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URNE 25 Ottobre Ott 2014 0830 25 ottobre 2014

Tunisia, voto dopo la Primavera

Le prime legislative democratiche. Sfida tra Ennahda e la sinistra di Nidaa Tounes.

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Il 17 dicembre 2010, il gesto estremo di un giovane venditore ambulante fu l'inizio di un terremoto che pochi chiamano ancora Primavera araba. Il 26 ottobre del 2014, quasi quattro anni dopo, la Tunisia va al voto per eleggere il suo primo, vero parlamento democratico.
Tra tutti i Paesi musulmani che, con alterne fortune, hanno visto cadere lunghi regimi post-coloniali, l'ex protettorato francese è l'unico che può rivendicare una rivoluzione guidata dal popolo.
Pur tra molti ostacoli, nel 2011 si è votato un parlamento provvisorio per scrivere, dal basso, la nuova Costituzione.
TRE ANNI DI COSTITUENTE. In vigore dal gennaio scorso con 200 voti favorevoli su 217, il testo sancisce l'appartenenza identitaria del Paese all'islam, ma riconosce la separazione tra Stato e religione, l'indipendenza della magistratura e la parità effettiva tra uomo e donna.
Parallelamente, i costituenti hanno anche svolto una funzione provvisoria legislativa, formando, con innumerevoli rimpasti di governo, degli esecutivi tecnici che, in un percorso simile all'Italia del 1946, hanno traghettato la Tunisia verso un voto definito dall'Onu «storico».
Il 23 novembre 2014 gli elettori sono infatti attesi alle urne per il primo turno delle presidenziali.
L'INTERREGNO DI MARZOUKI. Dopo la cacciata di Ben Ali, capo di Stato per 23 anni dopo un golpe soft pilotato anche dall'Italia, il Quirinale tunisino è stato occupato dal presidente ad interim Moncef Marzouki, medico e attivista per i diritti umani, eletto nel 2011 alla massima carica dalla Costituente.
La disponibilità alla mediazione di laici e musulmani moderati dell'assemblea democratica e un capo di Stato che, per dare l'esempio nella crisi, si è anche tagliato lo stipendio hanno scongiurato che, come in Libia o in Egitto, le violenze politiche degenerassero in scontri di piazza, battaglie tra fazioni politiche e nuovi golpe militari, in un Paese stretto nella morsa della recessione.

la Costituente ha retto nonostante rimpasti e attentati salafiti

La Tunisia ha evitato una guerra civile e tra bande, nonostante bilanci di vittime anche pesanti e contraddizioni interne irrisolte.
Al sacrificio del 27enne Mohamed Bouazizi, inconsapevole scintilla della rivolta che ha destabilizzato il Medio Oriente e il Nord Africa, si sono aggiunte le esecuzioni del leader dell'opposizione laica e marxista Chokri Belaid, assassinato a 43 anni nel febbraio del 2013; del capo, pochi mesi dopo, del fronte popolare Mohamed Brahmi, freddato a 57 anni sulla soglia di casa. E di altri esponenti della politica, della magistratura e della società civile.
IL COMPROMESSO TRA SINISTRA E ENNAHDA. Come nella Libia insanguinata da rapimenti e agguati terroristici, gli estremisti remavano contro il compromesso costituzionale (poi riuscito) tra l'anima laica dei movimenti di sinistra, contrari ai regimi socialisti ma anche all'imposizione della sharia, e il monolite dei moderati islamici di Ennahda (Rinascita), i liberal-conservatori vicini alla Fratellanza musulmana, banditi dalla vita pubblica a fasi alterne sotto Ben Ali e vincitori, con quasi il 40%, alle urne del 2011.
Manovrare le frange estremiste era relativamente facile in un Paese che è primo, secondo i dati degli istituti d'intelligence anglo-americani, per numero di jihadisti (circa 3 mila) andati a combattere in Siria nello Stato islamico o in gruppi qaedisti come al Nusra, per lo più attraverso i canali di reclutamento dei salafiti.
IL DIALOGO CON I SOCIALISTI. Finanziata per decenni dall'Arabia saudita - terra di esilio Ben Ali -, la corrente più radicale dell'Islam sunnita era lo strumento ideale per compiere, attraverso una strategia della tensione, una controrivoluzione in stile egiziano e, considerati i recenti sviluppi, anche libico.
Ma, di fronte ai milioni di persone nuovamente in strada, in tutto il Paese, contro Ennahda, accusata, anche per il suo passato di lotta armata, di collusione con i fondamentalisti, il movimento della Fratellanza ha avuto l'intelligenza politica di troncare i rapporti, soprattutto degli esponenti più conservarori, con le formazioni salafite. Avviando, viceversa, un dialogo con la sinistra riformista di Nidaa Tounes (Appello alla Tunisia) dell'ex premier ad interim, l'87enne Beji Caid Essebsi: politico di lungo corso sotto la presidenza di Habib Bourghiba, fino al 1987 e, più defilatamente, anche sotto Ben Ali.

