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DOPO IL VOTO 22 Ottobre Ott 2014 1854 22 ottobre 2014

Jean-Claude Juncker: il piano del presidente Ue

Incassa la fiducia e promette «rispetto delle regole, ma non solo austerity».

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Jean-Claude Juncker e José Manuel Barroso.

L'era Juncker è iniziata il 22 ottobre alle 12.36, quando l'aula plenaria del parlamento di Strasburgo lo ha incoronato capo dell'esecutivo europeo. Con 423 sì, 209 no e 67 astenuti, gli europarlamentari hanno tolto lo scettro a José Manuel Barroso dopo 10 anni.
Ed è proprio a lui che il lussemburghese si è rivolto per primo «perché ha gestito la Commissione», ha specificato, «in un periodo di crisi, ha integrato 13 nuovi Stati membri, ha fatto un buon lavoro e spesso è stato criticato in maniera dolorosa».
TANTE CRITICHE A BARROSO. L'ultima il 21 ottobre, quando gli eurodeputati hanno definito «disastroso» il bilancio del suo mandato.
Eppure per ben due volte, proprio a Strasburgo, il portoghese ha preso più sì di Juncker: la prima Commissione Barroso è stata votata nel 2004 con 449 voti, la seconda nel 2010 con 488 voti.
Ma come ha spiegato lo stesso neo-presidente, «non si possono fare paragoni, perché socialisti liberali e democristiani non hanno stessa forza di un tempo. Oggi ci sono i gruppi euroscettici». Che sono quelli con cui dovrà presto fare i conti, aiutato però dalla Große Koalition, che ha dimostrato di funzionare.

Il programma di investimenti? «Non può essere finanziato col debito»

Angela Merkel e Jyrki Katainen.

A testimoniarlo non è solo il sostegno manifestato dal presidente del gruppo Ppe Manfred Weber e dell'S&D Gianni Pittella, ma quello dei liberali, che pur avendo storto il naso davanti alla conferma del commissario alla Cultura, l'ungherese Tibor Navracsics, hanno preferito accontentarsi.
LE SUE NOMINE ACCONTENTANO IN PARTE. Perché si tratta di veri e propri “contentini” quelli che Juncker ha dato a socialisti e liberali, mantenendo comunque quasi invariata la sua squadra.
A parte la sostituzione della commissaria slovena, ai loro posti sono rimasti sia l'inglese Lord Hill (designato ai Servizi finanziari), criticato per il suo passato da lobbista, sia lo spagnolo Miguel Arias Cañete (commisarro al Clima e all'Energia), inviso soprattutto ai Verdi per il suo conflitto di interessi con aziende legate al settore petrolifero.
E sono stati infatti i Verdi i primi a dire no alla nuova Commissione, anche se a malincuore, come ha spiegato Rebecca Hams, che sottolineato la sua stima per Juncker.
Ma per loro, per la Gue-Ngl, l'Ecr e l'Efdd non sono bastate le modifiche apportate ad alcuni portafogli, come richiesto dopo le audizioni dei commissari designati.
Non è servito neanche togliere lo Sviluppo sostenibile dalle mani del commissario Cañete e metterlo sotto la giurisdizione del vicepresidente Frans Timmermans, o riaffidare la competenza dei farmaci - che in un primo momento era finita nel portafoglio del Commercio - alla commissione Salute, né togliere la delega sulla cittadinanza all'ungherese Navracsics per darla al greco Dimitris Avramapoulos, commissario per l'Immigrazione.
VERSO L'ACCORDO CON GLI USA. L'accusa e il timore è che «l'attaccamento della Commissione al neoliberismo che ha fatto crescere la disoccupazione, ha portato alla deregolamentazione del lavoro, all'asfissia delle Pmi, alla povertà, continui», ha denunciato l'eurodeputato cipriota della Gue Neoklis Sylikiotis.
A preoccupare è anche il modo in cui sarà affrontato il negoziato per il Ttip, l'accordo transatlantico di libero scambio Usa-Ue, che Juncker ha dichiarato di voler «concludere».
Anche se, ha precisato il neo-presidente, «non ci sarà spazio per gli arbitrati speciali», in pratica, «non ci sarà nulla che limiterà l'accesso ai tribunali nazionali e che consentirà a tribunali segreti di avere l'ultima parola».
Nessuna clausola quindi per le dispute tra investitori e Stati, come aveva più volte chiesto Berlino. Perché se Juncker ha sottolineato di avere «un contratto con il parlamento» e che intende rispettarlo», è altrettanto forte il legame con gli Stati membri, a partire dalla Germania.
Ed è proprio alla locomotiva tedesca che Juncker si è rivolto direttamente: «I campioni del mondo in questo momento non sono molto in forma. Penso che sia un calo passeggero», ha spiegato a Strasburgo, «ma devono abituarsi a non esserlo anche nel lungo termine».
UN PIANO PRIMA DI NATALE. Perché la crisi non è finita per nessuno. E per uscirne tutti insieme, Juncker promette di mettersi a lavorare immediatamente sul piano di investimenti da 300 miliardi, che non sarà presentato nei primi tre mesi, come annunciato in precedenza «ma prima di Natale, perché dobbiamo agire il prima possibile».
Vero è, ha spiegato il lussemburghese, che «un programma di investimenti non può essere finanziato col debito. E anche se non sono solo gli Stati a essere responsabili», è da questi che bisogna partire.
Ed ecco uno dei punti più caldi che già il 22 ottobre viene messo sul tavolo del presidente: le valutazioni dei progetti di bilancio dei 28 Paesi che saranno oggetto delle raccomandazioni della Commissione entro i primi 10 giorni di novembre. «Non ci sono due commissioni ma una sola, un'unica voce», ha subito messo in chiaro, aggiungendo che «con Barroso ci siamo messi d'accordo per non dare possibilità a chi vuol fare emergere una differenza di opinioni tra noi. Ogni decisione in materia di bilancio avrà avuto il mio assenso preventivo».

