Maurizio Landini 141001200618
MAMBO 14 Ottobre Ott 2014 1218 14 ottobre 2014

Pd, la scissione e le conseguenze

La minoranza dem vuole staccarsi da Renzi. E creare un partito con Sel e Landini. Ma sarebbe solo la presa d'atto di una difficile convivenza.

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Maurizio Landini.

Gli appelli alla scissione del Pd si moltiplicano e sono di vario tipo. Alcuni espliciti, altri più subdoli e persino ipocriti.
Alcuni hanno destinatari precisi, Stefano Fassina, Pier Luigi Bersani finanche Massimo D’Alema oltre che Pippo Civati, Corradino Mineo e altri dissidenti; altri appelli ancora sono random cioè si rivolgono a chi sta in generale a disagio nel partito di Matteo Renzi.
L'ATTRAZIONE PER SEL E FIOM. L’idea di questi signori è di formare un partito con quel che resta della Sel di Nichi Vendola e, soprattutto, con la Fiom al cui segretario Maurizio Landini si pensa di affidare la guida della nuova organizzazione.
Molti dati empirici, per esempio i risultati elettorali degli ultimi anni della sinistra radicale, scoraggerebbero dal tentare avventure gauchiste. La stessa tenuta nei sondaggi di Renzi non lascia molti margini a eventuali sogni di scissione.
CONVIVENZE DIFFICILI. Innanzitutto, però, è bene cambiare linguaggio nel parlare di questa eventualità. Nel linguaggio tecnico-politico si tratterebbe di una scissione, ma nel linguaggio più aderente alla realtà concreta sarebbe un evento meno traumatico perché sarebbe la presa d’atto di una difficile convivenza.
La scissione si porta con sé un carico di malanimo e di vendette; la separazione consensuale può definire un lasciarsi così «senza rancor». Anche in questo caso resta da capire se questa sia l’unica strada, chi la sta costruendo, chi la porterà avanti.
OPPOSIZIONE ALL'ITALIANA. Non è l’unica via. Una opposizione interna di tipo occidentale resiste alle intemperie, non boicotta il proprio leader salvo poi al momento congressuale presentargli il conto e rovesciare la maggioranza.
Ma noi siamo «occidentali» a giorni alterni. Quindi è facile che la minoranza si faccia prendere dalla fregola del far qualcosa subito. Questa voglia di fare, cioè di separarsi, nasce dal vizio tutto ideologico di dare alle politiche che non si condividono il segno simbolico dell’avversario.
Il mite senatore Miguel Gotor, ottimo storico e pessimo suggeritore di Bersani, dà per scontato che Renzi «è dei loro», cioè è teleguidato da Silvio Berlusconi e Denis Verdini. È visibilmente una sciocchezza ma serve a recintare il campo e a stabilire chi sta di qua e chi sta di là e quindi chi deve andare dalla parte dove sono i suoi.
LA BATTAGLIA DI SUSANNA. Questa battaglia ideologico-scissionista trova il suo pivot in Susanna Camusso che ormai parla come una studentessa degli Anni 70, mancano solo gli incitamenti allo scontro e poi avremmo abrogato tutta la cultura confederale e riformista della Cgil.
Camusso vede Renzi peggio di Berlusconi, non gli dà, per ora, del fascista per un riserbo trattenuto ma sta conducendo contro il premier una campagna ad alzo zero che, se posso permettermi un giudizio personale, sfiora l’indecenza.
Landini dice spesso cose esagerate ma sembra più in sé con la testa. Vendola dal suo canto o si unisce agli ex Pd o manda a casa tutto il suo mondo. Quelli del Pd che sono in difficoltà non hanno il tempo, molti neppure l’età, per aspettare il secondo turno.
Tutto ciò congiura perché la separazione ci sia. Poi la politica in Italia è, come dire, italiana e quindi aperta a tutte le svolte/giravolte, anche le più buffe. Resta il fatto che molti lavorano per separarsi da Renzi che non mi pare afflitto da questa prospettiva.

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