mandato dopo quattro anni - ha fatto scuola. Chissà che la storia non possa ripetersi.

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