Juncker mister bastone e carota: rispetto delle regole e flessibilità

Il neopresidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker e il primo ministro italiano Matteo Renzi.

Insomma, il messaggio è chiaro sin dal primo giorno: «Le regole (del patto di Stabilità, ndr) non verranno modificate», ha detto il lussemburghese, sottolineando che «saranno attuate con il grado di flessibilità che i trattati consentono».
Senza dimenticare però, che «l'austerity non deve essere un dogma».
«SENZA RIFORME NON C'È CRESCITA». Juncker si è rivolto a chi sostiene che da sola possa rivitalizzare le economie. «Chi pensa che con il mero consolidamento di bilancio senza riforme strutturali si possa avere crescita, si sbaglia!».
Il suo è un vero e proprio mix di bastone e carota, che rispecchia la volontà di ascoltare, mediare, e alla fine decidere. Per questo «la Commissione sarà molto più politica», ha promesso difendendo ancora una volta la nuova architettura dell'esecutivo, con i vicepresidenti messi a «coordinare, organizzare le idee».
«RISCOPRIAMO IL METODO COMUNITARIO». «Vorrei che diventassimo artigiani e architetti della riscoperta del metodo comunitario», ha auspicato il neo-presidente, «credo al triangolo virtuoso che ha come vertici: parlamento, Consiglio e Commissione».
Un triangolo che non sarà facile da gestire, perché, come ha sottolineato Pittella, «oggi il peggior nemico dell'Europa non è il populismo, ma la mancanza di coraggio dei nostri leader europei».
E Juncker sembra intenzionato a voler dimostrare di averne quanto basta per cambiare davvero l'Unione europea.
Anche se per ora dovrà fare i conti con chi dall'Ue vuole uscirne: «Questo sarà l'ultima Commissione europea che governa la Gran Bretagna», ha detto il leader britannico dell'Ukip Nigel Farage, «perché alla fine dei cinque anni saremo fuori di qui».

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