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ANALISI 17 Ottobre Ott 2014 0600 17 ottobre 2014

Isis, perché la coalizione che la combatte è debole

Perché la campagna contro lo Stato Islamico non è efficace.

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Dabiq è la rivista di propaganda dell'Isis: grafiche accattivanti e fotografie di alta qualità sono gli strumenti per reclutare nuovi combattenti e per sotenere la causa jihadista.

La dinamica degli eventi sul terreno siriano e iracheno conferma senza ombra di dubbio che l’Isis o Stato islamico è ben altro che una barbara milizia di pericolosi fanatici come vorrebbero accreditare certe pseudo-analisi. O, meglio, è anche questo. Ma è anche un conglomerato di forze capace di muoversi con crescente efficacia su diversi piani: da quello tattico-strategico e della mobilità del suo fronte operativo tra Siria e Iraq, concentrato oggi tra l’area di confine turco-siriana con epicentro Kobane, e la provincia irachena di Anbar a quello della gestione delle risorse del territorio e delle tribù locali, assoggettate, alleate o acquiescenti che siano.
PROPAGANDA DEL TERRORE. Fino al piano della spregevole ma efficace strategia propagandistica che l'Isis ha messo in atto con un crescendo impressionante: l’apertura dell'al-Hayāt Media Center e il varo della rivista Dabiq ne sono le ultime espressioni apparse sulla lunga scia di una sofisticata e vincente azione di proselitismo, con cui ha attratto migliaia di combattenti dall’intero mondo islamico e dall’Occidente e sta guadagnando adesioni da parte di crescenti pezzi della galassia dell’estremismo islamico e della stessa Al Qaeda.
ATTACCHI AEREI INEFFICACI. La riprova evidente di questa realtà sta nel fatto paradossale che dopo quasi tre mesi di attacchi aerei, prima solo americani, poi di una coalizione internazionale apparentemente poderosa, lo Stato islamico ha continuato e continua a guadagnare terreno, sia in Siria sia in Iraq.
Qua e là la sua avanzata è stata rallentata, in qualche caso fermata o meglio dirottata e ciò è avvenuto quando l’aviazione ha potuto fare massa critica con le forze di terra (curde). Nel complesso si è confermato che solo con la saldatura tra le due armi si poteva - e si potrà - conseguire risultati degni di questo nome.
UN ESERCITO CHE CRESCE. È accaduto di più: l’Isis ha ingrossato le sue fila, stimate oggi tra le 35 e le 40 mila unità, comprensive dei combattenti stranieri (10-15 mila). Mentre resta da vedere l’effetto delle misure di contrasto di questo fenomeno da parte dei Paesi islamici e occidentali.
In questi giorni assistiamo alla cruenta disfatta di Kobane frutto anche del cinico immobilismo dei carri armati di Ankara che l’accoglienza assicurata nel tempo a 2 milioni circa di sfollati siriani non compensa.
LA PARTITA DI ANKARA. Quanto hanno pesato i termini segreti della trattativa che ha consentito lo scambio di 180 miliziani dell’Isis con 46 ostaggi turchi? E quanto la politica di apertura del confine alle migliaia di volontari (Isis, al-Nusra) affluiti in Siria per abbattere Assad? Quanto il fatto che nella popolazione rimasta a Kobane v’è una preponderanza di curdi affiliati al Pyd/Pkk?
Un chiarimento Erdogan lo ha fornito: nessun intervento senza rinuncia curda a ogni idea di autonomia, integrazione della coalizione anti-Assad, accettazione di una zona-cuscinetto che corra lungo tutta la frontiera turco-curdo/siriana. Ciò implicherebbe la creazione di una no fly zone indigesta a Teheran e Mosca e molto problematica per Washington che si è vista negare per questo anche l’uso della base aerea di Incirlik. Con buona pace della Nato di cui la Turchia ancora fa parte.
OBAMA E IL MID-TERM. Kobane e Anbar sono la punta dell’iceberg della ben scarsa efficacia della strategia anti-Isis. E Obama è in difficoltà.
L’ombra delle imminenti elezioni di medio termine è cupa e si riverbera anche in seno alla sua Amministrazione dove si avvertono scricchiolii di dissenso: in prima fila i Servizi segreti e ora anche i vertici militari, segnatamente del generale Dempsey (Comandante in capo della coalizione) con la velata adesione del ministro della Difesa Hagel e il netto sostegno di Leon Panetta, già ministro della Difesa, che oltre a lamentare che il presidente troppo spesso si piega alla logica di un «professore di legge piuttosto che alla passione di un leader» lo ha sollecitato ad aprirsi «a ogni opzione contro l’Isis», e dunque a un maggior coinvolgimento americano sul terreno.
IL NODO DI BAGHDAD. È ipotizzabile che in questa nevralgica situazione sia disposto a dare una svolta in quel senso? Escluso l’impiego di soldati sul terreno, Obama non ha molte alternative se non muoversi sul piano politico e dunque sul governo di Baghdad perché superi le perduranti difficoltà in cui versa - e realizzare un’importante forza d’urto costituita da quel ventaglio di risorse comprese nel termine «forze speciali» che vanno dall’intelligence all’addestramento, dalla pianificazione all’accompagnamento e all’armamento.
COALIZIONE SCRICCHIOLANTE. La chiamata a Washington il 13 e 14 ottobre dei capi militari dei 20 Paesi che integrano la coalizione internazionale (Australia, Bahrain, Belgio, Canada, Danimarca, Egitto, Francia, Germania, Iraq, Italia, Giordania, Kuwait, Libano, Olanda, Nuova Zelanda, Qatar, Arabia Saudita, Spagna, Turchia, Emirati) voleva servire a questo. Ma i risultati sono stati deludenti, in termini di convergenza e di apporto concreto.
Sul teatro siriano come su quello ircheno i convitati a Washington si sono mostrati divisi. La Turchia non si è aperta e ha trovato l’alleanza della Francia sempre protesa a un protagonismo velleitario; una certa coesione è emersa tra Australia, Canada e Inghilterra. Prudente la Germania. Tutti schiacciati dalla scarsità di risorse, a cominciare dal nostro Paese che pure si è allineato.
IL CONFRONTO RIAD-TEHERAN. Sul versante arabo la nebulosità è risultata più spessa sia per le divergenti agende dei partner, vedi il Qatar, sia per i nodi del confronto tra i due grandi protagonisti dell’area e dei relativi aleati: Arabia Saudita e Iran, convitato di pietra della riunione.
La prima, che anche a Washington ha ribadito il suo impegno anti-Isis e anti-Assad, ha alternato in questi ultimi tempi segnali di duro contrasto e di accuse di inaccettabile ingerenza settaria a gesti di avvicinamento e di ricerca di punti di equilibrio strategico (vedi Yemen e Bahrein).
L’Iran che con l’ultimo intervento di Rohani ha confermato di voler giocare la carta di una sua normalizzazione internazionale (trattativa sul nucleare) scambiandola con quella di un’egemonia regionale che lascia ancora poco spazio a un’auspicabile modus vivendi con Riad.
L'Isis sta profittando di questa complessità imponendo una vistosa crepa nell’assetto politico-territoriale del Medio Oriente di cui è arduo declinare i possibili sviluppi.

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