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BASSA MAREA 28 Ottobre Ott 2014 1237 28 ottobre 2014

Midterm: Obama è appeso a un filo, e se lo merita

Dalla riforma finanziaria alla politica estera: il presidente americano in questi sei anni ha commesso troppi errori. Il voto del 4 novembre è a rischio. E Barack può perdere il Senato.

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Barack Obama, presidente degli Stati Uniti.

Tutti prevedono che il partito democratico perderà il voto di midterm del 4 novembre e che Barack Obama ne uscirà male. Ha detto infatti che il voto è sulla sua politica. Vedremo presto.
È certo è che la presidenza è lontanissima dalle speranze suscitate sei anni fa. Obama è il Presidente pariah, scrive acido il Washington Post, meglio non averlo in campagna elettorale, fa perdere voti. Ma la statura di Obama era prevedibile, con qualche azzardo, già prima che entrasse alla Casa Bianca.
Perché aveva giurato in campagna elettorale con grande retorica di fare cose che con le nomine decise appena eletto (o meglio annunciate allora e decise prima del voto) avrebbe potuto fare. Era il cuore della sua promessa, domare Wall Street e difendere Main Street, in nome e per la dignità del common man. Americanismo puro. Impossibile con gli uomini scelti, e fra le cause essi stessi della crisi finanziaria del 2008.
GENTE SBAGLIATA IN POSTI CHIAVE. Otto mesi dopo si sapeva benissimo che la finestra era chiusa. «Hai scelto la gente sbagliata. Non capisco come hai potuto farlo. Hai scelto la gente sbagliata», gli urlò prima dell’insediamento il senatore democratico Byron Dorgan (N. Dakota) a proposito dei Timothy Geithner e dei Lawrence Summers e di vari altri della stessa squadra clintoniana alle leve dell’economia, vicini a Wall Street e decisi a difenderla, e che Wall Street voleva a quei posti. Ma restavano più di sette anni, probabilmente, e chissà, forse la corda da trapezista su cui avanza il rapporto speciale istintivo fra il presidente e il suo popolo, io capisco voi e vi guido e difendo e voi capite me e mi date forza, poteva anche non essere sfilacciata e flaccida. E invece incominciava subito ad esserlo.
I DUBBI DELL'AMERICANO MEDIO. Sta più con noi o con Wall Street? L’americano medio ha un populismo di fondo che lo rende sospettoso dei tycoons. Da allora, storie precise sui rapporti Obama-Wall Street hanno chiarito parecchio. Thomas Frank, da 20 anni una delle migliori firme progressite, ha messo a fuoco bene il problema in un recente articolo per Salon. «Quello che i tempi richiedevano era un secondo New Deal, per un’ampia revisione del sistema economico», ha scritto nei primi mesi dell’era Obama. Quello che il team di Barack ha fatto è stato un foam the runway, tonnellate di schiumogeno sulla pista perché Wall Street atterrasse con i minori danni e potesse riprendere a volare.
OBAMA? IL PRESIDENTE IDEALE PER WALL STREET. Ora, l’americano medio non legge il Financial Times e non consoce Martin Wolf, il suo commentatore-principe, ma è certamente d’accordo con lui quando dice che le 800 pagine di testo e le oltre 30 mila (per ora) di regolamenti della riforma finanziaria di Obama (Dodd-Frank) sono per lo più fumo mentre le 33 della riforma bancaria di Roosevelt del 1933 erano arrosto.
Che cosa è stato Obama per Wall Street? Il candidato e il presidente ideale, incarnazione del progressismo, che è riuscito a coprire tutti a sinistra, impossibile per un repubblicano. Multe pesanti a varie banche, ma nessuno alla sbarra.

Dalla riforma sanitaria alla politica internazionale: quante lacune

Lawrence Summers è stato lo stratega-principe per l’economia di Barack Obama.

Poi c’è la riforma sanitaria, complessa. Solo quando anche il vasto mondo, metà dell’America, delle polizze sanitarie aziendali sarà toccato dalla riforma si potrà tirare le somme e vedere quanti ricevono vantaggi e quanti svantaggi.
Il saldo decreterà non il successo, difficilmente possibile proprio perché saranno in milioni ad avere meno sanità o a pagarla di più. Ma ci saranno milioni ad averne di più e pagarla, forse, di meno, certificando qui una riforma ragionevole in un sistema sanitario che resta surreale e che costa pro capite il doppio rispetto al vicino Canada.
ECONOMIA: GLI USA SONO SPACCATI IN DUE. E poi, centrale, l’economia. Gli americani non sono a grande maggioranza convinti di essere usciti dalla crisi. La crescita, una che per noi italiani sarebbe manna data la nostra depressione, è finora debole e malissimo distribuita. Il 90% o poco meno degli americani ha perso e non recupera se non marginalmente potere d’acquisto. La disoccupazione o sottoccupazione involontaria è circa il doppio dei dati ufficiali. E il Paese è, economicamente, sempre più spaccato in due.
Infine la scena internazionale, che con una politica mediorientale confusa e velleitaria e senza strategie, costringendo ora Obama a tornare sui suoi passi contro l’Isis, ha decretato il ridimensionamento della statura politica del presidente. Economia e politica estera (non politiche sociali e rapporti con Wall Street) favoriscono i repubblicani.
INTERVENTI POSITIVI PERCEPITI COME MINORI. Ci sono i lati positivi, a partire dal salvataggio del settore auto, e col tempo acquisteranno più peso, interventi sociali per le donne le madri e parecchio altro. Ma si tratta di aspetti avvertiti come minori, e una presidenza viene valutata, a caldo soprattutto, e ricordata, per poche grandi scelte, o non scelte.
Non era difficile intuire già dal novembre 2008 che la corda del trapezista si sarebbe sfilacciata, proprio per l’enormità del voltafaccia di Obama tra campagna elettorale e presa del potere, partito da Main Street approdato a Wall Street. Questa rubrica, dall’inizio, quando alzava la bandierina de L’Anteamericano (si veda Obama sull’orlo del collasso morale, 13 dicembre 2010), lo ha fatto. E prima è stato fatto altrove.
SENATO, LOTTA PUNTO A PUNTO. Obama conquistò nel 2008 la Casa Bianca con un partito democratico che aveva alla vigilia del voto 236 deputati federali, 51 senatori 28 governatori. Il voto di quel novembre aumentò la quota a 257 deputati, 59 senatori e 29 governatori. Le pessime elezioni di midterm 2010, quasi le peggiori della storia presidenziale americana per un partito in carica, fecero crollare la squadra parlamentare a 193 alla Camera e 51 al Senato, più due indipendenti che in genere votano con i democratici. La riconferma di Obama nel 2012 cambiava poco al Congresso, con 193 deputati e 53 (più due) senatori. Oggi una previsione diffusa (non sarà esattamente così ma la chiave per misurare l’umore del Paese sarà l’entità dello scarto e in che direzione) dice che dal 4 novembre usciranno per i democratici 195 deputati e 48 (più due) senatori e al massimo metà dei governatori. La maggioranza al Senato potrebbe restare, con gli indipendenti e il presidente dell’assemblea, il vice di Obama Joe Biden, che si schiera nei voti cruciali. Ma sarebbe un soffio.

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