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TESTIMONE 28 Ottobre Ott 2014 1853 28 ottobre 2014

Stato-mafia, Napolitano: «Ero uno spettatore»

Il presidente della Repubblica risponde sulla trattativa. Ma non la chiama mai così. «Ci fu un aut aut, ma non sapevo nulla». E il M5s invoca le dimissioni.

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Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Non sapeva nulla. Non al tempo in cui sarebbero avvenuti i fatti. Per oltre tre ore il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è prestato alle domande dei giudici della Corte di Assise di Palermo, in trasferta al Quirinale per ascoltarlo come testimone del processo sulla trattativa Stato-mafia.
Ha risposto a tutte le domande, il capo dello Stato, ribadendo di non essere mai venuto a conoscenza di accordi tra lo Stato e Cosa nostra per fermare le stragi. Ma ha parlato, questo sì, di un aut aut dei boss alle istituzioni. Aspetto sottolineato dal pm Nino Di Matteo a Servizio pubblico: «In una domanda noi abbiamo utilizzato proprio il termine 'ricatto di Cosa nostra' nei confronti delle istituzioni e il teste ha confermato che quella era l'immediata percezione».
«ATTENTATO? MAI TURBATO». Un incontro chiuso alla stampa, i cui dettagli sono emersi dalle parole dei protagonisti, come l'avvocato del Comune di Palermo Giovanni Airò Farulla e il legale difensore di Nicola Mancino, Nicoletta Piergentile.
Quest'ultima ha raccontato a Sky Tg24 che il capo dello Stato «non ha mai parlato esplicitamente di trattativa e sul fatto di poter essere oggetto di attentato ha detto che lui non si era minimamente turbato perché faceva parte del suo ruolo istituzionale».
Nessuna domanda invece dal difensore dell'ex generale Mario Mori, «per rispetto istituzionale».
CIANFERONI: «DOMANDA PIÙ IMPORTANTE RIGETTATA DALLA CORTE». Chi ha parlato, durante l'incontro e dopo, è stato l'avvocato Luca Cianferoni, legale di Totò Riina: «Ha tenuto sostanzialmente a dire che lui era uno spettatore di questa vicenda», ha detto riferendo le parole di Napolitano. Poi si è lamentato perché «la Corte non ha ammesso la domanda più importante», quella sul colloquio tra il presidente Napolitano e l'ex presidente Oscar Luigi Scalfaro quando pronunciò il famoso «non ci sto!».
Un quesito che, ha puntualizzato Cianferoni, «non ha trovato il diniego di Napolitano, ma quello della Corte che non l'ha ammessa».
SCALFARO AL COLLE? ANCHE PER LE STRAGI. Il presidente non ha però negato che la strage di Capaci abbia influito sull'ascesa al Colle di Oscar Luigi Scalfaro, ammettendo che quel fatto fu tanto forte da essere da stimolo a un accordo politico per il Quirinale.
Al legale di Riina non è proprio andato giù il trattamento privilegiato riservato al capo dello Stato: «Ha consultato delle carte durante la deposizione: lui ha avuto modo di avere quelle carte che il 15 ottobre sono arrivate dai pm di Firenze e che a noi parti private hanno richiesto una certa attività. Questo un teste normale non può farlo».

Napolitano risponde anche a Cianferoni

L'arrivo al Quirinale di avvocati e magistrati per la deposizione del presidente Giorgio Napolitano al processo sulla trattativa Stato-mafia.

La disponibilità di Napolitano è stata evidenziata da tutti i presenti all'incontro. Il presidente della Repubblica ha risposto a tutte le domande, comprese alcune fatte dall'avvocato di Riina, che la Corte non aveva ritenuto ammissibili. «Presidente, se lei permette voglio accontentare l'avvocato», ha detto Napolitano, che ha spiegato di voler rispondere su tutto per evitare di ritrovarsi a doverlo fare un'altra volta.
«NON HO LA MEMORIA DI PICO». Senza rinunciare a qualche battuta («Cosa credete? Che abbia la memoria di Pico della Mirandola?», ha scherzato a un certo punto con magistrati e avvocati), Napolitano ha parlato a lungo di due temi: la lettera scrittagli nel 2012 dal suo consigliere giuridico Loris D'Ambrosio dopo essere stato sentito dai pm di Palermo, e le informative riservate degli apparati di sicurezza su un attentato mafioso contro lui e Giovanni Spadolini tra il 1993 e il 1994.
D'Ambrosio, morto nel 2012, fu interrogato a proposito delle sue telefonate con Nicola Mancino, e scrisse al capo dello Stato tutta la sua preoccupazione per poter essere ritenuto «utile scriba di indicibili accordi» quando era in servizio come magistrato prima all'antimafia e poi al Dap. «Non me ne parlò», ha risposto Napolitano, «non discutevamo del passato. Guardavamo al futuro. Se le sue fossero state più che ipotesi sarebbe andato a riferirne alla magistratura».
IL COLLE AUSPICA UNA RAPIDA TRASCRIZIONE. Da parte del Colle sembra esserci l'intenzione alla massima trasperanza. In una nota pubblicata poco dopo la deposizione, il Quirinale «auspica che la Cancelleria della Corte assicuri al più presto la trascrizione della registrazione per l'acquisizione agli atti del processo, affinché sia possibile dare tempestivamente notizia agli organi di informazione e all'opinione pubblica».

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