Celebrazioni dopo le elezioni
EDITORIALE 13 Ottobre Ott 2014 0911 13 ottobre 2014

Tunisia, dove l'islam è diventato democratico

Il Paese nordafricano può insegnarci a guardare i musulmani diversamente.

  • ...

I pesanti fattori di inquietudine geopolitica, derivanti dalla destabilizzante che agita l’intero Medio Oriente, e la quasi aura di invincibilità mista a barbarie emanata dall’Isis, nuovo soggetto del terrore internazionale, tendono a trasmettere un messaggio di inesorabile sconfitta delle altre, apparentemente poderose, parti in campo.
A dare il colpo di grazia a quell’ondata di aspettative suscitate dalle cosiddette “primavere arabe”, già largamente deluse, sono i vieti pregiudizi sintetizzabili nel concetto della “eccezione araba”: l’incompatibilità, cioè, del mondo musulmano con la democrazia e i suoi valori costitutivi.
L'OCCIDENTE SIA RESPONSABILE. Penso che, pur nella piena consapevolezza del groviglio di criticità che stiamo constatando e dei rischi che ne stanno derivando, sia possibile contrastarne questa deriva.
Intanto per una ragione di numeri, sempre che si imponga una leadership (Usa) capace di far emergere un minimo comune denominatore nelle agende dei principali attori (Iran e Arabia Saudita).
Poi perché dovremmo valutare quanto sta avvenendo in un’ottica di più ampio respiro, mediata dalla consapevolezza delle responsabilità dell’Occidente (in Paesi come Iraq e Siria, ma anche in Palestina e Libia).
BASTA CON LA DEMONIZZAZIONE DELL'ISLAM. Dovremmo inoltre, noi europei in particolare, sostenere anche con politiche culturali la condanna dell’abbietta strumentalizzazione dell’islam da parte dell’Isis e dei suoi sodali che si sta levando dal mondo musulmano dalle sue principali autorità religiose dal Cairo a Riyadh, ma anche in 'casa nostra'.
Questo potrebbe favorire i rivoli più o meno rilevanti, più o meno contrastati, di un processo riformistico interno alle società islamiche cui potremmo dare più sponda (senza ambizioni di pilotaggio).
Anche perché il mondo arabo non è riconducibile in massa al fenomeno Isis. Anzi, sono in atto esperienze politiche che puntano all’affermazione di “mediazioni possibili” fra visione islamica e gestione democratica. Con inciampi e sofferenze, certo, ma anche con prospettive di qualche credibile consistenza.

Il lungo cammino verso la democrazia di Tunisi

Un esempio in particolare, fra i tanti, è la Tunisia, da dove è partito quel sommovimento delle “primavere arabe” che ha investito l’intero panorama arabo islamico, da Rabat al Cairo e all’Arabia saudita, passando per la Siria e la Giordania.
ELEZIONI E NUOVE CARICHE DELLO STATO. In questo Paese, piccolo ma da sempre antesignano di conquiste sociali e di genere - grazie anche a un diffuso ceto sociale marcato dal suo essere Giano bifronte fra l’adesione all’islam e la proiezione all’Occidente - si è infatti arrivati all’ultima fase di una travagliata transizione iniziata il 14 gennaio del 2011 e che si concluderà tra il prossimo 23 ottobre, con la formazione del primo parlamento, e il 26 novembre, con l’elezione del primo presidente della Repubblica tunisina democratica.
Per arrivare a questo risultato sono stati necessari due anni in più rispetto al calendario iniziale, cinque governi, un’elezione generale, due assassinii politici, la brutale emersione del cancro terroristico.
C’è voluta una mobilitazione popolare pressocché permanente e un partito islamico, Ennahda, che, vittorioso alle elezioni del 2011, ha voluto coalizzarsi con due partiti laici (Cpr e Ettakatol) per governare, condividendo le più alte cariche dello Stato (presidenza della Repubblica e dell’Assemblea costituente). Ma non solo: Ennahda ha mantenuto un opaco rapporto con i salafiti per poi emanciparsene e combatterli e negozia una Costituzione che riceve il plauso dell’Occidente. E ha ceduto, infine, il governo del Paese all’attuale esecutivo tecnocratico di Mehdi Jomaa sotto la pressione di una società civile che era arrivata a dettare l’agenda politica nazionale, anche per convenienza.
UN PERCORSO ACCIDENTATO. Un percorso molto accidentato, dunque, che non ha contribuito a migliorare una situazione economica e sociale già in crisi nel 2011 e che anzi obbliga adesso tutti i partiti in lizza a porre in testa ai rispettivi programmi elettorali, pur con accentuazioni e approcci diversificati, il rilancio dell’economia e dell’occupazione.
Unitamente alla lotta al terrorismo, assurta ad allerta nazionale, sia per gli attentati subiti e le minacce incombenti (Ansar El sharia e altri) che per l’elevato numero di “combattenti” schieratisi con l’Isis.
Sullo sfondo si gioca la conquista dei 217 seggi parlamentari per 33 circoscrizioni di cui 6 all’estero. Sono 13mila i candidati.

Una luce nel mondo arabo

Lo scenario vede schierato un nugolo di formazioni politiche prevalentemente laiche sulle quali primeggia Nidaa Tounès, capeggiata dall’87enne Essebsi.
Suo limite, oltre all’età, è l’aver cooptato vecchi appartenenti al disciolto partito di Ben Ali. La frammentazione di questo fronte laico potrebbe rivelarsi dannosa.
Vi si contrappone Ennahda, partito islamico monolitico e ben organizzato. Ghannouchi, suo leader, sventola la bandiera della moderazione e della modernità, reclamizzando in tale ottica l’accoglienza appena ricevuta negli Usa e la rinuncia (chiaramente strumentale) a un suo candidato alle presidenziali a favore di un candidato di consenso (rifiutata da Essebsi che corre con altri 26 candidati).
MILITARI ALL'ANGOLO. Molto dipenderà dalla percezione della sincerità del suo messaggio islamico moderato.
Colpisce comunque come, al di là delle divisioni ideologiche, la chiarezza con la quale il Paese ha voluto e vuole affermare il primato della politica rispetto ad altri poteri, quale il militare. Come altrove, questo esalta il valore della prova elettorale e la rende un indicatore di rotta ben al di là dei suoi confini.
L'UE PRESENTE CON GLI OSSERVATORI. Per questo e per confermare il suo sostegno alla transizione democratica in fieri l’Unione europea sarà presente con oltre 60 osservatori (otto sono già arrivati), guidati da Annemie Neyts-Uyttebroeck, cui si affiancherà una delegazione dell’Europarlamento. Altri Paesi faranno altrettanto.
A partire dal 10 ottobre sarà a Tunisi anche il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon, che ha definito la transizione democratica tunisina come «un modello».
Bene fa il governo Renzi, che ha appena consegnato due pattugliatori, a valorizzarne il ruolo nel contesto euro-mediterraneo.
Seguiamo dunque l’Isis, ma seguiamo anche questo momento della Tunisia, un’importante segnale di luce nel mondo arabo.

Articoli Correlati

Potresti esserti perso