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L'ITER 15 Ottobre Ott 2014 1530 15 ottobre 2014

Stato Palestinese, offensiva diplomatica europea contro Tel Aviv

Il sì inglese e svedese al riconoscimento palestinese indebolisce Israele.

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Nei Paesi europei dove più pesano le lobby e le comunità ebraiche i governi si arroccano, allineati con gli Usa nella timida difesa di Tel Aviv.
Imbarazzato, il premier inglese David Cameron, notoriamente vicino ai gruppi di potere filo-israeliani, ha assicurato a Israele che il sì del parlamento britannico allo Stato della Palestina non è sinonimo di un riconoscimento ufficiale: la politica del suo governo non cambia. Anche la Francia «riconoscerà la Palestina, quando sarà venuto il momento utile alla pace» e non dopo una «decisione solo simbolica», si è affrettato a dichiarare il ministro degli Esteri Laurent Fabius, prendendo le distanze dalla Svezia, che si appresta al passo storico.
STATO OSSERVATORE ONU. E dire che nel mondo sono 120 i governi che considerano unilateralmente la Palestina uno Stato entro i confini del 1967: oltre ad arabi e africani, anche Paesi europei come Polonia, Norvegia e Islanda.
Il 29 novembre 2012, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha anche votato in modo plebiscitario (138 sì, Italia inclusa, contro 9 contrari e 41 astenuti) per la promozione dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) da entità a Stato osservatore permanente dell'Onu, rappresentato dall'Autorità nazionale palestinese guidata da Mahmoud Abbas.
I VETI IN CONSIGLIO. Ma come il Vaticano, la Palestina dai confini dibattuti resta ambiguamente uno Stato non membro delle Nazioni Unite: uno Stato a metà, a causa dei veti del Consiglio di Sicurezza.
Ancora lo scorso settembre, alla riunione annuale dell'Onu Abbas ha sondato il terreno per ottenere uno status completo, ottenendo un secco no da Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia. Scavalcare il processo di pace ingolfato dagli accordi di Oslo del 1993 è un tabù.
Ma, come dimostrano il consenso crescente allo Stato della Palestina dalla maggioranza dei Paesi del mondo, dall'opinione pubblica americana e inglese, e anche dalla Camera dei Comuni britannica, lo è ormai 'solo' per i potenti vincolati alla fedeltà a Israele.

Dopo gli oltre 2 mila morti di Gaza Israele perde consenso

Israele, che considera illegittimamente sua capitale l'occupata Gerusalemme Est, ha bollato il voto di Londra come un atto «preoccupante» che «mina le possibilità di una pace reale».
Quanto al riconoscimento di Stoccolma, i media israeliani riportano con veemenza gli attacchi interni della destra svedese al nuovo governo socialdemocratico, che «con un gesto unilaterale, viola la legge del Paese».
Tuttavia avallato da pochi (ma influenti) governi amici, il no ostinato del premier israeliano Benjamin Netanyahu al processo di accettazione in corso della Palestina è avviato in un vicolo cieco.
IL VOTO BRITANNICO. La risoluzione sullo Stato palestinese ha sì spaccato il parlamento inglese, con oltre la metà dei 650 membri, tra le file della sinistra quanto dei conservatori, assenti al voto. Ma è un segnale che, tra i presenti, la risoluzione non vincolante sia stata approvata da una maggioranza schiacciante di 274 favorevoli contro 12 contrari.
Osteggiato pure dal suo partito, il riconoscimento proposto dal laburista Graham Morris ha mietuto proseliti anche in esponenti dei tory come Nicholas Soames. «Convinto», ha commentato, «che sia moralmente giusto e nel nostro interesse nazionale»; e come presidente della commissione Affari esteri Richard Ottaway, che si è detto «dalla parte di Israele anche nei momenti più duri», ma «talmente arrabbiato per il comportamento degli ultimi mesi» da «non opporsi alla mozione». «Se Israele perde gente come me», ha chiosato Ottaway, «perderà un sacco di sostenitori».
IL BOOMERANG DI MAGINE PROTETTIVO. Se nel luglio scorso l'obiettivo dell'ultima guerra senza vincitori di Gaza era spaccare il governo palestinese, riguadagnando l'appoggio internazionale contro il terrorismo islamico, Netanyahu ha fallito.
Nella Gran Bretagna che sdoganò il sionismo riconoscendo nel 1948, in seno Consiglio di Sicurezza dell'Onu, la dichiarazione unilaterale dello Stato di Israele, gli oltre 2.150 morti palestinesi (73 gli israeliani) dell'operazione Margine protettivo sono una macchia che, anche a Londra, ha portato nelle piazze migliaia di manifestanti.
Contro i raid disumani contro Gaza, anche il sottosegretario agli Esteri inglese Sayeeda Warsi, musulmana di origine pachistana, consevatrice e filo-americana, si è dimessa in aperto scontro con Cameron.

«Due popoli e due Stati»: la soluzione a cui solo Abbas crede

L'opinione pubblica mondiale è stufa di assistere all'inconcludenza del processo di pace israeliano-palestinese, fermo dall'aprile scorso dopo un tira e molla lungo 20 anni alternati alle guerre.
«Il riconoscimento della Palestina non è un'alternativa ai negoziati, ma è un ponte per riaprirli», ha detto il leader laburista Ian Lucas, «rafforza le voci moderate che spingono per il sentiero della politica, non della violenza».
LA CONDANNA DELL'UE. L'Unione europea ha più volte condannato gli insediamenti che Israele continua a costruire a Gerusalemme Est e in altri territori palestinesi della Cisgiordania secondo il progetto dei «due popoli e due Stati» discusso nei negoziati. A Gaza, il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon ha sottolineato che le «radici della violenza sono dovute all'occupazione lunga mezzo secolo, alla nega­zione dei diritti pale­sti­nesi e alla man­canza di pro­gressi nelle trattative».
NETANYAHU TIRA DRITTO. Anche per l'ambasciatore inglese a Tel Aviv Mat­thew Gould «il vento sta cam­biando». E persino l'ex capo della diplomazia israeliana negli Usa Michael Oren ha invitato a «non sottovalutare la mossa inglese, ben più importante di quella svedese».
Ma, convinto che Stati Uniti e Gran Bretagna non lo scaricheranno mai davvero, Netanyahu prosegue imperterrito a progettare colonie, proseguendo negoziati fittizi e continuando ad arrestare e uccidere i dissidenti in Cisgiordania.
Per l'espansione, Tel Aviv fa leva sulla debolezza intrinseca dello Stato palestinese: un territorio in fieri, dipendente per le infrastrutture da Israele che negli anni ha distrutto tutto, senza ripagare mai i danni. E oggettivamente ancora non definito: l'Olp lo ha dichiarato indipendente nel 1988 rivendicando capitale, come Israele, Gerusalemme Est.
STATO E GOVERNO UNICO. Lo Stato che Abbas propone all'Onu, insieme con la fine dell'occupazione, si estende entro i confini del 1967, ossia prima che, con la Guerra dei sei giorni, oltre al Golan e al Sinai Israele strappasse ai palestinesi Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est.
Dal giugno scorso, nelle tre aree contese (spartite poi con gli accordi di Oslo tra Tel Aviv e la neonata Anp), governa sorprendentemente un esecutivo di unità nazionale tra gli islamisti di Hamas, leader a Gaza che ufficialmente non riconoscono Israele, e l'Anp di Abbas, disponibile, non senza frizioni interne, a piegarsi a uno Stato con il 22% dei territori originari palestinesi.
Un governo fragile, apparentemente impossibile. Ma unico e sopravvissuto anche alla guerra.

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