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INTERVISTA 29 Ottobre Ott 2014 1200 29 ottobre 2014

Isis, Hassan Arfaoui: «È la somma dei nostri errori»

Repressione del libero pensiero. E strumentalizzazione politica della religione. Le cause della penetrazione jihadista in Tunisia secondo Hassan Arfaoui.

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da Tunisi

La minaccia dell'Isis, a Tunisi e dintorni, è palpabile. Lo è a tal punto che i cittadini, recatisi alle urne il 26 ottobre per la seconda tornata elettorale dalla cacciata del raìs Zine el Abidine Ben Ali, hanno premiato a sorpresa il partito laico di Nidaa Tounes, in barba alle previsioni che davano per favoriti gli islamisti di Ennahda. Troppo forte la paura del terrorismo.
L'influenza dell'Isis in Tunisia è sotto gli occhi di tutti, a parlare sono i numeri. Secondo il ministero dell'Interno, 2.500 cittadini negli ultimi mesi si sono arruolati nello Stato Islamico, conosciuto da queste parti anche con l'acronimo Daech (al Dawal al islamiya fi Iraq wa al Sham).
BLOCCATI 9 MILA ASPIRANTI JIHADISTI. Di loro, 250 sono già stati assicurati alla giustizia dopo aver tentato di rientrare nel Paese nordafricano, mentre più di 9 mila sono stati bloccati dai servizi di sicurezza prima che varcassero il confine alla volta della Siria.
Sulle ragioni che spingono i giovani tunisini a compiere questo passo Hassan Arfaoui, giornalista e direttore di redazione del settimanale Réalités, si è espresso attraverso un editoriale fuori dal coro dal titolo «Daech est en nous», «Daech è dentro di noi».
«DAECH È LA SOMMA DEI NOSTRI FALLIMENTI». Se in Europa le comunità islamiche si sono schierate a più riprese contro l'Isis, sottolineando come l'organizzazione terroristica non abbia nulla a che vedere con la loro religione, Arfaoui fa una forte autocritica. Nel mirino le stesse società musulmane: «Senza voler assolvere l’Occidente dalle responsabilità nel rafforzamento di questo fenomeno (….), Daech è dentro di noi, è la somma dei nostri fallimenti, delle nostre debolezze individuali e collettive, della nostra indigenza politica, economica, culturale e religiosa», ha scritto. «È per questo motivo che la lotta contro Daech deve cominciare con una riforma necessaria e urgente del discorso politico, ma soprattutto religioso».

Nel riquadro Hassan Arfaoui, direttore del settimanale tunisino Réalités.

DOMANDA. Hassan, può spiegarci meglio cosa intende quando dice «Daech è dentro di noi»?
RISPOSTA. Parlando in termini generali, le società musulmane e le loro élite tendono a spiegare tutto quello che accade di negativo come una cospirazione occidentale, come con al Qaeda e Osama Bin Laden. Dobbiamo smettere di dare la colpa dei nostri malesseri a dei fattori esterni.
D. Qual è il passo successivo da compiere?
R. Cominciare a criticare la nostra società, il nostro rapporto con la religione, o saremo sempre immaturi. Il pensiero integralista è stato prodotto dalle nostra società: ci sono dei fattori interni che hanno permesso che si sviluppasse.
D. Quali sono questi fattori interni per quanto riguarda la Tunisia?
R. Per prima cosa gli anni della dittatura: proibendo la libera espressione, il libero pensiero e lo spirito critico, hanno provocato un fallimento sul piano educativo e hanno favorito quello che possiamo definire il “pensiero magico”, ossia non razionale, ma escatologico, degli ultimi anni.
D. E poi?
R. Poi ci sono i partiti che strumentalizzano la religione per arrivare al potere. Quando si accetta che la religione venga strumentalizzata, si arriva a fenomeni come quello di Daech.
D. Che rapporto c'è tra Daech e l'Islam?
R. Certamente Daech non ha a che vedere con l’Islam: possiamo dire che ricorda i movimenti terroristici come le Brigate Rosse in Italia.
D. Quindi Daech è un movimento terrorista?
R. Sì, è un movimento terrorista internazionale che ricorda quello che è successo in Europa negli Anni 80.
D. Con quale differenza?
R. La differenza è che lì quei movimenti non hanno trovato terreno fertile per svilupparsi e si sono spenti da soli e ora l’Occidente si trova in una situazione di pace, mentre l’Oriente si militarizza sempre di più e questi movimenti prosperano soprattutto in Medio Oriente. La situazione è molto complessa.
D. Cosa si dovrebbe fare per risolvere questa situazione?
R. Per uscirne bisogna fare una critica sul versante della religione. La religione deve essere un rifugio spirituale e tenersi a distanza dalla politica e dalla lotta per il potere.
D. Cos'è cambiato nell'uso della religione prima e dopo la rivoluzione?
R. Prima della rivoluzione, con Ben Alì, la religione era sottomessa alla politica, ora accade il contrario: la politica è sottomessa alla religione. Sono le due facce della stessa medaglia: del dispotismo e del totalitarismo.
D. Che strada bisogna intraprendere?
R. Per allontanarsi dalle ideologie che strumentalizzano la religione bisogna rinnovare l’Ijtihad, l’interpretazione.
D. Secondo il ministro degli Interni, molti giovani tunisini sono partiti per arruolarsi nelle forze di Daech. Secondo lei a cosa è dovuto questo fenomeno?
R. I giovani sono stati messi ai margini, non hanno un loro spazio nella società, sono alle prese con la disoccupazione, il sistema educativo fallimentare, il fatto che non si riconoscano in nessun partito politico. Sono stati i giovani a far cadere il regime, che hanno affrontato i proiettili a mani nude e si sono sollevati per vendicare la morte di Bouazizi (Mohamed Bouazizi, il giovane di Sidi Bouzid che dandosi fuoco ha dato il via alle rivolte, ndr).
D. E ora a che ruolo sono stati rilegati?
R. Questi giovani si sono ritrovati con un nulla di fatto in mano, come se la rivoluzione fosse stata loro rubata. A ciò si aggiunge il fatto che le porte per l’Europa sono bloccate rispetto al passato. Per la mia generazione era semplice andare in Italia, mentre ora l’Europa è diventata una fortezza.
D. Quindi cosa succede?
R. Questi giovani non trovano delle risorse né all’interno del Paese né verso l’Europa e si lasciano conquistare dalle ideologie del combattimento e dalla propaganda jihadista.

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