Testa a testa tra islamisti e laici moderati, pronti alle larghe intese

Alternativa moderata al Fronte popolare di Belaid e Brahmi, Nidaa Tounes è accusata di essere una riedizione del vecchio partito di Ben Ali, il disciolto Raggruppamento costituzionale democratico (Rcd) espulso dall'Internazionale socialista solo nel 2011.
PACIFICAZIONE NAZIONALE. Ma per proseguire la transizione democratica c'era bisogno di una pacificazione nazionale che non emarginasse l'elettorato laico: minoritario, soprattutto nell'entroterra, tra i circa 8 milioni di aventi diritto, ma rilevante al punto di minacciare una seconda vittoria di Ennahda.
Dati, per ora, non ce ne sono. Una discussa legge ha vietato i sondaggi, dall'inizio della campagna elettorale a ottobre. Ma, stando alle indiscrezioni, i consensi principali sarebbero ripartiti tra gli islamici moderati e Nidaa Tounes, con un leggero vantaggio di Ennahda.
POSSIBILE GRANDE COALIZIONE. Fortemente ridimensionata, per le proteste popolari, per il 2015 l'ala tunisina dei Fratelli musulmani è disponibile a una nuova Grande coalizione e ha rinunciato anche a un candidato per le Presidenziali. Spianando di fatto, la strada a Essebsi
I programmi elettorali di Nidaa Tounes e Ennhada, d'altra parte, non sono distanti: puntano entrambi sullo sviluppo dell'industria e alle liberalizzazioni per attrarre investimenti stranieri. Da una parte, il leader islamista Rashid al Ghannushi vuole rendere il Paese il motore della finanza islamica del Nord Africa, dall'altra è volato in Cina e in India a stringere rapporti commerciali con le potenze emergenti.
Nel 2011, prima della Rivoluzione dei Gelsomini la Tunisia era povera ma con un'economia in crescita era la più promettente del Nord Africa.
LA CRISI DOPO LE RIVOLTE. L'instabilità della regione e le turbolenze interne hanno poi portato gli inoccupati dal 13% al 15% (dati della Banca mondiale). L'inflazione è al 6%, il deficit all'8% sul Pil. E le sacche di malcontento sempre più ampie, contro un imminente governo di tasse e riforme, gonfiano il flusso di combattenti mercenari in Siria e Iraq.
Circa 46 mila agenti sono schierati a presidio delle urne, il governo ha persino sospeso i collegamenti aerei con la Libia, temendo infiltrazioni. Ma, con frange di Ennahda attigue ai salafiti e socialisti inquinati dai riciclati, né gli islamisti né i laici possono fare troppo gli intransigenti.
Nella precarietà e nell'insicurezza, la Tunisia si tiene stretta la sua Costituzione del compromesso. Per l'Onu, un «possibile modello, anche per gli altri popoli che aspirano a realizzare le riforme».

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